Allarme mafie nel Lazio. Dopo i fatti di sangue di Terracina sembra che comincino a muoversi le Prefetture di Roma e di Latina.

Debbono succedere sempre dei fatti di sangue per smuovere queste istituzioni lente e spesso disattente.

Si rincorre sempre l’emergenza.

Leggiamo sui giornali che le Prefetture di Roma e Latina si incontreranno per studiare insieme la situazione mafiosa nei territori di loro competenza e concordare delle strategie comuni.

Leggiamo anche che esse avrebbero richiesto ai vertici delle forze dell’ordine locali una relazione sui singoli casi in cui si sospetta la presenza delle mafie nei vari comuni.

E’, comunque, un passo in avanti, dopo che molti prefetti per anni hanno negato l’esistenza del fenomeno.

Il problema è che le relazioni richieste riguarderanno solo i fatti finora accertati, che sono noti e stranoti, e non quelli che dovrebbero essere accertati e non sono stati accertati, accertati, peraltro, da parte per lo più di Procure e forze dell’ordine di altre regioni ed altri distretti giudiziari.

E siamo alle solite perché, a fronte di un investimento di tonnellate di soldi da parte delle mafie sui territori di tutto il Lazio (perché non si parla anche di Frosinone, Viterbo, Rieti?), le indagini fatte rappresentano solo sì e no il 10% di quelle che dovrebbero essere state fatte.

Un’altra considerazione.

Esistono i Comitati Provinciali per la Sicurezza e per l’ordine pubblico presieduti dai Prefetti che dovrebbero avere il quadro completo delle situazioni.

Nei cassetti delle Prefetture dovrebbe esistere ancora una circolare dell’allora Ministro dell’Interno Napolitano, attuale Presidente della Repubblica, che imponeva ai Prefetti di integrare quei Comitato con un magistrato della DDA.

Quella circolare è rimasta inapplicata e ciò priva i Comitati stessi di quelle competenze e delle conoscenze di cui sono in possesso, stante la legge, solamente le Direzioni (Procure) Distrettuali Antimafia.

Perché i due Prefetti di Roma e Latina non rispolverano quella circolare e cominciano ad invitare alle riunioni dei Comitati provinciali i coordinatori o loro sostituti delle DDA di Roma e di Napoli i quali sono gli unici che conoscono bene le situazioni in quanto la maggioranza delle inchieste sono avviate proprio da loro tramite organismi investigativi specializzati e centrali come la DIA, il GICO, lo SCO ecc.?

E’ riduttivo, poi, rivolgersi alle Procure ordinarie per conoscere le situazioni, essendo queste sprovviste –non essendo mai stato applicato l’art.51 bis –3° comma-del Codice di Procedura Penale che prevede la codelega da parte della Procura Generale di Roma ad indagare per fatti che riguardano l’art.416 bis del CP- dei poteri d’indagine nei reati di mafia.

La presenza nei Comitati provinciali per la sicurezza e l’ordine pubblico di magistrati della DDA sarebbe utile, peraltro, a far fare un salto di qualità al lavoro di questi in quanto li renderebbe edotti della necessità che più che sul piano dell’ordine pubblico contro le mafie bisognerebbe agire con le indagini patrimoniali, sul piano economico; ciò perché le mafie sono, sì, un’organizzazione delinquenziale, ma, soprattutto, sodalizi economici, con larghe propaggini in settori della politica e delle stesse istituzioni, come hanno dimostrato le indagini svolte con le “Damasco” a Fondi, la “Formia Connection” a Formia e a Nettuno.

Questo significa fare un’azione veramente efficace contro le organizzazioni criminali.

Sempre che ci sia da parte di tutti gli organismi dello Stato una reale volontà di farla.

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