ALBA PONTINA: IL CLAN DI SILVIO È MAFIA. 24 ANNI AD ARMANDO DETTO LALLÀ

ALBA PONTINA: IL CLAN DI SILVIO È MAFIA. 24 ANNI AD ARMANDO DETTO LALLÀ

di Redazione

14 Luglio 2021

Alba Pontina: condannati tutti gli imputati del processo contro il Clan Di Silvio. La pena più pesante al boss Armando Di Silvio detto Lallà

Erano presenti molti dei famigliari dei Di Silvio oggi nell’Aula della Corte d’Assise presieduta dal Giudice Gianluca Soana: dai minorenni fino al fratello del capo-famiglia. E non sono mancati, a sentenza emessa, brusii e qualche gesto poco urbano al di fuori dell’Aula.

Sin dalla mattina, nell’ultima udienza del processo di primo grado che vedeva alla sbarra Armando Di Silvio e i suoi sodali/famigliari, sono iniziati le ultime arringhe difensive degli avvocati difensori.

Hanno parlato gli avvocato Luca Giudetti, Angelo Palmieri e Oreste Palmieri. In particolare, l’avvocato Oreste Palmieri ha difeso Armando Di Silvio: un uomo – ha detto l’avvocato – conosciuto da tutti a Latina, che va in giro con un’utilitaria e per cui tutti si sarebbero stupiti di vederlo accusato di associazione mafiosa poiché mai e poi mai ha chiesto soldi e favori.

L’avvocato Angelo Palmieri, chiamato alla sua arringa difensiva, ha citato anche Tortora come simbolo di una eventuale condanna ingiusta e il depistaggio del primo processo a carico degli assassini di Paolo Borsellino rivelatisi, poi, innocenti perché inguaiati da pentiti. Per l’avvocato Palmieri, che ha ripreso titoli di giornali locali, parlando di Agostino Riccardo – grande accusatore del Clan di Campo Boario – si tratta di un “pentito a orologeria”.

Il Giudice Soana, finite le arringhe, ha dato appuntamento per il dispositivo della sentenza alle ore 17,15 e non si è dovuto aspettare molto poiché, intorno alle sei, con un ritardo fisiologico vista la portata del processo, sono state emesse le condanne a carico di quello che è considerato dalla Antimafia civile un clan a tutti gli effetti. Al di là di processi e inchieste.

Armando Di Silvio, considerato a capo di un sodalizio mafioso con base a Campo Boaruo, è stato condannato a 24 anni e due mesi, la moglie Sabina De Rosa a 15 anni e tre mesi (per marito e moglie interdizione dai pubblici uffici perpetua), la figlia Sara Genoveffa a 5 anni e 4 mesi e al marito di lei, Federico Arcieri, 4 anni..

6 anni e 4 mesi ad Angela Di Silvio, 3 anni e tre mesi a Francesca De Rosa, 2 anni e 7 mesi a Giulia Di Silvio. Infine per Tiziano Cesari 3 anni e 7 mesi.

Stabilito anche il danno economico alle parti civili: alla Regione Lazio i Di Silvio dovranno corrispondere 30mila euro; 40mila euro al Comune di Latina; 10mila all’Associazione Antonino Caponnetto.

Non si è fatta attendere una nota di commento alla sentenza da parte dell’Osservatorio antimafia della Regione Lazio.

La sentenza emessa oggi pomeriggio dal Tribunale di Latina – ha dichiarato Gianpiero Cioffredi, Presidente dell’Osservatorio per la Sicurezza e la Legalità – conferma il reato di associazione mafiosa per il clan Di Silvio. L’inchiesta Alba Pontina della Questura di Latina coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma per la prima volta nel giugno 2018 ha contestato l’art. 416 bis ad un clan autoctono di Latina ricostruendo lo scenario criminale che a partire dal 2010 è stato caratterizzato da una cruenta egemonia del clan Di Silvio, rappresentando per anni una seria minaccia per la vita sociale, economica e politica del capoluogo pontino.

La sentenza di oggi  si inserisce in maniera lungimirante nel percorso di  evoluzione della giurisprudenza in materia, secondo i principi delle ultime sentenze della Corte di Cassazione e conferma l’impianto accusatorio degli investigatori che ha consentito di far emergere la natura criminale del sodalizio dei DI Silvio e di accertare che tale clan è risultato molto attivo, per un verso, nella gestione di numerosissime attività di carattere estorsive, consumate in danno di imprenditori, commercianti avvocati e liberi professionisti, per altro verso nel settore del traffico delle sostanze stupefacenti.

La Regione Lazio si è costituita, insieme al Comune di Latina, parte civile al processo per condividere insieme ai cittadini di Latina l’ansia di libertà dalle mafie che ha attraversato il capoluogo pontino in questi ultimi anni. I 30.000 euro di risarcimento riconosciuti dal Tribunale alla Regione verranno utilizzati per progetti di legalità nelle scuole di Latina.

Oggi è stata pronunciata una sentenza importante che ci spinge tutti a non arretrare di un passo rispetto alla necessità di consolidare quell’alleanza popolare contro le mafie che ha visto in questi anni, proprio a Latina, Istituzioni e cittadini protagonisti di una stagione di legalità”.

Fonte:www.latinatu.it

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