Africa-Italia, il lungo percorso dei fusti tossici. Il traffico ha interessato anche la provincia di Latina

Dai porti di Livorno e Ravenna alle discariche di Caserta passando per Borgo Montello.

È questo il percorso che avrebbero compiuto migliaia di fusti tossici stivati nelle «navi dei veleni» e poi smaltiti illecitamente dalla Camorra in varie parti d’Italia, con tappa nella discarica di Borgo Montello. Le prime tracce dell’esistenza di quei fusti tossici interrati a Latina sono del 1992, quando la Digos del capoluogo avvia un’indagine dopo che in questura si era presentato uno degli operai della discarica appena licenziato. L’uomo denunciò di aver preso parte, insieme ad altre persone, ad operazioni notturne di interramento di fusti contenenti sostanze tossiche nella discarica «S0» di Borgo Montello. I fusti sarebbero stati parte del carico della «Zanoobia», la cosiddetta «nave dei veleni», attraccata nel 1989 nel porto di Ravenna. Gli uomini diretti da Eldo Riccardi indagarono su quelle dichiarazioni, ascoltando una quarantina di persone e compiendo anche dei carotaggi superficiali a Borgo Montello, ma senza esito. Altro capitolo: il 13 marzo del 1996 il pentito di camorra Carmine Schiavone, nel corso di un interrogatorio nel carcere di Viterbo, rivela che la provincia di Latina era stata terreno di sfruttamento della camorra per seppellire rifiuti tossici. I fusti, secondo Schiavone, erano stati sepolti sotto Montello ma anche in varie zone del litorale pontino. Schiavone affermò che a riferirgli queste circostanze era stato Antonio Salzillo, referente del clan Bardellino per la provincia di Latina. Nessuno, a quell’epoca, si preoccupò di chiedere conferme a Salzillo, che ora non può più parlare, caduto sotto i colpi dei sicari nel giugno scorso. Alla fine degli anni novanta alcune inchieste sul traffico illegale di rifiuti tossici, conducono ad alcune aziende, una delle quali operava in alcuni Comuni pontini ma che, soprattutto, era stata tra quelle che all’inizio degli anni novanta si era occupata di smaltire i fusti tossici di alcune «navi dei veleni». Il 16 maggio del 1996, l’Enea presenta i dati ufficiali di uno studio commissionato l’anno prima dal Comune di Latina per verificare la presenza di rifiuti tossici sotto la discarica «S0» di Borgo Montello. I risultati sono sorprendenti e rivelano la presenza di tre ammassi metallici, i primi due di larghezza pari a 10 metri per 20, il terzo di 50 metri per 50, ad un profondità compresa tra cinque e dieci metri. Per l’Enea si tratta di fusti contenenti rifiuti. È il famoso studio rimasto nei cassetti delle amministrazioni locali fino al 2007, quando la Regione ha autorizzato accertamenti sulla discarica «S0» di Montello, incaricando l’Arpa di effettuare le analisi, i cui risultati definitivi sono attesi per metà settembre. La storia delle «navi dei veleni» inizia nel giugno del 1988, quando le autorità portuali di Koko, in Nigeria, scoprono una nave proveniente dall’Italia, la Karin B, all’interno della quale sono stivati fusti contenenti prodotti tossici. L’inchiesta appura che non è un caso isolato. Emergono altre navi, cariche di scorie di aziende del Nord Italia (prevalentemente lombarde), in particolare la siriana Zanoobia e la Deep Sea Carrier. Dopo accese polemiche, il Governo stabilisce i porti di attracco delle navi: Livorno, Ravenna e Genova e le successive modalità di smaltimento dei rifiuti. Ma che fine abbiano fatto quei fusti tossici nessuno può dirlo con certezza.

(Tratto da La voce dell’Emergenza – il Blog)

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