“Acquistò la sede della DC all’EUR. Manette al maxi evasore fiscale”. Si tratta dell’imprenditore Raffaele Di Mario

Nella lista nera del Fisco c’è finito anche lui, Raffaele Di Mario, il costruttore che molti ricordano per aver acquistato e rivenduto in un solo giorno, il 29 luglio del 2004, palazzo Sturzo all’Eur mettendosi in tasca una plusvalenza di 18 milioni di euro.

Ieri i business della sua Dimafin sono stati bloccati definitivamente dal Nucleo di Polizia Valutaria che ha arrestato l’immobiliarista, insieme ai suoi collaboratori Lucio Giulio Capasso e Paola Ronzio, con l’accusa di bancarotta fraudolenta ed evasione fiscale.

Secondo gli inquirenti della Procura di Roma il Gruppo Dimafin, dichiarato fallito in tribunale lo scorso 29 marzo, non avrebbe pagato imposte per 26,6 milioni di euro sui guadagni derivanti dalla vendita del “Dima Shopping Bufalotta”, lo shopping center che la Niccodemi (controllata della Dimafin) ha venduto per 108 milioni a Banca Italease. Le indagini delle Fiamme Gialle indicano che, a seguito di questa operazione, la Niccodemi sarebbe stata svuotata del capitale e portata al fallimento, non prima però di aver dirottato un capitale di 52,5 milioni di euro in favore della società Primula, anch’essa controllata dal Gruppo Dimafin.

L’arresto è stato chiesto dai pm Francesca Loy, Giuseppe Cascini e Maria Sabina Calabretta ed è frutto dell’indagine nata proprio con il fallimento della Niccodemi risalente al novembre scorso.

Sempre ieri gli uomini della Guardia di Finanza hanno effettuato sette perquisizioni e sequestri preventivi di beni immobili a Pomezia. È questo uno dei centri nevralgici dell’impero di Raffaele Di Mario che possiede, tra l’altro, il polo alberghiero Hotel Selene e diversi impianti sportivi. L’immobiliarista, originario di Isernia, era attivo soprattutto sulla piazza romana con business che vanno dall’Infernetto al Torrino, dalla Bufalotta fino al Parco della Minerva, il quartiere residenziale edificato nei pressi di Torvaianica con 1.800 appartamenti, un centro commerciale, impianti sportivi e un piccolo ospedale.

Il castello di cemento è crollato però insieme al fallimento del Gruppo che fa capo a Di Mario, e ha lasciato sotto le sue macerie non solo la reputazione del costruttore ma anche il futuro dei suoi lavoratori. Secondo i sindacati, oltre ai 120 dipendenti diretti delle sue aziende, sarebbero circa 1.000 le persone che fino a un mese fa hanno vissuto dell’indotto creato dalle attività immobiliari della Dimafin.
Una nuova emorragia di lavoratori che si concentra tra i castelli e Pomezia, proprio nel cuore di quel ventre molle dove le imprese laziali stentano a ritrovare i ritmi della crescita economica.

Daniele Autieri

(Tratto da Repubblica)

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