A Viterbo non si deve parlare di mafie! Che aspetta il nuovo Ministro dell’Interno a verificare come funzionano le strutture locali sue dipendenti???

C’è un qualcosa nel Viterbese che sfugge all’attenzione della maggior parte degli osservatori.

Un qualcosa che ci inquieta in quanto non riusciamo, al momento, a definire e che già in passato attirò l’attenzione del nostro compianto vicesegretario regionale Gigi Daga e di noi tutti.

Qualcosa che viene da lontano, forse, e che si è andato consolidando nei decenni innestandosi nelle tradizioni e nella storia della comunità viterbese.

Chi scrive ha avuto la possibilità di conoscere questa nobile terra e questo nobile popolo per alcuni mesi negli anni a cavallo fra il 50 ed il 60 in altri ruoli ed in altra veste e già allora i germi di un sistema che non sapremmo come definire se clientelar-massonico od altro erano più che in nuce.

Si trattava di un territorio non avvezzo già allora alle grandi battaglie sociali e, ciò, non per colpa delle popolazioni ma, piuttosto, per scelte fatte dalle classi dirigenti, senza eccessive convulsioni e frizioni, di un modello economico diverso da quello, ad esempio, del sud del Lazio dove i modelli prescelti hanno determinato comportamenti diversi da parte delle comunità residenti.

Un tessuto, insomma, che ha consentito negli anni, senza eccessive e palesi resistenze, innesti davvero pericolosi e letali da parte di soggetti provenienti da altre aree del Paese e che probabilmente hanno trovato in loco qualche addentellato.

L’humus perfetto, questo, per il radicamento di soggetti e sistemi che nel tempo riescono a corrodere culture e strutture di lunga tradizione.

Non abbiamo letto ancora il libro –inchiesta scritto da Daniele Camilli sulle mafie nel viterbese.

Ci ripromettiamo di leggerlo al più presto per trovare conforto o meno nelle nostre analisi, ma una cosa è balzata alla nostra attenzione.

Deve trattarsi sicuramente, conoscendo l’autore e le sue coraggiose analisi, di una pubblicazione dalle “verità scomode”, come egregiamente l’ha definite Gianlorenzo, altro autore coraggioso ed onesto intellettualmente.

“Verità scomode” perché disegnano un quadro che non coincide affatto con quello finora propagandato dai ceti politici ed istituzionali locali.

L’assenza quasi totale di tutto il mondo politico ed istituzionale alla cerimonia di presentazione di un libro-inchiesta così importante qual’è quello di Camilli la dice lunga sul modo di vedere e di pensare di quella gente di fronte al fenomeno del radicamento mafioso in quel territorio.

D’altro canto, giova ricordare che la stessa cosa si verificò in occasione del convegno che promuovemmo qualche anno fa noi dell’Associazione Caponnetto nella sala dell’Amministrazione provinciale di Viterbo con la partecipazione dell’allora S. Procuratore Nazionale Antimafia De Ficchy e del Presidente del Tribunale di Civitavecchia Almerighi.

Venne qualche esponente politico da Roma, ma dei locali nessuno.

Nessuno, ripetiamo.

Comportamenti disdicevoli a dir poco e che dovrebbero indurre tutte le persone preoccupate delle sorti di questa regione ad accendere i riflettori su una situazione dai contorni inquietanti.

Nel Viterbese, invaso dalle mafie, non si deve parlare di mafie, secondo taluni.

Perché?

E’ una domanda che poniamo alla gente onesta, ma anche ai vertici politici nazionali e, soprattutto, al nuovo Ministro dell’Interno che dovrebbe decidersi a verificare come funzionano gli apparati suoi dipendenti in quella provincia.

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