A Romeo anche la redazione del catasto delle strade del Lazio

Lasciamo perdere eventuali illeciti amministrativi e penali, c’è un aspetto dell’impero economico del sig. Romeo che è doveroso metter in luce. Leggo che egli ha l’appalto della manutenzione delle strade comunali a Napoli e Roma, e poi della manutenzione di migliaia di appartamenti di proprietà pubblica anche a Firenze a Milano, ma pure il censimento di tali immobili pubblici. Poi ha anche l’appalto della riscossione delle multe, e pure l’incarico alla redazione del catasto delle strade

esistenti in numerose regioni (Lazio, Campania, Abruzzo, Molise e Sardegna).
Lasciamo stare anche il fatto che alla riscossione dei compensi (per tutte queste prestazioni), pare non corrispondere un’effettiva opera di manutenzione e lavoro: mancanze che i giudici vaglieranno a dovere.

Colpisce un altro dettaglio grande come il Colosseo.
Mantenere le strade esistenti, averne il catasto (cioè l’elenco e la classificazione), tenere il registro degli immobili comunali e mantenerli, e pure riscuotere affitti e contravvenzioni, sono tutti compiti che attengono in via naturale ai comuni e altri enti locali, e che non a caso fino a pochi anni fa le amministrazioni comunali eseguivano senza battere ciglio, più o meno diligentemente.

Ecco allora la domanda e le domande: per quale motivo i comuni ritengono di non doversi più occupare direttamente di quei compiti? Forse la qualità delle prestazioni del Romeo è superiore a quel che riuscivano a fare gli impiegati comunali? Non pare proprio.

Se si è deciso di “esternalizzare” (incaricare degli esterni come il sig. Romeo), dovrà pur esserci una qualche convenienza per le casse pubbliche, qual’è, dov’è questa convenienza?

Logica vorrebbe che più esternalizzo e meno ho bisogno di personale fisso, e dunque più risparmio, ovvero meno spendo. O no?

Allora: in questi anni di forsennata esternalizzazione il numero dei dipendenti comunali -e pubblici in generale- è proporzionalmente diminuito? I bilanci comunali si sono alleggeriti?

Siccome i dati dicono il contrario (i dipendenti pubblici non diminuiscono bensì costano sempre più), deriva un’altra domanda: cosa fanno se non fanno più le cose che dall’unità d’Italia i comuni facevano in via naturale? Quali altre diaboliche scartoffie sono state inventate per coprire questa evidente omissione di atti d’ufficio?

Di cosa si occupano impiegati e dirigenti dell’ufficio strade del comune? Di cosa si occupano impiegati e dirigenti dell’ufficio patrimonio? Siccome l’ufficio patrimonio esiste da cent’anni, però non sa neanche quali sono le proprietà comunali (tanto è vero che ne viene appaltato all’esterno il censimento), sorge spontanea la domanda: di cosa si sono occupati per decenni impiegati e dirigenti degli uffici patrimonio?

“Catasto delle strade esistenti” affidato al sig. Romeo: questa è bella davvero. Noi siamo arciconvinti che gli uffici delle regioni e delle province di Lazio, Campania, Sardegna, Abruzzo e Molise pullulano di computer nuovi di zecca, dotati di sofisticati e costosi software e periferiche, ma a che gli servono? A giocare la schedina? A guardare le donne ignude? Al sudocu?

Esternalizzare è una nuova parola italiana (provenente dall’outsourcing inglese), che però nel breve viaggio della sua traduzione pensa bene di mutare il gene da cui nasce (lasciare allo stato solo quello che i privati non possono fare), per ridursi a indorare un eterno vizio mafioso: si prende a pretesto il vento che tira (liberismo, dai primi anni ’90) e nel suo nome si confeziona con diversa salsa la stessa pietanza: arricchire affaristi di partito (mafiosamente chiamati imprenditori), mediante la malversazione delle risorse pubbliche. E’ avvenuto un gioco simile per le autostrade (forse lo stato adesso spende di meno?), per le ferrovie, per le (ex) partecipazioni statali, per le mense, le pulizie, molti servizi ospedalieri, le municipalizzate, etc. Ormai ci sono due mondi: gli impiegati pubblici ipertutelati e via via sgravati di compiti antichi ma troppo impegnativi, e i dipendenti delle società appaltanti che lavorano come schiavi.

Naturalmente il Romeo di turno non è un semplice baciato dalla fortuna, men che meno merita la qualifica di imprenditore, è piuttosto un mezzano: l’enorme massa di denaro così lucrata (monopolizzare tariffe e compensi bensì lesinare o omettere le prestazioni), in buona parte tornerà nelle mani di chi ha voluto esternalizzare, cioè ai partiti e soprattutto ai grumi di potere che nelle cento città comandano e possiedono i partiti e le istituzioni. Grumi di potere formati da tre soggetti: “imprenditori” ammanicati con la politica, alti burocrati delle “pubbliche” amministrazioni, cassieri e maggiorenti dei partiti. Grumi cui ha fatto cenno anche Veltroni quando l’altro giorno è dovuto intervenire sugli scandali di Napoli, ha detto che l’affarismo condiziona la politica, esattamente sottintendeva il meccanismo da noi qui richiamato. E’ un ammassare denaro pressappoco uguale ai proventi della droga. È legale perché confezionato con l’autorità dello stato, di suoi uffici centrali e/o periferici. E’ mafioso nella sua natura e impoverisce di brutto la Nazione, è un saccheggio.

Il coro mediatico un po’ colluso ma soprattutto ignorante di cos’è una società liberale, offre il destro per carognate meschine, così che statalisti, comunisti, destrosociali e clerico-comunisti da anni possono chiamare -con profitto politico e autoconvincimento personale- queste perverse magie all’italiana, logica del mercato, dio denaro, logica del profitto, capitalismo, privatizzazione.

Rimettiamo dunque i puntini sulle i: nei meccanismi alla Romeo non c’è nessuna privatizzazione, ma è solo il gioco delle tre carte da mano pubblica a mano pubblica per il mezzo di qualche comparsa pittoresca dipinta per feroce capitalista. Non c’è nessun capitalismo ma solo monopolio di stato, stasi paralizzante e inevitabile recessione. Non c’è nessuna logica di mercato, nessuna leale competizione, bensì solo prepotenza di chi da secoli prospera con l’arroganza del potere di stato. La concorrenza, unica arma del consumatore, punirebbe Romeo, ma Romeo gode del monopolio assicuratogli dai suoi sodali politici e burocrati. Non c’è alcun profitto di impresa (vera impresa e vero profitto), bensì solo rendita parassitaria, rendita di posizione di chi con la forza coercitiva dello stato può tiranneggiare a piacimento la società civile e produttiva, né più né meno dei signorotti del ‘600.

Basta varcare le Alpi maledette per costatare che per liberarsi dei mille Romeo non c’è bisogno dei massimi sistemi, di teoria politica e ingegneria istituzionale, ma solo di onestà e buona amministrazione.

Allora non resta che rivendicare in positivo la logica del libero mercato, l’iniziativa realmente privata, il diritto naturale e il libero contemperamento dei legittimi interessi diversi, cioè di meccanismi sociali garantiti dallo stato nella loro naturalità e imparzialità, ma finalmente senza che l’arbitro (lo stato) si mette a giocare con una delle squadre in campo. Lo stato minimo, per quel che serve e per quanto serve. Prosciugare la rete istituzionale che oggi è il vero sostegno delle mafie, della degenerazione, delle nostre città così slabbrate, così lontane dalla civiltà nordeuropea. Questa è la normalità che serve agli italiani. Niente altro dopo tutto che una rivoluzione borghese e liberale, cioè popolare, naturalmente pacifica -anche se con forti tensioni- e democratica.

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