A proposito dell’efferata esecuzione di Sezze Scalo in provincia di Latina. Una provincia occupata dalle mafie.

La stampa nazionale sta dando ampio risalto in questi giorni alla notizia degli omicidi di Sezze Scalo, in provincia di Latina.

Una lunga catena di sangue in questa terra martoriata dalla presenza di una criminalità mafiosa sempre più aggressiva e sanguinaria.

Criminalità comune e criminalità organizzata.

Il timore ora è che possano verificarsi altri omicidi in risposta a quelli dei giorni scorsi.

Una guerra fra bande che si svolge all’insegna della regola mafiosa “sangue chiama sangue”.

Evidentemente sono saltati degli equilibri fra i clan che controllano il territorio.

Il dato che è subito emerso riguarda l’identità dei soggetti coinvolti in questo efferato fatto di sangue.

Non si tratta, come nel caso recente di Terracina, di gente “venuta da fuori”, ma, al contrario, di soggetti, vittime ed esecutori, tutti appartenenti a questa terra.

E’ questa la prova, ormai per noi certa ed acclarata, che ci troviamo in presenza di una mafia stanziale, costituita da gente nata e cresciuta in provincia di Latina e che si è ben integrata in clan storici.

Una mafia pontina, tanto per capirci, con tutti i suoi livelli, militare, economico e politico.

A Sezze Scalo le modalità di esecuzione sono state quelle tipiche della criminalità mafiosa e, quindi, è facile presumere che “dietro” ci sia la camorra e, più specificatamente, i Casalesi, che, insieme ai Mallardo, sono coloro che hanno il dominio assoluto, insieme a spezzoni della ‘ndrangheta, sul territorio pontino.

Qualche giornale ha scritto di collegamenti di una vittima con taluni soggetti campani residenti a Latina e che vengono considerati i rappresentanti sul posto dei Casalesi.

D’altra parte, se di problema di traffico di sostanze stupefacenti si tratta, è ovvio che quei collegamenti siano esistiti ed esistano, tenuto conto del fatto che le fonti di approvvigionamento della droga sono nella mani della criminalità mafiosa.

Sarebbe troppo facile per noi alzare ancora una volta il dito accusatore e dire “l’avevamo detto”.

Ora non è tempo di polemiche e bisogna subito riorganizzare le fila e passare una buona volta per sempre all’azione.

C’è stata finora troppa disattenzione, troppa superficialità, troppa impreparazione nel comprendere il fenomeno mafioso.

E qualche complicità, oggettiva o soggettiva, che non si è voluta evidenziare, denunciare e perseguire.

Oggi si paga il conto.

Si interviene, quando si interviene, quando i buoi sono scappati dalle stalle.

L’altro giorno presso la Prefettura di Latina si è svolta l’ennesima riunione del comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, una riunione alla quale questa volta ha partecipato il vice ministro dell’Interno.

L’intervento del Ministero dell’Interno è già un passo in avanti in quanto prova da una parte che comincia ad esserci la consapevolezza della gravità della situazione esistente in provincia di Latina e nel Basso Lazio più in generale, ma dall’altra è un’ammissione implicita delle gravi carenze da parte degli apparati locali.

Quello che diciamo noi da anni.

La domanda che ci siamo posti e che poniamo al Ministro dell’Interno Cancellieri, però, riguarda l’assenza dei magistrati della DDA a quella riunione in Prefettura.

Sono stati invitati?

Un’antica storia che risale ad una vecchia direttiva del Ministro dell’Interno Napolitano, attuale Capo dello Stato, che obbligava le Prefetture ad integrare i Comitati provinciali per la sicurezza e l’ordine pubblico con i magistrati delle Direzione Distrettuale Antimafia, una direttiva che a Latina non è stata mai applicata.

Nemmeno questa volta!

Ma c’è qualcuno che si illude ancora, vista la storia criminale in provincia di Latina caratterizzata da una catena di decine e decine di omicidi rimasti quasi tutti senza aver scoperto autori e mandanti, che questa provincia abbia forze, volontà e competenze per “capire”bene quello che c’è “dietro” questi fatti e per adottare provvedimenti adeguati e risolutivi???

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