A margine delle dichiarazioni del Segretario del SIULP di Latina. Il mea culpa deve essere quasi generale…

Premettiamo che condividiamo al 100% il contenuto delle dichiarazioni del Segretario del Sindacato di polizia SIULP di Latina in merito alle responsabilità della classe dirigente pontina relativamente al radicamento mafioso sul territorio del Basso Lazio.

Ma sentiamo il dovere, al contempo, di rilevare che nessuno-e ripetiamo, nessuno – ha tutte le carte in regola per autoassolversi.

Ed, allora, facciamo una piccola carrellata di fatti e comportamenti che, tutti insieme, hanno contribuito a creare la situazione in cui oggi ci troviamo.

I vertici dei partiti politici, in primis.

Tutti zitti, con alcuni comportamenti di singoli esponenti a dir poco non chiare (a parte le inchieste “ Damasco” a Fondi, c’è la “Formia Connection” che grida vendetta e, poi, Sabaudia, Gaeta, Sperlonga ecc. letteralmente invase da mafiosi, senza che alcuno abbia denunciato, facendo nomi e cognomi, anche se in maniera informale).

Le segreterie confederali dei Sindacati dei lavoratori, esclusa la CGIL, non ci risulta che abbiano qualche volta levato il loro grido di allarme contro il dilagare del fenomeno mafioso.

Le organizzazioni imprenditoriali, la Confindustria locale tanto per intenderci (nell’ultimo suo Convegno a Fossanova, mentre la Marcegaglia esortava gli industriali pontini ad imitare i loro colleghi siciliani nel denunciare ed espellere gli imprenditori eventualmente collusi con le mafie, si è parlato ancora di… ”tentativi (sic) di infiltrazione mafiose”, negando, in sostanza, l’esistenza del fenomeno), la Confcommercio (esclusa la Sezione di Terracina), hanno anch’esse taciuto.

La Gerarchia ecclesiastica, fatta qualche eccezione di qualche singolo sacerdote, non ha mai preso una posizione pubblica, ufficiale e determinata, come da anni stanno facendo i Vescovi del Sud.

Non parliamo di Prefetti, prima di Procaccini e Frattasi, fatta qualche eccezione, di Procuratori, prima degli attuali, ecc.

E veniamo alle forze di polizia.

Il Segretario del SIULP, intanto, non dimentichi che solo qualche anno fa attaccò duramente la nostra Associazione, anziché apprezzarne l’azione concreta e solitaria.

Egli si informi con chi di dovere sui nostri contributi, fatti non di parole.

Ma il problema non è questo.

Diamo atto alla Polizia di Stato pontina (pontina, però, perché a Frosinone la situazione è diversa… e di ciò se ne risente anche a Latina perché i clan sono gli stessi) di fare coraggiosamente il proprio dovere dal giorno in cui è arrivato il Questore D’Angelo.

Grazie a lui e ad alcuni suoi stretti collaboratori, come i Drr. Pepe, Tatarelli e qualche altro, la Polizia ha cominciato ad aggredire le mafie, come dovrebbero fare tutte le altre forze di Polizia, sul piano dei patrimoni e delle connessioni con la politica.

La mafia non è un problema da… ”ordine pubblico”, come, purtroppo, si è inteso e continua ad intendersi da parte di molti.

Essa –o esse, come vuol dirsi – è entrata -o sono entrate- ormai nel tessuto economico, culturale, sociale ed anche politico ed istituzionale e ne fa/ fanno parte integrante.

Non c’è stato, di conseguenza, un salto di qualità nelle strategie e nelle tecniche investigative.

Si continua ad aggredirla –o ad aggredirle- con un’ottica da “ ordine pubblico”, come se ci trovassimo in presenza di un fenomeno delinquenziale comune.

Accusiamo pure, quindi, quegli esponenti politici che si limitano, senza fare altro, a mandare a posteriori note di solidarietà (ce ne sono altri sui quali si potrebbero scrivere colonne di informative… ); noi siamo i primi a farlo e non da ora.

Per questo siamo malvisti da molti di loro.

Ma non assolviamo gli altri, a cominciare da noi stessi e, soprattutto, dalla maggior parte della gente, che è omertosa.

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