“A Latina c’erano armi per fare una guerra”, il racconto choc

“A Latina c’erano armi per fare una guerra”, il racconto choc

Latina – La stagione delle pistole ovunque descritta al processo Don’t touch 2 dal commissario che sequestrò l’arsenale dei Travali

Graziella Di Mambro

06/02/2021

«Si poteva fare una guerra con quelle armi». Categorico, preoccupato ora come allora, il commissario Elio Beneduce descrive la santabarbara di cui disponeva il gruppo riferibile ai fratelli Angelo e Salvatore Travali nell’autunno del 2014. Un racconto lungo e minuzioso fatto ieri pomeriggio nel processo Don ‘t touch due sulle minacce al giornalista Vittorio Buongiorno e allo studente Matteo Palombo. Nella ricostruzione dei fatti, attribuiti a Gianluca Tuma e al suo amico fraterno Costantino Di Silvio detto Cha Cha, conta quasi di più il contesto di una città plumbea dove una cordata di giovani risulta spietata e soprattutto armata fino ai denti. Per fare cosa non si sa, ma il poliziotto davanti al collegio dice che c’erano armi in una quantità tale da scatenare una guerra, un’altra dopo quella del 2010. Il timore che ci potessero essere scontri importanti era così forte in quel periodo che ogni volta che la polizia sequestrava un’arma la sottoponeva a ricerche di tracce di dna.

E accadde molte volte. Il commissario Beneduce ha riletto in aula l’arsenale di pistole e munizioni rinvenuto a casa di un’anziana signora che abitava nello stesso palazzo dei fratelli Travali e che fu utilizzata come custode. Nella cantinola di un angolo di quella casa c’erano armi da fuoco con silenziatore e centinaia di proiettili. Fu un informatore a spedire la polizia in quell’appartamento e fu subito chiaro che la casalinga non era la vera proprietaria delle pistole né del resto; stette qualche giorno ai domiciliari perché era inevitabile. Però da agosto a novembre 2014 la squadra mobile trovò pistole ovunque. Molti nell’ambiente dei Travali andavano in giro con la pistola in tasca perché «non sai mai se succede qualcosa». Armi nel garage del fratello di Riccardo Pasini, uno degli imputati, armi nella sede della tifoseria del Latina Calcio, «dove comandava Francesco Viola», cognato di Salvatore e Angelo Travali.

Mentre il poliziotto snocciola numeri e pistole Angelo Travali, detto Palletta, è in aula, da detenuto, attento e impassibile; è uno dei nomi che pesano in questo processo anche se tutta l’udienza ruota attorno alle minacce alla libertà di espressione. Il primo ad essere esaminato in apertura dell’udienza è stato Vittorio Buongiorno, giornalista de Il Messaggero che nell’autunno del 2014 fu avvicinato nel cortile dell’Oratorio San Marco da Gianluca Tuma che gli aveva contestato un articolo che il cronista aveva scritto qualche giorno prima in relazione ai presenti al funerale di Giovanni Giordano, tra cui, appunto, lo stesso Tuma, Cha Cha Di Silvio, i fratelli Travali con il padre Giuseppe detto Peppone. Copione simile per l’episodio che ha riguardato Matteo Palombo, uno studente che fu avvicinato da Costantino Di Silvio che gli chiese di cancellare un post. Palombo, sentito ieri in aula, ha ricostruito i fatti e la sequenza dei messaggi che gli arrivarono sul telefono, allegati agli atti del procedimento.

Fonte:https://www.latinaoggi.eu/


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