Rifiuti e denaro molto sporco, ecco la “quinta mafia” nel Lazio MARCO OMIZZOLO

Rifiuti e denaro molto sporco, ecco la “quinta mafia” nel Lazio
MARCO OMIZZOLO
18 agosto 2021 La Quinta Mafia”, edito da RadiciFuture, è un affresco che chiarisce la genesi ed evoluzione delle mafie in provincia di Latina, contro le retoriche diffuse di chi sostiene che esse sarebbero residuali o espressione solo di alcune “mele marce”

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa serie, tratteremo il tema del caporalato e del lavoro che diventa schiavitù, arricchendo padroni e padroncini.

… La ricostruzione esordisce con i primi anni Ottanta e termina con il 1994, ovvero con una fase in cui il processo di insediamento può considerarsi concluso. In quel decennio, tra accordi e guerre di mafia, emerge con chiarezza la centralità della dimensione politica e logistica che, partendo dal grande mercato ortofrutticolo di Fondi, ha permesso di sviluppare alti volumi di traffico anche di “generi” assai diversi da quelli agroalimentari. Emergono poi le prime risposte sul fronte della legalità che, pur assestando importanti colpi alle organizzazioni criminali, a lungo hanno dovuto “inseguirne” gli sviluppi…”.

Sono queste parte delle parole del Procuratore capo Cafiero De Raho, capo della Procura nazionale Antimafia, che aprono la riedizione aggiornata del libro “La Quinta Mafia”, edito da RadiciFuture. Un affresco che chiarisce la genesi ed evoluzione delle mafie in provincia di Latina, contro le retoriche diffuse di chi sostiene che esse sarebbero residuali o espressione solo di alcune “mele marce”.

 

La lunga sequela di fatti criminosi, di attentati e di affari condotti da tutte le maggiori mafie del Paese, serve per chiarire che in provincia di Latina le mafie non sono presenti solo da pochi anni e non sono riconducibili alla sola attività mafiosa di alcuni criminali o dei soli clan Ciarelli o Di Silvio. La presenza mafiosa pontina ha una storicità e si esprime mediante un network che ha imprigionato parte dello sviluppo del territorio. Di esempi se ne potrebbero fare a centinaia. Tra questi il business dei rifiuti, quello del cemento con lottizzazioni e interventi urbanistici in deroga o abusivi che hanno tentato di deturpare aree di grande pregio ambientale e storico, le agromafie e il caporalato, lo spaccio di droghe, il riciclaggio, la compravendita di voti fino ad arrivare ad ambiti più sofisticati come quello creditizio. A titolo di esempio vale l’indagine condotta a gennaio del 1983 dalla Polizia di Stato sulla Banca popolare di Gaeta, sottoposta dalla Banca d’Italia a gestione commissariale per le forti esposizioni che la portarono sull’orlo del fallimento. Buona parte dell’insolvenza era dovuta alle grosse somme concesse “in bianco” alla maxi discoteca Seven Up di Formia, gestita da Aldo Ferrucci, imprenditore campano trasferitosi nel Sud Pontino ma in realtà controllata, stando alla documentazione ufficiale e ai riscontri delle Forze dell’ordine, dal boss della camorra Antonio Bardellinoi. Carmine Schiavone, fondatore dei casalesi e poi pentito eccellente, riconoscerà (verbale di interrogatorio, 1996) l’interesse di Bardellino per il pontino già prima del suo trasferimento in questa provincia, a dimostrazione della capacità di programmazione ed espansione strategica delle mafie.

Il clan dei casalesi, peraltro, non ha mai smesso di interessarsi della provincia di Latina, ieri come oggi. Secondo Roberto Lessio, storico ambientalista, membro di Tempi Moderni e già assessore all’ambiente del Comune di Latina a guida dell’attuale Sindaco Coletta, afferma: “Già dalla fine degli anni Ottanta, oltre 40 anni fa, il clan dei Casalesi aveva acquistato terreni e casali dalle parti di Borgo Montello, a Latina. Furono sequestrati tutti nel 1996, quando iniziò a collaborare con la giustizia Carmine Schiavone. Ma poi furono dissequestrati proprio e solo quelli di fianco alla discarica e rivenduti a prezzo molto più alto circa dieci anni fa ad una delle due società di gestione dell’impianto. L’altra gestione della medesima discarica che da sempre sta inquinando pesantemente tutto il territorio, ancora oggi viene effettuata su altri terreni confiscati anni fa al faccendiere napoletano Giovanni De Pierro. Da questa seconda gestione (risalente a Manlio Cerroni) oggi lo Stato italiano, subentrato al faccendiere nella proprietà, sta incassando oltre 200mila euro l’anno per l’affitto di questi immobili”.

MAFIA E POLITICA A LATINA

Mafie, affari e politica sono una triade troppo spesso collaudata. Ne è convinto anche Giuseppe Pontecorvo, capo della Squadra Mobile della Questura di Latina, “le finalità di un’associazione mafiosa spaziano dalla classica realizzazione di un programma intrinsecamente illecito, come la commissione di delitti, fino al perseguimento di obiettivi in sé leciti, come la gestione ed il controllo di attività economiche, appalti e servizi, ovvero il procacciamento di voti in occasione di consultazioni elettorali. Un profilo che sembra caratterizzare alcune recenti inchieste è proprio quello relativo alla capacità di parte di taluni cosiddetti “colletti bianchi” di relazionarsi con appartenenti al mondo della criminalità organizzata, avvalendosi in questo caso della forza di intimidazione derivante dall’appartenenza di tali soggetti ai clan autoctoni di natura mafiosa operanti sul territorio di Latina. Solo a titolo esemplificativo, si è rilevato come politici ed imprenditori sarebbero ricorsi all’utilizzo del metodo mafioso per risolvere contrasti con altri imprenditori o accaparrarsi pacchetti di voti”.

 

Interessante nel testo è il paragrafo intitolato “Esplode il caso “Alvaro” ad Aprilia: “i boss dei telefonini” che riassume la vicenda di questa famiglia mafiosa a partire dall’arresto di cinque suoi componenti (il capostipite don Vincenzo e i suoi quattro fratelli) ad Aprilia. Il clan Alvaro, originario di Sinopoli, piccolo Comune calabrese, era titolare, nel 1993, della Comitel, società di telecomunicazioni alla quale la Sip aveva affidato il monopolio degli appalti nel Lazio. È un caso di cui pare essersi perduta la memoria ma che è utile invece ricordare per comprendere l’agire di un’imprenditoria mafiosa spregiudicata e con relazioni elevatissime. Coi cinque membri del clan Alvaro finiscono in carcere altri due calabresi, Luigi Infantino e Aldo Chizzoniti, entrambi residenti ad Aprilia, proprio come gli Alvaro, ma originari della provincia di Reggio Calabria. A incastrarli fu una frode fiscale scoperta dalla Guardia di Finanza. Nella zona a cavallo tra Aprilia e la provincia di Roma, la famiglia criminale era proprietaria di aziende agricole per migliaia di ettari. Ancora terra e ancora ‘ndrangheta, dunque. Sette anni dopo, l’undici luglio del 2000, tutti gli imputati (l’intera famiglia Alvaro, Infantino, Chizzoniti ed altri funzionari e dipendenti della Comitel) saranno assolti sia dall’accusa di associazione per delinquere che da una serie di reati finanziari, depenalizzati in base alle nuove leggi varate dal governo Berlusconi. Per chiarire la portata di questo affare mafioso, secondo alcune interrogazioni parlamentari, agli inizi degli anni ’70 per iniziativa di un dipendente INPS, un certo avvocato Paolo Del Monte, nasceva la società a responsabilità limitata Elettritalia operante nel settore delle telecomunicazioni per conto della Sip in tutta la provincia di Rieti. Dopo qualche anno Elettritalia si trasforma in Spa Telesud per poi diventare verso la fine degli anni ’80 Italreti. La Italreti, che opera in tutto il territorio della regione Lazio con circa 700 dipendenti, inizia a presentare i propri bilanci con forti perdite. Proprio nei primi mesi del 1989 la Italreti viene rilevata dalla famiglia Vincenzo e Antonio Alvaro. Sembra che l’azienda fosse stata acquistata solo per un miliardo e mezzo a fronte di un valore di circa 27 miliardi di lire. Nel maggio del 1990 la Italreti diventa Comitel Spa. Tale trasformazione inizia con una gestione aziendale a dir poco disastrosa sia dal punto di vista organizzativo che da quello amministrativo. Nei primi giorni del mese di marzo 1992, inoltre, ancora per volontà degli Alvaro, nasce una nuova società di nome Acet Srl con capitale di soli 190 milioni di lire. La Comitel nel frattempo presenta disavanzi spaventosi, debiti per circa 70 miliardi nei confronti dell’INPS e dell’INAIL, non paga i fornitori e nemmeno gli stipendi ai dipendenti per i mesi di aprile e maggio. La Sip, in quegli anni, forniva commesse per circa 100 miliardi l’anno per il solo Lazio a personaggi come gli Alvaro che, secondo la relazione presentata il 28 novembre 1991 dalla Commissione parlamentare antimafia, risultano “una famiglia affiliata alla ‘ndrangheta”. Secondo alcune indagini giornalistiche nella villa bunker di Aprilia degli Alvaro entravano importanti personaggi politici.

Ma non finisce qui. All’ex sindaco della Democrazia Cristiana di San Cosma, Antonio Cassetta, titolare di una impresa edile, subì invece una serie di intimidazioni e attentati: minacce telefoniche, auto rubate e la notte del 25 maggio del 1991 una sparatoria contro la sua abitazione, seguita dall’incendio dell’auto della moglie, Nicoletta D’Alterio, originaria di Qualiano (Napoli), amministratrice della Saci, una società di costruzioni autorizzata dal Comune di Castelforte, nel 1989, ad aprire un impianto di betonaggio in località Pantaniello, nella piana del Garigliano. Proprietario della Saci, sede a Marcianise, era il padre di Giovanni Santonicola, l’imprenditore campano legato alla camorra, ucciso e bruciato il 9 settembre del 1990 presso il Comune pontino di Spigno Saturnia, nell’ambito della guerra tra clan dell’Alto Casertano, come ritorsione dei Casalesi – secondo l’Antimafia e la Criminalpol – per l’omicidio di Alberto Beneduce e Armando Miraglia a Sessa Aurunca. Dopo le denunce di rito e dopo essere stato interrogato dai carabinieri, il 5 giugno il sindaco di allora Cassetta decise di rivolgersi ai giornali: “Sono stato minacciato più volte – dice – da una voce ‘non troppo anonima’, vicina, forse del luogo, che mi chiedeva 10 milioni, poi saliti a 15”. A tal proposito esistono anche delle registrazioni in mano ai Carabinieri. Ma non sono in pochi a collegare gli attentati e le intimidazioni alla “gestione dell’edilizia” nel territorio comunale e ai rapporti personali e di lavoro che Cassetta aveva con Giovanni Santonicola. C’è anche chi ricorda in particolare, a proposito della “gestione edilizia” molto discussa, il caso della società Progeco, un vasto complesso residenziale del valore di 4 miliardi di lire di allora, sul quale sono corse voci di una tangente di 200 milioni (il 5 per cento del valore finale) per poter completare i lavori senza problemi. Da Nord a Sud non c’è Comune pontino che non abbia visto nel proprio territorio mafiosi passeggiare tranquillamente, partecipare ai consigli comunali, farer affari e a volte vedere blitz importanti delle Forze dell’ordine. Come gli arresti compiuti dai Carabinieri di Latina nel 1989 in una villa di San Felice Circeo di Gennaro Pagnozzi (‘O Masto) e di Fiore Clemente (Sciurillo), considerati luogotenenti del clan Nuvoletta e, secondo gli inquirenti, legati al boss di San Giovanniello Arenaccia, Edoardo Contini. Oppure, gli affari del clan Moccia a partire da Anna Mazza, la nota “vedova della camorra”, madre di Angelo e Antonio Moccia, capi del clan omonimo di Afragola e successivamente al centro di inchieste giudiziarie per la loro presenza nella produzione dell’ortofrutta e relativa distribuzione. Non solo la documentazione giudiziaria dimostra la loro capacità di conquista del territorio ma le stesse dichiarazioni di Carmine Schiavone vanno in questa direzione. “Anche i clan Moccia e Magliulo – dichiara ufficialmente Schiavone – avevano realizzato consistenti investimenti nel sud pontino. Negli anni addietro i Moccia, tramite l’Avv. Tibaldi o Tebaldi, quello anziano, comprarono una grande azienda agricola che si trovava in territorio di Suio Terme, a margine del fiume Garigliano. I Magliulo hanno proprietà terriere ed hanno svolto lavori di svariati miliardi per conto delle Ferrovie dello Stato nelle tratte del sud del Lazio”.

VECCHIE E NUOVE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI DEL BASSO LAZIO

Insieme al contributo di De Raho, la Quinta Mafia ospita anche la postfazione di Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes, che afferma: “Le “nuove” mafie hanno in comune una dinamica di importazione di routine criminali dalle aree occupate da quelle tradizionali che, oltre a farsi la guerra, manifestano spesso la ricerca accordi trasversali finalizzati a co-gestire i relativi territori, contando su di alleanze locali con potentati che nascono “per contiguità” con il loro insediamento. Mafia, camorra e ’ndrangheta “a casa loro” quasi mai accettano intromissioni, ma nei nuovi territori sono invece disponibili alla cooperazione”.cè esattamente questo il centro della riflessione e delle ricostruzioni contenute nel testo. Alleanze drammaticamente potenti riconosciute anche al Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma all’assemblea per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2020: “…il territorio del Basso Lazio è stato oggetto di una espansione via via sempre più profonda e ramificata. Non soltanto ad opera di clan camorristici e del corrispondente insediamento dei relativi esponenti. Ma anche di cosche di ‘ndrangheta, la cui presenza si è con il tempo estesa e strutturata. Questo fino a determinare la compresenza su quel territorio di un coacervo di gruppi, la cui attività (…) ne ha segnato profondamente il tessuto economico-sociale ed anche politico”. Ancora oggi alcune attività imprenditoriali sono in mano prevalentemente alla camorra aversana e alle sub galassie casalesi. Ed infatti, ancora la D.D.A. afferma, con riferimento al 2020, “In tali territori anche la criminalità campana investe i proventi illeciti nelle più diversificate attività economiche. Attività quali la gestione di esercizi commerciali e di sale giochi e il mercato immobiliare. Oppure i servizi finanziari e di intermediazione, gli appalti pubblici…e ancora lo smaltimento di rifiuti, l’edilizia (con le collaterali attività di gestione di cave, di estrazione dei materiali inerti, etc.). Senza ovviamente tralasciare il settore degli stupefacenti. La parte meridionale della provincia di Roma, peraltro, è storicamente luogo di rifugio per i latitanti della camorra”. Altro che singoli mafiosi in vacanza o titolari di negozi e piccole ditte. “Il Sud Pontino si caratterizza – afferma ancora il Procuratore Generale – per la presenza di personaggi legati a vari gruppi criminali. Ad esempio esponenti delle ‘ndrine calabresi dei Bellocco, Tripodo, Alvaro e La Rosa – Garruzzo. Sono nel tempo risultate operative proiezioni delle cosche reggine Aquino-Coluccio di Marina di Gioiosa Jonica e Commisso di Siderno. Conferma dell’attualità del coinvolgimento di soggetti di matrice calabrese nei traffici di stupefacenti condotti nel pontino si è avuta con l’operazione “Selfie” del maggio 2019”. Ma il Pontino è anche terra di riciclaggio puro. Lo dimostra l’operazione Gerione della Guardia di Finanza del novembre 2019 che sequestra ad un pregiudicato contiguo alla ‘ndrangheta beni per oltre 10 milioni di euro. E per continuare con la mappatura di clan mafiosi nel Pontino, si ricordano: “Attivi elementi dei clan Casalesi, Bidognetti. Poi Bardellino, Moccia, Mallardo, Giuliano. Ancora Licciardi, Senese e Zaza. Per i sodalizi campani, vista la contiguità geografica, il sud pontino costituisce la naturale “area di delocalizzazione”. Sono praticati riciclaggio e reimpiego dei capitali nei settori dell’edilizia e del commercio. Con risorse investite soprattutto nel circuito agroalimentare e della ristorazione, nonché nell’acquisizione e nella gestione delle sale da gioco”. E ovviamente i clan rom, sinti e calderash. Anche in questo caso la relazione del 2020 è chiara: “Tutte le fasce sociali, indistintamente, erano sottomesse alla forza prevaricatrice ed intimidatoria della nota famiglia rom. Cittadini comuni, piccoli imprenditori, professionisti (commercialisti e avvocati). Financo gli stessi criminali comuni dovevano piegarsi alle regole criminali dettate dai Di Silvio.” I Di Silvio della provincia di Latina sono una mafia spietata e muscolare. Clemente Pistilli, giornalista di Repubblica che da anni racconta le storie mafiose del Pontino afferma: “quello di Latina sembra quasi un caso di scuola su come la criminalità di strada può trasformarsi in mafia. I clan rom, messe radici nel capoluogo pontino e fatti affari con l’usura, le estorsioni e lo spaccio di droga, hanno subito intessuto ottime relazioni con i colletti bianchi. Negli ultimi venti anni si sono trasformati in associazioni per delinquere e infine in associazioni mafiose, riuscendo pure, come emerso dalle indagini della Dda di Roma, a occuparsi della compravendita di voti e a decidere loro chi dovesse essere eletto. Il risultato è quello che un’ampia fetta del mondo politico è stata ridotta talmente a brandelli che fa fatica ad esprimere candidati validi e progetti veri”.

Ancora secondo Pontecorvo “nel corso degli anni le inchieste susseguitesi hanno dimostrato la presenza di gruppi criminali riconducibili a tutte le matrici delle criminalità organizzata storica. Nell’area del capoluogo, invece, per la prima volta è stata riconosciuta da sentenze ancora però non definitive, l’esistenza di un’associazione mafiosa “autoctona”, non legata ad altri gruppi criminali. In tale direzione, le successive indagini, condotte dalla Polizia Di Stato e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che si sono avvalse anche delle dichiarazioni dei primi collaboratori di giustizia del posto, stanno provando a far luce sull’organigramma e le attività illecite di agguerriti gruppi criminali, di etnia Rom, che da anni hanno imposto il loro dominio sulla città di Latina. Si tratta di organizzazioni che hanno una struttura piramidale solidissima, imperniata non soltanto sui legami familiari, attive soprattutto nel settore dell’usura e dell’estorsione oltre che nella gestione delle piazze di spaccio. In questo contesto, le inchieste sembrano evidenziare da parte di tali clan l’utilizzo di un metodo tipicamente e tradizionalmente mafioso, caratterizzato dalla prospettazione di ritorsioni, dal riferimento esplicito ad un clan di appartenenza, dall’affermazione di un controllo del territorio, anche attraverso azioni intimidatorie, da cui deriva il potere di imporre il “pizzo”, la protezione sia ad attività commerciali che a privati”.

Insomma la politica che fa accordi con la mafia fa a pezzi la propria dignità e ipoteca il futuro del territorio che amministra. Valeva negli anni Ottanta, come il libro ricorda e da cui è importante partire per comprendere l’evoluzione di questo fenomeno, e vale ancora oggi, nonostante gli sforzi di parte del mondo politico, imprenditoriale e soprattutto della Procura e delle Forze dell’ordine locali di arrestare boss, affiliati e affari mafiosi.

 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/


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