I talebani sono i nuovi narcos: eroina, miliardi e geopolitica

Il Corriere della Sera, 18 agosto 2021

I talebani sono i nuovi narcos: eroina, miliardi e geopolitica

Così la droga che producono finanzia la guerra e viene venduta in Usa e alle mafie mondiali e italiane

di Roberto Saviano

Non ha vinto l’islamismo, in queste ore, dopo oltre vent’anni di guerra. Ha vinto l’eroina. Errore è chiamarli miliziani islamisti: i talebani sono narcotrafficanti. Se si leggono i report dell’Unodc, l’ufficio droghe e crimine dell’Onu da almeno vent’anni, troverete sempre lo stesso dato: oltre il 90% dell’eroina mondiale è prodotta in Afghanistan. Questo significa che i talebani, insieme ai narcos sudamericani, sono i narcotrafficanti più potenti del mondo. Negli ultimi dieci anni hanno iniziato ad avere un ruolo importantissimo anche per l’hashish — producono non solo il fumo afgano, ma anche il charas — e la marijuana. Per quanto possa sembrarvi pretestuosa questa affermazione, di Afghanistan sentirete sempre parlare eludendo le dinamiche principali del conflitto, ignorando le fonti prime che finanziano la guerra, e spesso quindi vi sarete trovati a farvi un’idea su questa terra lontana sull’eterno conflitto mancando dell’elemento centrale: l’oppio.

La guerra in Afghanistan è una guerra dell’oppio. Prima delle scuole coraniche, dell’obbligo al burqa, prima delle spose bambine, prima, i talebani sono dei narcotrafficanti che portano un assoluto moralismo nel consumo delle droghe e nella coltivazione, che finsero di proibire nel 2001. Qui accade uno dei più gravi errori dell’amministrazione americana: nel 2002 il generale Franks, il primo a coordinare l’invasione in Afghanistan da parte delle truppe di terra americane, dichiarò: «Non siamo una task force antidroga. Questa non è la nostra missione». Il messaggio era rivolto ai signori dell’oppio, invitandoli a non stare con i talebani, dicendo che gli Stati Uniti avrebbero loro permesso la coltivazione. Lo stesso James Risen, nel 2009, scrisse sul New York Times un articolo dove segnalava che nella lista nera del Pentagono dei trafficanti di eroina da arrestare non venivano inseriti quelli che si erano schierati a favore delle truppe americane.

Le cose andranno male comunque, perché con la presenza militare americana gli affari dei contrabbandieri d’oppio che avevano bisogno di movimenti rapidi e veloci si vedono continuamente fermare, ispezionare, devono farsi autorizzare dai militari. I talebani invece riescono a ottenere rapidità di approvvigionamento e movimento, e non solo, iniziano a tassare il doppio i produttori che non lavorano per loro e a coltivare direttamente le proprie piantagioni. Non più quindi racket sulla coltivazione, ma diretta gestione del traffico. Questo l’avevano già iniziato a fare i mujaheddin, sostenuti dall’Occidente nella guerra contro i sovietici. I contadini non hanno alternativa: il Mullah Akhundzada, appena le truppe dell’Armata Rossa nel 1989 si ritirarono, capì che bisognava smettere di prendere il 10% come pizzo dai trafficanti di eroina, per essere direttamente loro, i guerriglieri di Dio, a gestire il traffico. Impose che tutta la valle di Helmand, a Sud dell’Afghanistan, fosse coltivata a oppio, e chiunque si fosse opposto, continuando a coltivare melograni o frumento prendendo sovvenzioni statali, sarebbe stato evirato. Il risultato fu la produzione di 250 tonnellate di eroina. Akhundzada oggi è indicato come il maggiore leader talebano, ed è uno dei trafficanti più importanti al mondo. Scalano le gerarchie interne (anche religiose) sempre di più i dirigenti talebani trafficanti rispetto a quello che accadeva un tempo, ossia dare incarichi e possibilità di comunicare ai dirigenti militarmente più capaci e alle figure religiose.

L’eroina talebana fornisce camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra, fornisce i cartelli russi, e rifornisce Cosa Nostra americana e tutte le organizzazioni di distribuzione in Usa a eccezione dei messicani che cercano di rendersi autonomi dall’oppio afgano (a fatica, perché l’eroina di Sinaloa è più costosa di quella afgana). Tramite la rotta Afghanistan—Pakistan—Mombasa (Kenya) i talebani riforniscono anche i cartelli di Johannesburg in Sudafrica, altro immenso mercato. Forniscono eroina ad Hamas, altra organizzazione che si finanzia (anche) con hashish ed eroina e che ha infatti comunicato: «Ci congratuliamo con il popolo islamico afghano per la sconfitta dell’occupazione americana su tutto il territorio dell’Afghanistan e con i talebani e la loro brava leadership per la vittoria che giunge al culmine di una lunga battaglia durata 20 anni». Queste sono apparentemente alleanze politico—ideologiche, in realtà patti criminali.

L’eroina talebana ha creato un asse importantissimo con la mafia di Mumbai, la D Company di Dawood Ibrahim, il sovrano dei narcos indiani protetto da Dubai e dal Pakistan e che è il vero distributore dell’oro afgano. Il mercato cinese ancora non è conquistato ma l’ambizione talebana guarda a Est, a prendersi anche il Giappone (la Yakuza si rifornisce in Laos, Vietnam e Birmania) e soprattutto le Filippine, che hanno un mercato florido e da sempre sono in rotta con l’eroina birmana. Quest’ultima come l’eroina cinese è direttamente gestita dai militari e quindi può contare su una produzione veloce ed efficiente che spesso i cartelli costretti alle tangenti e alle mediazioni non riescono ad ottenere.

Il massimo storico stimato per la produzione di oppio è stato raggiunto nel 2017, con 9.900 tonnellate, per un valore di circa 1,4 miliardi di dollari ma, come riferisce l’Unodc, se si tiene conto del valore di tutte le droghe – hashish, marijuana ed eroina — l’economia illecita complessiva del paese, quell’anno, sale a 6,6 miliardi di dollari. Gretchen Peters, la reporter che ha seguito da vicino il legame tra eroina e talebani, osserva nel suo libro Semi di Terrore: «Il più grande fallimento nella guerra al terrorismo non è che Al—Qaida si stia riorganizzando nelle aree tribali del Pakistan e probabilmente pianificando nuovi attacchi all’Occidente. Piuttosto, è la spettacolare incapacità delle forze dell’ordine occidentali di interrompere il flusso di denaro che tiene a galla le loro reti». La guerriglia colombiana delle Farc riuscì a tenere testa all’esercito occupando il 26% del territorio, e la propria forza economica si basava sulla cocaina. Benché le due guerriglie e le due vicende non siano comparabili, è fondamentale capire che le narcoguerre non possono vincersi con interventi di occupazione, e nemmeno con la classica guerra alla droga: bruciare piantagioni, punire coltivatori, arrestare trafficanti.

I talebani hanno cambiato lo scacchiere internazionale. Cosa Nostra e i marsigliesi, dagli anni Sessanta agli anni Duemila, importavano l’eroina dal sud-est asiatico; il monopolio dell’oppio era in Indocina, nel triangolo d’oro Birmania-Laos-Thailandia. Ora i talebani hanno preso il loro posto, lasciando un mercato residuale al sud-est asiatico, una fetta di mercato che va dall’1% al 4%. Gli Stati Uniti, rendendosi conto che i signori dell’oppio li stanno tradendo e che i sovrani del traffico sono diventati i talebani, spenderanno 8 miliardi (fonte: Reuters) per sradicare le piantagioni di papavero: errore fatale, perché i contadini afgani non poterono che schierarsi con gli studenti coranici — è bene ricordare che questo significa talebano. È paradossale: gli Stati Uniti combattevano investendo miliardi di dollari contro una guerriglia, che si finanziava vendendo eroina proprio ai suoi cittadini. Il primo e il secondo mercato di eroina in Europa sono Regno Unito e Italia. I governi occidentali ignorano il dibattito sulle droghe ormai da tempo immemore.

La droga non è un semplice vizio o una deriva immorale: la qualità del vivere peggiora, la competizione distrugge la serenità. Sia il privilegiato occidentale che il disperato contadino mediorientale accedono alle droghe: senza di esse, l’insostenibilità della vita li schiaccerebbe. Mentre l’anno scorso la pandemia di Covid-19 infuriava, la coltivazione del papavero è aumentata del 37% (fonte: Unodc). Più vivere in questo mondo diventa inumano, più aumenterà la necessità di droga, più i trafficanti ricaveranno profitto.

Regola su cui non troverete nessun dibattito in queste ore. Ma i talebani non vendono solo ai cartelli: senza oppio non si possono realizzare farmaci analgesici. Senza oppio, niente morfina né codeina. Ora, le case farmaceutiche comprano oppio da produttori autorizzati, ma questi ultimi sempre più spesso comprano da società indiane che si approvvigionano direttamente dall’Afghanistan. I talebani decidono anche delle nostre anestesie e dei nostri psicofarmaci. Nel 2005, l’allora presidente Karzai aveva sentenziato: «O l’Afghanistan distrugge l’oppio, o l’oppio distruggerà l’Afghanistan». È andata esattamente come prevedeva la sua seconda ipotesi. Ma Karzai stesso era uno dei signori dell’oppio, e gran parte dei proclami erano solo una facciata. L’ex presidente è stato uno dei maggiori proprietari di raffinerie di oppio afgano. In realtà, stava dicendo: «Distruggeremo l’oppio gestito dai talebani e terremo il nostro». Insomma, dal monopolio di questo stupefacente non è possibile prescindere, hanno solo vinto i trafficanti migliori.

Le nuove generazioni di talebani sono identiche alle vecchie con una sostanziale differenza: i vecchi talebani vedevano i mujaheddin antisovietici come eroi, i nuovi talebani vedono come riferimento i grandi trafficanti, coloro che hanno cambiato le sorti della guerra (e le proprie) con l’oppio. I talebani utilizzano la legge islamica per creare un regime autoritario, necessario ai loro traffici; vietano la musica e l’ombretto mentre la droga, fino a vent’anni fa, la vendevano solo fuori dai confini: c’è stato un cambio di rotta. Ora vendono anche internamente. La tossicodipendenza in Afghanistan è un’epidemia che nessuno ha preso in considerazione e che cresce di anno in anno, e i talebani ne approfittano: le giovani reclute sono riempite di hashish — e questo è il meno —, ma vengono anche date possibilità di accedere all’eroina: entra nei nostri gruppi e potrai farti, è il non detto (impensabile vent’anni fa) dei caporali talebani. Quando ormai si riducono a larve, li gettano come zombie consumati.

L’Afghanistan si è trasformato in un narcostato, la cui unica possibilità di fuga è provare a consumare pasta base di eroina e taglio. Eroina da vendere ed eroina da distribuire per annichilire qualsiasi alternativa. Guardando l’esercito americano, i suoi blindati e i suoi elicotteri, vi sarà sembrato un’armata ricchissima contro pastori dalle barbe lunghe e dai coltelli arrugginiti. Ebbene, gli Stati Uniti hanno speso 80 miliardi in vent’anni di guerra per addestrare un esercito afgano, creare ufficiali, truppe, poliziotti e giudici locali; i talebani, in vent’anni, hanno guadagnato oltre 120 miliardi dall’oppio. Quale era l’esercito più ricco? Con chi conveniva stare? I talebani vincitori non avranno pace. I prossimi nemici saranno gli iraniani.

L’Iran ha bisogno di eroina esattamente come di benzina, e l’eroina consumata a Teheran viene tutta dall’Afghanistan. I trafficanti iraniani vogliono poter controllare l’eroina afgana, poter essere loro e non più i turchi, i libanesi (e i kurdi) a essere i mediatori con l’Europa. Vogliono non avere solo Hezbollah come strumento del traffico di hashish ed eroina, vogliono controllare l’oppio afgano e i talebani a breve saranno nemici da sconfiggere per sostituirli con i loro uomini. L’Iran è un paese divorato dall’epidemia d’eroina ma questa è un’altra storia. Rimane tra me e il mio lettore un patto: chiamare i talebani con il loro nome, narcotrafficanti.

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