A 28 anni dall’omicidio del cronista Beppe Alfano disposte nuove indagini a Messina per trovare tutti i mandanti

Il Corriere della Sera, 24 dicembre 2020

A 28 anni dall’omicidio del cronista Beppe Alfano disposte nuove indagini a Messina per trovare tutti i mandanti

La Gip di Messina ha dato altri mesi di tempo ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia per scoprire possibili ulteriori mandanti del cronista ucciso dalla mafia nel 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, nel Messinese. Archiviazione per due indagati

di Alessio Ribaudo

A distanza di quasi 28 anni si continuerà a cercare di ricostruire la verità sull’omicidio di Beppe Alfano ammazzato da Cosa nostra a Barcellona Pozzo di Gotto, nel Messinese, dopo i suoi servizi televisivi scottanti con i quali denunciava abusi, inadempienze, intrecci fra politica e massonerie deviate, faide fra le cosca barcellonese e sprechi nelle pubbliche amministrazioni. Un cronista scomodo che questo mestiere non lo faceva neanche di professione visto che era un apprezzato insegnante di Educazione tecnica. Anzi, lui che con tanta passione scavava nel malaffare e lo raccontava senza indugi non era neanche iscritto all’Ordine dei giornalisti quando fu ucciso, la notte dell’8 gennaio del 1993, con tre colpi di pistola «calibro 22» mentre si trovava ancora sulla sua auto a cento metri da casa. Erano le 22, stava rientrando insieme alla moglie Mimma Barbaro ma vide qualcosa di strano e disse alla moglie di entrare in casa che lui aveva da fare. Poi andò incontro alla morte. La notizia dell’omicidio la ricevette tragicamente una dei tre figli: Sonia, all’epoca ventunenne, studentessa di Giurisprudenza. Dopo aver tentato tante volte di raggiungere telefonicamente il padre, fu contattata dai giornalisti della redazione de La Sicilia di Messina con la quale collaborava da qualche anno. Non riuscivano a contattare Beppe per dirgli di correre a due passi da casa sua perché c’era stato un omicidio ma la polizia non aveva ancora diffuso il nome della vittima. Chiedevano che, come spesso accadeva, arrivasse per primo sul posto per scrivere un articolo velocemente per la prima edizione. Prima di chiudere la telefonata la doccia gelata. La figlia sente un redattore urlare: «La vittima si chiama Alfano ma non sanno il nome». Purtroppo era proprio Beppe.

Il nuovo mandato a indagare

Adesso sull’ottavo giornalista siciliano ammazzato dalla mafia — l’iscrizione all’albo gli fu concessa alla memoria dall’Ordine regionale — la Gip di Messina, Valeria Curatolo, ha dato mandato alla Direzione distrettuale antimafia di Messina di continuare a indagare per altri sei mesi per l’«individuazione di possibili ulteriori mandanti dell’omicidio, rispetto a Beppe Gullotti». Nel 2006, il boss fu condannato a 30 anni mentre il carpentiere Nino Merlino, ritenuto il killer di Alfano, ricevette 21 anni. Nel corso di tutti questi anni, però, tanti dubbi sono rimasti sullo sfondo fra tentativi di depistaggi; file cancellati e poi riemersi dal suo computer che riguardavano mafia e massoneria; l’arma del delitto. Senza considerare nuovi scenari che emergono da altri processi in corso. Tanto che di recente, proprio Gullotti ha chiesto e ottenuto la revisione del processo che ha portato alla sua condanna a trent’anni. Intanto gli ulteriori accertamenti disposti dal Gip, con filoni di indagini delineati e audizioni, riguardano «la sussistenza di rapporti tra Mario Mariani e Rosario Cattafi» e la pistola calibro 22 della «North American Arms», che si sospetta essere passata di mano fra Barcellona Pozzo di Gotto e Milano «possa coincidere con quella utilizzata per l’omicidio di Beppe Alfano», che sarebbe passata di mano in mano, tra Barcellona e Milano. Disposta anche una ulteriore perizia balistica sui proiettili rinvenuti sul luogo del delitto per accertare se «siano compatibili con quelli di provenienza da un revolver calibro 22 “North American arms” a tamburo». Un’arma decisamente strana per un delitto così eclatante visto che è di piccole dimensioni e che i produttori consigliano «come seconda arma o arma da “borsetta” per chi desidera avere una sicurezza in più. Vista l’originalità della realizzazione meccanica può essere indicato come esemplare in una collezione di armi di piccole dimensioni».

Le archiviazioni e le reazioni

Con lo stesso procedimento il Gip, secondo la Gazzetta del Sud, ha accolto la richiesta della procura di Messina di archiviare le indagini su Stefano Genovese e Basilio Condipodero, accusati di essere esecutori materiali del delitto, ritenendo «non adeguatamente riscontrate le propalazioni» del pentito Carmelo D’Amico che li accusava. «La Gip ha archiviato le posizioni meno rilevanti ma la vera notizia è che invece ha disposto una proroga delle indagini a carico di Rosario Cattafi e soprattutto che ha disposto degli accertamenti che mai nessun giudice fino ad oggi aveva mai richiesto — spiega la figlia Sonia Alfano, che da eurodeputata fra il 2009 e il 2014 fu presidente della commissione speciale sulla criminalità organizzata, la corruzione e il riciclaggio di denaro —. Sono accertamenti molto precisi, nel senso che si manifesta la volontà di far luce sulla calibro 22 che ha ucciso mio padre. Nonostante abbiano tentato per decenni di massacrare la mia credibilità e la mia immagine, oggi questo disposto per la prima volta non solo cementifica le mie impressioni e sensazioni, ma soprattutto apre uno spiraglio nei confronti della giustizia da parte nostra». La figlia del cronista è fiduciosa: «Assolutamente sì anche perché se non ci credo io e non ci crede la mia famiglia, allora è finita… perché non c’è nessun altro che si adopererà per dare giustizia a mio padre».

Chi era

Un padre che faceva del giornalismo di provincia, quello dove le notizie non arrivano attraverso comunicati o lanci d’agenzia ma si trovano consumando le suole delle scarpe, un vanto. Era considerato con la schiena dritta, incorruttibile. La figlia Sonia che spesso collaborava per le inchieste del padre ricorda: «ci confrontavamo spesso e qualche giorno prima del suo omicidio, una sera, tornato a casa, mi chiamò nel suo ufficio e mi raccontò che gli avevano offerto dei soldi per lasciar perdere un’inchiesta che stava seguendo e che l’avrebbero ammazzato se non avesse accettato». Alfano poteva essere zittito solo così. Aveva una precisione minuziosa e, grazie alla rete di informatori, aveva disegnato anche l’organigramma delle cosche di Barcellona e di quell’area del Messinese. In modo così minuzioso che i suoi reportage sono stati utilizzati come traccia anche dagli inquirenti nel contrasto alle cosche emergenti degli anni Novanta. Un giornalista che non si poteva né intimidire né comprare. Un uomo che per tutta la vita ha cercato di scoprire verità nascoste ai più ma che, paradossalmente, sul suo omicidio ancora questa verità è avvolta nei dubbi.

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