Riforma del processo penale e sistema carcerario: mafie alleate e vincenti, Stato diviso e perdente

Riforma del processo penale e sistema carcerario: mafie alleate e vincenti, Stato diviso e perdente

22 Aprile 2020

Di Cesare Sirignano

In questi giorni così drammatici e tra una conferenza stampa e l’altra dai numeri ancora allarmanti, non mancano anche momenti di riflessione su quanto accaduto e su quello che prevedibilmente accadrà.

Il primo pensiero non può che andare alle vittime, anziani, medici, infermieri, autisti di ambulanze, ma anche giovani atleti e persone comuni. Sul nostro paese, ma non solo, si è abbattuta una maledizione, una tragedia epocale senza eguali e dalle conseguenze addirittura più nefaste delle guerre.

Un virus che aggredisce tutti e ovunque, senza alcuna distinzione; anzi forse sì, una sola, sembra non preferire il corpo delle persone di sesso femminile. Tanti anziani, troppi. Una tristezza immensa. Nonni e nonne sono andati via senza poter salutare i loro familiari, strappati alla vita e volati verso il cielo da un giorno all’altro. Non c’è morte più dolorosa.

Ma non è tutto. Il virus con la sua forza pervasiva, quasi come quella della mafia, ci ha costretti a vivere ristrettì tra quattro mura a desiderare ciò che prima ritenevamo scontato ed irrinunciabile. Una passeggiata, una chiacchierata con gli amici, abbracci e baci, un pizza, un caffè, una giornata al mare a sognare con lo sguardo al cielo.

Siamo agli arresti domiciliari ingabbiati da paure e da incertezze, bombardati da notizie che dalla catastrofe passano all’ottimismo di una riapertura di tutto e prima possibile. Ma poi tutto rimane così com’è. E del resto non v’è soluzione alternativa che si presenti razionale e lungimirante. Dobbiamo osservare le regole auspicando che il sacrificio di libertà serva a contenere i contagi e soprattutto a ridurre le vittime, i più deboli, che attendono la visita o la telefonata dei loro cari per riempiere le giornate che non passano mai.

Ciò che è accaduto merita più che una riflessione. Occorrerà verificare se siano state l’imprevedibilità e la cecità del virus a colpire al cuore la nostra società azzerando una generazione, proprio quella più debole e bisognosa di protezione, o l’incapacità di chi avrebbe dovuto assicurare loro le più efficaci misure di tutela.

Ma non è ancora tempo di processi.

Anzi a proposito di processi, negli ultimi giorni siamo stati più volte sollecitati a riflettere sulla giustizia, sulla situazione delle carceri e soprattutto sul sovraffollamento.

L’emergenza sanitaria ed i primi contagi anche nelle case circondariali impongono, di certo, l’adozione di misure finalizzate ad evitare la diffusione del contagio e la escalation di proteste e di violenze.

Ma anche in relazione al sovraffollamento ed alle condizioni carcerarie, più volte e da tempo, ritenute lesive della dignità della persona, bisognerebbe riflettere e bisogna iniziare a farlo seriamente.

In gioco vi sono valori fondamentali.

Cosa fare di fronte al drammatico progredire della epidemia anche nelle carceri?

Ebbene le tesi sono varie e tutte meritevoli di egual rispetto e considerazione. E pur tuttavia occorre chiedersi il motivo per cui dopo anni ed anni di discussione e di rimproveri internazionali sulla grave situazione carceraria non si sia fatto nulla per l’edilizia carceraria, per aumentare il numero del personale di polizia penitenziaria e per fornire di adeguate professionalità le strutture che hanno il difficile compito di valutare la riabilitazione dei detenuti. Pochi infermieri, pochi medici pochi macchinari negli ospedali ma anche pochi poliziotti, pochi specialisti e carceri Insufficienti ad accogliere la massa di detenuti.

Anche nel settore giustizia come in quello sanitario i problemi sono stati accantonati e mai risolti aprendo spesso le porte a soluzioni di emergenza non sempre comprensibili.

Non è tempo di processi ma sono anni che le carceri scoppiano, non certo da un mese.

Come già scritto e pubblicato sono tante le cose da fare e senza più indugi. La soluzione, non può essere sempre quella di aprire le porte del carcere e tanto meno quando, pur in presenza di valide argomentazioni, le violenze e le minacce dentro e fuori dal carcere trasformano il problema in un fatto criminale con morti e violenze nei confronti degli agenti di polizia.

Sono stati requisiti alberghi per ospitare i contagiati lievi, sono stati stanziati fondi per acquistare d’urgenza macchinari e mascherine. Un virus è stato capace di tutto questo. Non v’è dubbio che lo Stato abbia il dovere di garantire condizioni di vita dignitose anche ai criminali nelle carceri e di assicurare che non siano contagiati senza potersi difendere dalla minaccia del virus. Ma i problemi di questo paese non possono essere risolti con il sacrificare il pur legittimo potere-dovere punitivo dello Stato e del pari importante potere- dovere di svolgere i necessari accertamenti sulla effettiva riabilitazione e resipiscenza dei detenuti. Ancora una volta le situazioni emergenziali e l’inefficienza dello Stato protrattasi per decenni vengono immediatamente sfruttate dai criminali per forzare il sistema e per ottenere ciò che invece avrebbero dovuto guadagnare sul campo.

Il problema non è di poco conto atteso che l’emergenza sanitaria ed edilizia hanno creato le condizioni per scarcerazioni di criminali provocando reazioni di sconcerto in alcune fasce di popolazione.

Purtroppo il messaggio che si lancia con i provvedimenti emergenziali non è di umanità ma di inefficienza dello Stato, incapace per decenni di affrontare e risolvere problemi segnalati più volte anche dagli organismi internazionali.

La sicurezza dei cittadini, la giustizia, la dignità dei detenuti, sono valori che non possono entrare in perenne conflitto tra loro.

Ciò che un virus o la mafia riescono a smuovere in pochi giorni, anche lo Stato deve dimostrare di essere in grado di fare senza essere spinto dall’emergenza.

Ecco allora impegniamoci a costruire nuove carceri in modo da evitare che una nuova emergenza possa costituire valido argomento per trasformare criminali in vittime e le persone perbene in spettatori inermi.

Ritornando al discorso sulla giustizia, un famoso economista americano in una recente intervista ha rivolto gli italiani l’invito a riflettere su come l’inefficienza del sistema si rifletta sulle grandi potenzialità del nostro paese. Secondo Luttwak mancherebbe in Italia una magistratura europea, I tempi dei giudizi civili e penali sono troppo lunghi, i giudici guadagnano troppo e producono poco. I procuratori decidono ciò che vogliono e non vogliono perseguire, ma non sono sottoposti al controllo politico. La magistratura italiana è una casta ed è proprio questo il motivo per cui un paese come l’Italia dalle potenzialità enormi è costretto a mendicare aiuti. Una intervista molto dura e francamente ingenerosa ma soprattutto una analisi tendenziosa. Con questo sistema e con queste risorse la magistratura può fare molto ma non tutto. Può fare bene, approfondire, ma non presto.

Tuttavia una riflessione seria sulla giustizia in Italia è necessario davvero farla senza cercare colpe o inefficienze, senza esasperare i toni o puntare il dito.

Anche in questo settore occorre cambiare rotta ed anche in fretta liberandosi di ideologie non sempre utili alla causa del rinnovamento.

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CRONACHERiforma del processo penale e sistema carcerario: mafie alleate e vincenti, Stato diviso e perdenteCesare SirignanoPubblicato 5 ore fa del 22 Aprile 2020Di Cesare Sirignano

 

In questi giorni così drammatici e tra una conferenza stampa e l’altra dai numeri ancora allarmanti, non mancano anche momenti di riflessione su quanto accaduto e su quello che prevedibilmente accadrà.

Il primo pensiero non può che andare alle vittime, anziani, medici, infermieri, autisti di ambulanze, ma anche giovani atleti e persone comuni. Sul nostro paese, ma non solo, si è abbattuta una maledizione, una tragedia epocale senza eguali e dalle conseguenze addirittura più nefaste delle guerre.

 

 

Un virus che aggredisce tutti e ovunque, senza alcuna distinzione; anzi forse sì, una sola, sembra non preferire il corpo delle persone di sesso femminile. Tanti anziani, troppi. Una tristezza immensa. Nonni e nonne sono andati via senza poter salutare i loro familiari, strappati alla vita e volati verso il cielo da un giorno all’altro. Non c’è morte più dolorosa.

Ma non è tutto. Il virus con la sua forza pervasiva, quasi come quella della mafia, ci ha costretti a vivere ristrettì tra quattro mura a desiderare ciò che prima ritenevamo scontato ed irrinunciabile. Una passeggiata, una chiacchierata con gli amici, abbracci e baci, un pizza, un caffè, una giornata al mare a sognare con lo sguardo al cielo.

Siamo agli arresti domiciliari ingabbiati da paure e da incertezze, bombardati da notizie che dalla catastrofe passano all’ottimismo di una riapertura di tutto e prima possibile. Ma poi tutto rimane così com’è. E del resto non v’è soluzione alternativa che si presenti razionale e lungimirante. Dobbiamo osservare le regole auspicando che il sacrificio di libertà serva a contenere i contagi e soprattutto a ridurre le vittime, i più deboli, che attendono la visita o la telefonata dei loro cari per riempiere le giornate che non passano mai.

Ciò che è accaduto merita più che una riflessione. Occorrerà verificare se siano state l’imprevedibilità e la cecità del virus a colpire al cuore la nostra società azzerando una generazione, proprio quella più debole e bisognosa di protezione, o l’incapacità di chi avrebbe dovuto assicurare loro le più efficaci misure di tutela.

Ma non è ancora tempo di processi.

 

 

Ambulanze ad alto contenimento biologico. Ospedale Cotugno di Napoli

 

Anzi a proposito di processi, negli ultimi giorni siamo stati più volte sollecitati a riflettere sulla giustizia, sulla situazione delle carceri e soprattutto sul sovraffollamento.

L’emergenza sanitaria ed i primi contagi anche nelle case circondariali impongono, di certo, l’adozione di misure finalizzate ad evitare la diffusione del contagio e la escalation di proteste e di violenze.

Ma anche in relazione al sovraffollamento ed alle condizioni carcerarie, più volte e da tempo, ritenute lesive della dignità della persona, bisognerebbe riflettere e bisogna iniziare a farlo seriamente.

In gioco vi sono valori fondamentali.

Cosa fare di fronte al drammatico progredire della epidemia anche nelle carceri?

Ebbene le tesi sono varie e tutte meritevoli di egual rispetto e considerazione. E pur tuttavia occorre chiedersi il motivo per cui dopo anni ed anni di discussione e di rimproveri internazionali sulla grave situazione carceraria non si sia fatto nulla per l’edilizia carceraria, per aumentare il numero del personale di polizia penitenziaria e per fornire di adeguate professionalità le strutture che hanno il difficile compito di valutare la riabilitazione dei detenuti. Pochi infermieri, pochi medici pochi macchinari negli ospedali ma anche pochi poliziotti, pochi specialisti e carceri Insufficienti ad accogliere la massa di detenuti.

Anche nel settore giustizia come in quello sanitario i problemi sono stati accantonati e mai risolti aprendo spesso le porte a soluzioni di emergenza non sempre comprensibili.

 

 

 

Non è tempo di processi ma sono anni che le carceri scoppiano, non certo da un mese.

Come già scritto e pubblicato sono tante le cose da fare e senza più indugi. La soluzione, non può essere sempre quella di aprire le porte del carcere e tanto meno quando, pur in presenza di valide argomentazioni, le violenze e le minacce dentro e fuori dal carcere trasformano il problema in un fatto criminale con morti e violenze nei confronti degli agenti di polizia.

Sono stati requisiti alberghi per ospitare i contagiati lievi, sono stati stanziati fondi per acquistare d’urgenza macchinari e mascherine. Un virus è stato capace di tutto questo. Non v’è dubbio che lo Stato abbia il dovere di garantire condizioni di vita dignitose anche ai criminali nelle carceri e di assicurare che non siano contagiati senza potersi difendere dalla minaccia del virus. Ma i problemi di questo paese non possono essere risolti con il sacrificare il pur legittimo potere-dovere punitivo dello Stato e del pari importante potere- dovere di svolgere i necessari accertamenti sulla effettiva riabilitazione e resipiscenza dei detenuti. Ancora una volta le situazioni emergenziali e l’inefficienza dello Stato protrattasi per decenni vengono immediatamente sfruttate dai criminali per forzare il sistema e per ottenere ciò che invece avrebbero dovuto guadagnare sul campo.

Il problema non è di poco conto atteso che l’emergenza sanitaria ed edilizia hanno creato le condizioni per scarcerazioni di criminali provocando reazioni di sconcerto in alcune fasce di popolazione.

Purtroppo il messaggio che si lancia con i provvedimenti emergenziali non è di umanità ma di inefficienza dello Stato, incapace per decenni di affrontare e risolvere problemi segnalati più volte anche dagli organismi internazionali.

 

 

 

La sicurezza dei cittadini, la giustizia, la dignità dei detenuti, sono valori che non possono entrare in perenne conflitto tra loro.

Ciò che un virus o la mafia riescono a smuovere in pochi giorni, anche lo Stato deve dimostrare di essere in grado di fare senza essere spinto dall’emergenza.

Ecco allora impegniamoci a costruire nuove carceri in modo da evitare che una nuova emergenza possa costituire valido argomento per trasformare criminali in vittime e le persone perbene in spettatori inermi.

Ritornando al discorso sulla giustizia, un famoso economista americano in una recente intervista ha rivolto gli italiani l’invito a riflettere su come l’inefficienza del sistema si rifletta sulle grandi potenzialità del nostro paese. Secondo Luttwak mancherebbe in Italia una magistratura europea, I tempi dei giudizi civili e penali sono troppo lunghi, i giudici guadagnano troppo e producono poco. I procuratori decidono ciò che vogliono e non vogliono perseguire, ma non sono sottoposti al controllo politico. La magistratura italiana è una casta ed è proprio questo il motivo per cui un paese come l’Italia dalle potenzialità enormi è costretto a mendicare aiuti. Una intervista molto dura e francamente ingenerosa ma soprattutto una analisi tendenziosa. Con questo sistema e con queste risorse la magistratura può fare molto ma non tutto. Può fare bene, approfondire, ma non presto.

Tuttavia una riflessione seria sulla giustizia in Italia è necessario davvero farla senza cercare colpe o inefficienze, senza esasperare i toni o puntare il dito.

Anche in questo settore occorre cambiare rotta ed anche in fretta liberandosi di ideologie non sempre utili alla causa del rinnovamento.

 

 

 

Il sistema penale va ripensato. Occorre introdurre riti veloci per i reati bagattellari e limitare i dibattimenti a quelli più gravi e con esigenze probatorie più complesse.

Occorre dare risposte celeri e celebrare i processi nel più breve tempo possibile.

Nel settore civile occorre liberare risorse, informatizzare il sistema ed aumentare il numero dei giudici.

La giustizia italiana ha la fortuna di potersi giovare di magistrati preparati e laboriosi ma il numero dei procedimenti che quotidianamente alimentano il carico di lavoro che grava su ciascuno di loro rende impossibile garantire una giustizia rapida.

Insomma c’è tanto da fare ma bisogna pur iniziare e l’emergenza sanitaria ed economica determinata da un virus possono costituire l’occasione giusta solo se si vuol coglierla.

Il pericolo, più che concreto, che la mafia si impossessi delle nostre libertà messe in pericolo dall’inefficienza dello Stato è fin troppo elevato per aspettare ancora.

Alcuni settori dell’economia sono già stati monopolizzati dalle organizzazioni mafiose con cartelli ed alleanze funzionali alla acquisizione del controllo del mercato.

Le mafie si alleano per essere vincenti, le formazioni politiche di dividono su temi centrali. Le mafie investono e prestano soldi senza garanzie e bussano alle porte dei più bisognosi con buste della spesa con i beni di prima necessità, lo stato tarda ad aiutare i più deboli.

Le mafie non parlano, agiscono e rapidamente, lo stato discute spesso troppo ed in modo contraddittorio e stenta ad essere efficiente.

Insomma le nostre libertà sono in pericolo più che mai. Il tempo per riflettere è terminato.

Insomma cambiare

Fonte:https://www.juorno.it/


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