“LIBERA” NON È POI COSÌ LIBERA: L’ANTIMAFIA CHE CAMBIA ROTTA TRA FORMIA E LATINA, SE NE VANNO A DECINE

10 Aprile 2019

Adriano Pagano

Sono trascorse tre settimane dalla consueta celebrazione nazionale della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzata da Libera e arrivata alla 24esima edizione, in questa provincia andata in scena a Formia, dove 6mila persone da Comuni diversi si sono riunite per sfilare in corteo. E la scelta di Formia non è stata chiaramente casuale, così come non lo era la presenza del Prefetto di Latina, Maria Rosa Trio, del presidente dell’Osservatorio sulla Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio, Gianpiero Cioffredi, dell’arcivescovo di Gaeta, Luigi Vari e di tanti sindaci del comprensorio, compreso chiaramente quello di casa, Paola Villa, protagonista della commissione regionale antimafia andata in scena appena un mese prima nella quale ha denunciato la massiccia presenza di organizzazioni criminali in città, raccontando fatti e nomi, mentre per altri è stata solo una semplice passerella nella quale mostrare la consueta, anche questa, antimafia di facciata.

E in effetti il sudpontino, meglio nota come la Provincia di Casale – con i suoi cognomi pesanti, la presenza fissa nelle relazioni antimafia, un passato oscuro, i collegamenti diretti con il clan dei Casalesi, le decine di famiglie ai vertici del crimine organizzato di stampo camorristico residenti in città, i rapporti con la politica non solo locale, gli arresti, i sequestri e una lunga scia di fatti di cronaca isolati ma violentissimi, dai chiari connotati di matrice camorristica -, è stato negli ultimi anni il palcoscenico ideale dove organizzare dibattiti pubblici nelle piazze, manifestazioni a tema, flash-mob di protesta, attività di incontro nelle scuole, in particolare tra Formia e Itri, dove Libera è stato il principale soggetto ideatore e promotore di confronti ormai del tutto ridimensionati e ridotti all’osso, non ce ne voglia chi oggi continua a mettere il proprio impegno nell’associazionismo e nel volontariato, come ad onor di cronaca fatto pure pochi giorni prima del corteo formiano dal locale presidio – oggi allargato e che abbraccia tutto il sudpontino e dedicato a don Cesare Boschin – quando ha organizzato la Festa del Tesseramento 2019, presso la sala Falcone e Borsellino alla presenza del vice Questore di Latina Cristiano Tatarelli. Al netto di questa doverosa premessa, però, è chiaro a tutti che qualcosa è successo.

Perché sono bastati pochi mesi per assistere allo smantellamento delle due sezioni più numerose e operative di Libera in provincia di Latina e probabilmente in tutto il Lazio. Circa un centinaio di persone hanno abbandonato l’attivismo, perlomeno all’interno dell’organizzazione di don Luigi Ciotti, privati delle guide e dei referenti, fuoriusciti poco prima, che sul territorio erano stati capaci di aggregare l’interesse per l’adesione di cittadini contro le mafie e coltivare un largo consenso grazie a numerose iniziative. Basti pensare che a pochi mesi dal loro primo appuntamento pubblico nel luglio del 2016 (per parlare di beni confiscati e di criminalità in città), i numerosi ragazzi della sezione di Itri (capaci in poco tempo di farsi approvare dal Comune un regolamento per la gestione dei beni confiscati), si sono sciolti contestualmente ai fatti che raccontiamo lasciando anche la propria pagina Facebook immortalata tristemente a quei primi mesi del 2017. In particolar modo, l’esodo è stato generato dalla fuoriuscita del referente provinciale Fabrizio Marras e del referente di Formia Annibale Mansillo, due veri e propri punti di riferimento e promotori per le iniziative della rete provinciale. Oggi sono rimasti meno di una decina di associati a Formia, attorno alla figura di don Alfredo Micalusi nella parrocchia di Sant’Erasmo nel quartiere di Castellone (negli anni scorsi erano almeno sei volte tanti), mentre Itri è scomparsa, così come Latina. Il ruolo che prima era di Marras oggi è in capo a don Francesco Fiorillo del Monastero di San Magno a Fondi. E paradossalmente la realtà della sezione del sudpontino, nonostante lo smembramento, resta tra le più numerose del Lazio.

Ma qualcosa è successo e non solo a livello locale. Gli abbandoni di Marras e Mansillo, arrivati a poca distanza l’uno dall’altro, non sono forse del tutto scollegati tra loro. E in effetti c’è un fatto che ha spaccato il presidio territoriale, ovvero la chiamata all’elezione del nuovo referente provinciale tra le fine del 2016 e l’inizio del 2017, dopo i due mandati di Marras. I componenti dei presidi pontini erano stati riuniti a Roma per eleggere il nuovo coordinatore provinciale, ma per ben due volte i referenti nazionali dell’Ufficio di presidenza di Libera non si sono presentati all’appuntamento, per sopraggiunti motivi di forza maggiore. A quel punto i presidi e i componenti, chiamati a eleggere il nuovo referente provinciale, hanno proceduto autonomamente all’elezione che, ancora una volta, ha visto prevalere, pur senza una candidatura ufficiale, Fabrizio Marras. Lo stesso Marras non si è tirato indietro e per la terza volta (limite massimo di mandati secondo lo statuto dell’organizzazione) non si è opposto alla “chiamata alle armi” della sua fanteria, compatta e concorde sul suo nome, probabilmente per premiare il lavoro e i numeri prodotti sui territori (ad esempio, nel 2014, il corteo organizzato a Latina per la medesima celebrazione in ricordo delle vittime della mafia ottenne l’adesione e la partecipazione di più di 100mila persone, oltre che del fondatore don Luigi Ciotti e di numerosi esponenti delle istituzioni parlamentari). La decisione di rieleggere Marras, però, non venne ratificata dai vertici dell’organizzazioneche l’annullarono con la motivazione secondo la quale l’elezione non poteva avvenire senza la presenza di rappresentanti “superiori”.

Una scelta “strana“, se possiamo definirla così, perché infatti lo Statuto non prevede una simile condizione se non nei casi in cui l’elezione avvenga a seguito della sfiducia nei confronti del referente uscente e non era questo il caso. Si apre perciò una spaccatura e così, alla presenza stessa del fondatore don Luigi Ciotti, si tenta di ricomporre la frattura in un incontro informale proprio presso il Monastero di San Magno a Fondi dove, però, tutto resta com’è. Marras non viene riconosciuto come vincitore. E questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Marras e Mansillo lasciano e anche i presidi di Latina, Cisterna, Anzio e Nettuno fanno lo stesso perché “in questo ultimo periodo – si legge in una nota stampa di allora degli attivisti di Libera nel sud del Lazio – i rapporti tra la dirigenza dell’associazione e gli iscritti di questi territori si sono profondamente deteriorati a fronte di una linea di chiusura verso il nostro territorio non motivata e delegittimando il lavoro svolto da tutti noi. La centralizzazione autoritaria delle decisioni, l’incapacità di riconoscere gli errori, il permettere alla dicotomia fedele/infedele (e infedele è chi non la pensa come l’Ufficio di presidenza o osa porre problemi o obiezioni) di predominare dentro l’associazione, il ricondurre tutti i problemi che nascono ad aspetti personali e non politici, nascondendo il tutto dietro un generico e velleitario ‘va tutto bene’ o un altrettanto generico ‘vogliamoci bene’ generalizzato, sono alcuni dei sintomi di questa deriva dell’associazione”.

Ma perché non si è fatto nulla per sanare la spaccatura? E perché è stata impedita la rielezione di Marras? Il quale aveva nonostante tutto proseguito negli anni la sua attività di coordinatore provinciale di Libera, sebbene colpito da un attentato incendiario di natura intimidatoria alla propria automobile, e a quella del cognato Antonio Chiusolo, ex assessore al Bilancio a Cisterna di Latina. Domande alle quali non sappiamo rispondere. C’è però un fatto che accadeva nel marzo del 2017, sul palcoscenico nazionale, quindi contestuale a questa piccola “rivoluzione di provincia” e che forse può spiegarci qualcosa in più. È il 21 marzo del 2017 quando il grande capo di Libera don Luigi Ciotti, da un’altra Giornata della memoria, in quell’occasione organizzata in una roccaforte nota alle cronache purtroppo per il predominio ndranghetista, Locri, in Calabria, afferma: “Oggi ci sentiamo tutti calabresi e sbirri, siamo qui per sostenere quella Calabria che non accetta di essere identificata con la ’ndrangheta, la massoneria, la corruzione”.

Un’affermazione chiara e forte che solo un personaggio dello spessore di don Luigi può pronunciare dinanzi all’Italia intera, tanto più che solo pochi giorni prima, il primo marzo, era stata la commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi a chiedere e ottenere da parte della Guardia di Finanza, addirittura il sequestro delle liste degli iscritti delle logge massoniche italiane, con particolare riguardo a quelle siciliane e calabresi, dopo varie richieste di trasmissione delle liste degli associati rivolte ai vertici delle massonerie e rimaste lettera morta. Quindi il legame tra criminalità organizzata e massoneria riceve finalmente l’attenzione che merita, anche se la stessa Massoneria non la prende affatto bene. Eppure, ciò nonostante, torniamo all’intervento di Locri di 20 giorni dopo, perché nemmeno 48 ore passano dall’invettiva di don Ciotti, che lui stesso compie un clamoroso dietro-front, scusandosi di fatto per l’irruenza delle sue parole in particolar modo offensive per la massoneria e rivolgendosi al Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Stefano Bisi al quale spiega di “Uno spiacevole equivoco” e di “una mancata precisazione dettata dalla concitazione del momento”. Una correzione immediata che Ciotti non esita a rendere pubblica e che arriva dopo le veementi proteste di Bisi per le parole espresse dal palco di Locri, “ricordando” come la Massoneria fosse protagonista assoluta dei finanziamenti per le opere di bene del mondo cattolico. Nel frattempo però da quegli elenchi escono migliaia di nomi non identificabili.

Fonte:www.latinatu.it

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