«Legalità». Tam tam sul Web e la piazza delle Agende rosse

«Vi porto il mio saluto da Milano. Ho preferito lasciare Palermo, in questi giorni, per via delle celebrazioni istituzionali. Rispetto la famiglia Falcone, ma il 19 luglio presidierò personalmente via D’Amelio perché gli avvoltoi, le cosiddette autorità, non si presentino sotto casa a vedere se Paolo è veramente morto. Mi raccomando con voi di una cosa: non limitatevi a commemorare. La memoria da sola è un concetto che non mi piace. La memoria deve servire a lottare. A resistere». Le parole di Salvatore Borsellino risuonano ferme e rabbiose dagli altoparlanti di fortuna appoggiati sui sampietrini di Piazza Navona. I turisti mangiano gelati, i mimi si preparano. In un angolo della piazza, però, qualche centinaio di persone riunite in un cerchio interrompe il collegamento con un applauso commosso. È il popolo delle Agende Rosse, l’associazione antimafia nata due anni fa proprio grazie al fratello del giudice Borsellino e in nome della sua agenda scomparsa in via d’Amelio dopo l’attentato in cui rimase ucciso. Si sono dati appuntamento qui dopo un tam tam spontaneo nato sul web, per ricordare l’altra strage, quella che avvenne a Capaci 57 giorni prima di quella di via d’Amelio: il cratere di esplosivo sull’autostrada, le vite di Giovanni Falcone, di sua moglie e degli uomini della scorta polverizzate.

«Siam qui per non dimenticare chi ha perso la vita come Falcone e Borsellino, ma anche per rinnovare l’impegno antimafia a fianco di tutti quei magistrati, come ad esempio Antonio Ingroia, che lo Stato spesso lascia soli. Saremo noi la loro scorta civile», spiega Federica Menciotti, 36 anni, avvocato romano. Accanto a lei pezzi portanti del mondo dell’antimafia: Luca Tescaroli, che fu Pm nel processo sulla strage di Capaci, e Antonio Turri, ex poliziotto, referente di Libera nel Lazio, in prima linea nella lotta alle mafie soprattutto nei territori di Latina e Fondi. Ma soprattutto, ovunque in giro con le agende rosse in mano, i ragazzi dell’associazione a passarsi il microfono, alternandosi nelle letture o nei racconti. «Ho 18 anni e quando morì Falcone avevo sei mesi e un giorno. Eppure Giovanni Falcone, il suo esempio, la lettura dei suoi libri hanno contribuito in modo determinante a fare di me quello che sono e quello che voglio essere», spiega timida Martina Doglio. Accanto a lei Federica Fabbretti, 26 anni: «Abbiamo organizzato questa giornata perché crediamo in quello che ha scritto Falcone: gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini». Al telefono arriva anche la voce di Sonia Alfano, figlia di Beppe, ucciso dalla mafia, e presidente dell’Associazione delle Vittime dei familiari. «Mi fa male sapere che mentre voi siete a Roma per un’iniziativa spontanea, a Palermo i ragazzi delle scuole stanno celebrando Giovanni Falcone insieme a tre ministri come Gelmini, Maroni e Alfano. A loro dico che il primo impegno che dobbiamo darci per combattere la mafia è garantire l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo».
Paola Natalicchio

(Tratto da L’Unità)

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