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Zen di Palermo, tra repressione e vuoti dello Stato: de Lucia alla politica, ”servono risposte”

Giuseppe Cirillo 11 Gennaio 2026

Il magistrato all’incontro di Addiopizzo: “C’è chi paga il pizzo volontariamente in cambio dell’aiuto di Cosa nostra” 

Continua a muoversi come su due binari paralleli la risposta dello Stato nel quartiere Zen di Palermo: quello repressivo da un lato, quello degli interventi strutturali rimasti incompiuti dall’altro. Ai controlli serrati dei Carabinieri e della polizia si aggiunge, infatti, l’appello del procuratore Maurizio de Lucia a una politica che non può più limitarsi esclusivamente a inseguire l’emergenza. Negli ultimi giorni lo Zen è tornato al centro dell’attenzione mediatica per una vasta operazione condotta dai carabinieri della compagnia San Lorenzo, con il supporto dei nuclei operativo, radiomobile, cinofili ed elicotteri. Un’azione mirata, scattata dopo una serie di episodi di violenza, che ha portato al sequestro di una pistola semiautomatica con matricola abrasa, munizioni di diverso calibro e – ha reso noto l’ANSA – a una nuova scoperta nel mercato dello spaccio: oltre cinquanta grammi di marijuana e una vera e propria coltivazione indoor, nascosta in un appartamento disabitato, con più di cento piantine curate come in una serra professionale. In pratica, una stanza trasformata in serra, con lampade, ventilazione e fertilizzanti, dove crescevano 126 piantine di cannabis.
Si tratta di una fotografia, non l’unica ma una delle ultime, che conferma quanto lo Zen resti un’area ad alta densità criminale. Ci si trova dunque dinanzi a un dato allarmante che il procuratore di Palermo,
 Maurizio de Lucia, non ignora e che ha collocato all’interno di una riflessione a più ampio spettro: “C’è una grande circolazione di stupefacenti e purtroppo una presenza di armi”, ha osservato, sottolineando come queste non arrivino sempre “attraverso un canale identificabile”. Una criminalità che – ha aggiunto de Lucia – spesso non ricalca più i modelli mafiosi tradizionali, ma guarda “a modelli mediatici che rimandano al mondo dei social”.
Per de Lucia la repressione, seppur necessaria, non può essere l’unica risposta. Proprio in questo senso il messaggio alla politica è netto: sullo Zen servono interventi “
ordinati, con investimenti seri e funzionali, che servano a fare crescere la gente, il tessuto economico e quindi culturale di quella zona della città”. Poi, chiamando direttamente in causa Comune, Regione e Governo, de Lucia ha voluto chiarire che non parla solo da magistrato: “La politica deve sempre fare di più e noi, come cittadini, abbiamo il dovere di pretendere che faccia di più”.
Negli anni lo Stato ha colpito duramente le famiglie mafiose del mandamento di San Lorenzo, che storicamente controlla lo Zen. Decine di operazioni hanno decapitato i clan, fino al maxiblitz dello scorso febbraio con 180 arresti. Tuttavia, avverte il procuratore, non ci si può illudere che basti. “
L’approccio in quel territorio deve essere di tipo preventivo, deve guardare a una costruzione sociale, educativa e del lavoro”, perché “non ci saranno soluzioni in tempi brevissimi e soltanto attraverso la repressione”.
Parole, quelle di de Lucia, pronunciate a margine del convegno di ieri “
Le estorsioni a Palermo: chi paga e perché?”, svoltosi nell’Aula Borsellino del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Palermo e promosso insieme ad Addiopizzo e alla SISMA, a trentacinque anni dalla lettera al “Caro estorsore” con cui Libero Grassi ruppe il silenzio assordante sul racket. Nel corso del dibattito è emerso come, rispetto al 1991, opporsi alle estorsioni sia diventato possibile senza il clamore mediatico che accompagnò, suo malgrado, la scelta di Grassi. Eppure il pizzo non è scomparso. Anzi, in alcune aree della città sono diventate dominanti dinamiche più ambigue, in cui il racket non è solo subito, ma ricercato. Non mancano, infatti, i commercianti e gli imprenditori che pagano non per paura, ma per convenienza, chiedendo l’intervento di Cosa nostra per eliminare concorrenti, recuperare crediti o risolvere controversie. Su questo punto de Lucia è, possiamo dire, tranchant: “Gli imprenditori non possono nascondersi dietro alibi in un momento in cui il sistema legislativo e il sistema repressivo funzionano”. E aggiunge: “Fra chi paga c’è chi lo fa volontariamente in cambio dell’aiuto di Cosa nostra”, e questi sono “molto di più di quanti pagano per paura e sfiducia”.

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/261-cronaca/107492-zen-di-palermo-tra-repressione-e-vuoti-dello-stato-de-lucia-alla-politica-servono-risposte.html