12 Giugno 2026 | Focus
L’intervento del criminologo forense al Corso di comunicazione, tecnologie e culture digitali dell’Università “La Sapienza” di Roma su giornalismo d’inchiesta, nuove mafie, cybercrime e infiltrazioni economiche e finanziarie
AMDuemila
“Oggi le mafie non fanno più rumore. Non cercano il controllo del territorio solo con le armi, ma colonizzano mercati finanziari, criptovalute e appalti pubblici. In questo scenario immateriale, fare giornalismo d’inchiesta è diventato più complesso, ma anche più vitale che mai”. Ne abbiamo parlato con il professor Vincenzo Musacchio, da anni in prima linea nel contrasto alla criminalità organizzata.
Professor Musacchio, si parla sempre più spesso di mafia silente o mafia dei colletti bianchi. Come sono cambiate le organizzazioni criminali negli ultimi anni?
Hanno completato una vera e propria metamorfosi genetica. Rimangono organizzazioni identitarie nei simboli, ma sono diventate holding finanziarie globali. La violenza di strada è considerata un errore di marketing perché attira l’attenzione dello Stato. Oggi le mafie preferiscono la “corruzione”, entrano nelle aziende in crisi offrendo liquidità immediata (usura aziendale). Non cercano più solo il politico locale, ma puntano ai tecnici che gestiscono i flussi di spesa pubblica (come i fondi strutturali e i grandi appalti infrastrutturali). Si avvalgono di avvocati, commercialisti e hacker che offrono competenze che i vecchi boss non avevano.
C’è anche una forte componente tecnologica in questo cambio di passo?
Sì. La ‘ndrangheta e la camorra, ad esempio, non gestiscono più i soldi nelle modalità più comuni. Oggi parliamo di cyber-riciclaggio con utilizzo di piattaforme di messaggistica criptata di ultima generazione. Flussi finanziari che passano attraverso i mercati delle criptovalute. Acquisto di asset nel dark web. La mafia non spara più perché non ne ha bisogno: corrompe, compra e si dissolve nel tessuto economico e finanziario legale.
In questo contesto così immateriale, come cambia il ruolo del giornalismo d’inchiesta?
Il giornalismo d’inchiesta oggi deve fare un salto di qualità indispensabile per adeguarsi alle nuove mafie. Non basta più andare sul luogo del delitto o intervistare il testimone. Il cronista moderno deve saper leggere un bilancio societario, seguire le tracce dei flussi finanziari internazionali (le cosiddette paper trails) e comprendere i meccanismi dei paradisi fiscali.
Quali sono i principali ostacoli per chi fa il giornalista oggi?
Il rischio fisico esiste ancora – e l’Italia ha purtroppo il triste primato di giornalisti sotto scorta –, ma oggi l’arma più usata per mettere a tacere la stampa è un’altra: la coercizione economica. Richieste di risarcimento milionarie infondate. Che tendono nei fatti ad asfissiare economicamente il giornalista e la testata. Compensi da pochi euro a pezzo per i freelance in modo da ridurre il tempo e le risorse da dedicare alle verifiche. Privare l’opinione pubblica della conoscenza dei fatti prima del terzo grado di giudizio. Tutto questo, messo insieme, costituisce certamente un ostacolo per chi vuol fare seriamente il mestiere del giornalista.
Cosa serve, quindi, per non lasciare soli i giornalisti e per contrastare efficacemente il grande potere economico di queste nuove mafie?
Analizzando i vari scenari emerge che le grandi inchieste internazionali (come i Panama Papers) dimostrano la forza dell’unione. Se cento giornalisti di testate diverse firmano la stessa inchiesta, non puoi colpirne uno solo. Si dovrebbe seguire l’esempio del pool antimafia ideato da Rocco Chinnici applicandolo al giornalismo. Credo sia anche urgente una normativa europea e nazionale seria che sanzioni pesantemente chi utilizza le querele solo come strumento di coercizione economica. Serve infine il supporto concreto dei cittadini.
Un’ultima domanda: c’è ancora spazio per l’ottimismo?
L’ottimismo nasce dalla consapevolezza e si alimenta dell’azione. Le mafie oggi sono più ricche, ma sono anche più esposte ai mercati globali. Ogni volta che un giornalista d’inchiesta accende un faro su una società offshore o su un appalto truccato, toglie loro l’ossigeno di cui esse hanno più bisogno: il silenzio. Il “frastuono” del giornalismo resta il miglior disinfettante contro le mafie e la corruzione. Le inchieste oneste e rigorose hanno il potere di contrastare la criminalità organizzata, attivano i sensori della giustizia e controllano il potere politico, economico e finanziario. La reticenza o la complicità giornalistica rende invece corresponsabili del degrado e causa gravissimi danni alla società civile, soprattutto ai più giovani. Mi piace molto l’idea di giornalismo di Pippo Fava, il quale riteneva che il vero giornalista avesse il compito di monitorare le istituzioni e i centri di potere economico per svelarne abusi e corruzioni. Sono ottimista e inviterei all’ottimismo se il giornalismo delle nuove generazioni perseguisse la verità ad ogni costo. Dove c’è verità, si può realizzare giustizia sociale e difendere la libertà di tutti, nessuno escluso.
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fonte:https://antimafiaduemila.com/home/mafie-news/focus/vincenzo-musacchio-le-dinamiche-delle-nuove-mafie-e-il-giornalismo-dinchiesta