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Uno Bianca, Carbone: la pista dei Servizi segreti tra crimine e terrorismo

24 Giugno 2026 | Focus

L’analisi del criminologo forense sul caso della banda della Uno Bianca pubblicato su Dark Side

AMDuemila

Un ex poliziotto ha raccontato ai magistrati di Bologna un tentativo di reclutamento nel Sisde mediato da Roberto Savi: un appartamento privato situato a circa un chilometro da via Lame, un funzionario corpulento senza nome e un identikit mai chiuso. La procura, guidata da Paolo Guido con i sostituti Lucia Russo e Andrea De Feis, indaga proprio su quell’immobile, ex zona di interessi del servizio segreto civile.
Secondo il criminologo forense Federico Carbone – in un articolo pubblico su Dark Side – sarebbe questo “Il punto in cui la banda della Uno Bianca incrocia i Servizi segreti”; nel contesto di via Lame, dove fino al 1993 aveva sede “Gattel srl”, società di copertura del Sisde.
Sarebbe questo il luogo in cui “le rapine e gli omicidi di provincia rischiano di trasformarsi – col senno di poi – in qualcosa che somiglia più al terrorismo che al crimine comune”. Nel 1996 Roberto Savi, il capo della banda, indicò proprio a quel indirizzo, in un’intervista al cronista del Resto del Carlino Roberto Canditi, il luogo dove consegnava armi “a quelli dei servizi” per le azioni di sangue. Un elemento che per anni è rimasto sullo sfondo nelle ricostruzioni della banda.

L’ex poliziotto, amico di Savi al punto da avergli regalato due pistole negli anni delle rapine (1987-1994), ha riferito ai magistrati di aver confidato al capo della Uno Bianca il desiderio di arruolarsi nella Legione straniera. La risposta di Savi, secondo il testimone: “La guerra la puoi fare anche a Bologna, ma in maniera diversa”. Pochi giorni dopo, Savi lo avrebbe accompagnato in un appartamento privato dove un uomo di mezza età, corporatura robusta e modi da funzionario, gli propose di lavorare per il Sisde. Il reclutamento non andò a buon fine. Per la procura, osserva Carbone, “l’interesse non è solo nel racconto, ma nei dettagli: la posizione della casa, la descrizione fisica del reclutatore, la sovrapposizione possibile con un vecchio identikit di uno dei complici mai identificati della Uno Bianca”. Secondo la testimonianza, Savi fungeva da “antenna” interna alla questura: osservava colleghi e sottoposti per individuare chi fosse pronto a “uscire dalla routine”, chi fosse manipolabile o desiderasse un salto di carriera. “Una banda di poliziotti capace di uccidere 24 persone e ferirne un centinaio in sette anni non può avere agito indisturbata senza una qualche forma di copertura degli apparati”, sottolinea Carbone, riprendendo la posizione degli avvocati delle vittime Alessandro Gamberini Luca Moser.

I legali parlano di protezione “in cambio di servigi specifici”, spostando la vicenda nella zona grigia tra crimine, terrorismo e operazioni dei servizi. Alcune azioni della banda – omicidi e sparatorie apparentemente inutili, scelte operative sproporzionate rispetto al bottino – richiamerebbero più “atti dimostrativi” che rapine comuni. “Se Savi faceva davvero da reclutatore per il Sisde”, si chiede Carbone, “la Uno Bianca è stata solo una banda di rapinatori omicidi, o in alcuni frangenti si è prestata a compiti che esulavano dalla logica del bottino e rientravano in quella della destabilizzazione?”. Negli ultimi mesi Savi ha dichiarato in tv: “Andavo almeno una volta alla settimana a Roma per incontrare quelli dei servizi”. Frase che i legali considerano poco credibile sul piano logistico ma significativa come messaggio. Quando interrogato dai magistrati, Savi si è avvalso della facoltà di non rispondere. “Con la sua scelta di non parlare ha confermato ciò che sospettavamo: che con le dichiarazioni in televisione ha voluto lanciare dei messaggi a qualcuno”, ha detto Ludovico Mitilini, fratello del carabiniere Mauro ucciso al Pilastro. Resta aperto il nodo del funzionario senza nome, descritto come reclutatore e forse coinvolto in azioni con la banda. Nel linguaggio dei servizi, ha spiegato il criminologo, è un “case officer”. La procura sta verificando indirizzi, registri immobiliari e archivi di coperture del Sisde. I familiari delle vittime chiedono verità piena e nessun beneficio ai killer finché il quadro resterà parziale. “Lo Stato ha bisogno della verità integrale per disinnescare la sfiducia”, conclude Carbone. Dietro il cancello a rombi di via Lame non c’era solo una sede di copertura, ma forse “il laboratorio in cui si è sperimentata, ancora una volta, la miscela più tossica della storia italiana: crimine, servizi segreti e una verità che, per quasi quarant’anni, qualcuno ha preferito non vedere”.

Fonte: Darkside

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