Jamil El Sadi 20 Gennaio 2026
A Fasano il procuratore di Prato presenta “Il biennio di sangue 1993–94”. Prima dell’incontro una minaccia con un proiettile
La riforma della giustizia, per come oggi viene prospettata, rischia di incidere in maniera profonda sulla possibilità stessa di continuare a cercare la verità sulle stragi mafiose e sui loro mandanti esterni. A dirlo è Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato, intervenuto il 18 gennaio per la presentazione del suo ultimo libro Il biennio di sangue1993-94 (ed. PaperFirst) nel corso del Themis Festival, a Fasano in provincia di Brindisi. Una città che poche ore prima dell’incontro è stata teatro di minacce nei suoi confronti: un proiettile rinvenuto proprio nei luoghi della presentazione, l’ennesimo segnale di quanto il tema trattato resti ancora oggi incandescente e pericoloso. Fatto su cui si stanno svolgendo le dovute indagini.
“Le indagini sulle stragi sono state possibili — ha spiegato Tescaroli — grazie a una magistratura indipendente che ha potuto gestire le collaborazioni con la giustizia, che sono state l’elemento trainante per accertare la verità“. Un passaggio che non lascia spazio a equivoci. Dalle inchieste sulla strage di Capaci e sull’attentato dell’Addaura condotte a Caltanissetta, fino al lavoro svolto alla Procura di Firenze sulle stragi del 1993-94, il filo rosso è uno solo: “Solo una magistratura autonoma può scandagliare quei terreni insidiosi dei rapporti tra Cosa nostra, settori delle istituzioni, mondo politico, imprenditoriale, finanziario e apparati dei servizi segreti“. Ogni intervento normativo che indebolisca questa autonomia, ha avvertito, “indebolisce la possibilità di svolgere le indagini e di attuare davvero il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge“.
Da qui il senso più profondo del libro e della presenza a Fasano, nonostante le minacce. Dopo i saluti istituzionali del sindaco Francesco Zaccaria e dell’assessora alla Cultura Cinzia Caroli, nel dialogo con la sociologa Giovanna Montanaro, Tescaroli ha voluto chiarire le ragioni che lo hanno spinto a ricostruire una delle stagioni più oscure della storia repubblicana. “Lo scopo di scrivere questo libro — ha detto — è quello di far conoscere chi sono stati gli autori di quella campagna di stragi e le ragioni per le quali gli appartenenti a Cosa nostra e soggetti a loro collegati hanno agito compiendo atti terroristico-eversivi che hanno condizionato lo sviluppo democratico del nostro Paese“.
Il biennio 1993-94 non è, per Tescaroli, una semplice prosecuzione delle stragi del 1992, ma un vero salto di qualità. “È un attacco al cuore dello Stato che si voleva piegare, inducendo gli esponenti dello Stato a trattare“. Una strategia che si inserisce in un momento storico segnato dallo sfaldamento dei partiti tradizionali travolti da Tangentopoli e da un vuoto di potere che rendeva il sistema istituzionale particolarmente vulnerabile. “Non è un caso – ha osservato il magistrato – che tutto questo avvenga mentre nasce un governo nuovo, non espressione dei partiti che avevano detenuto il potere fino a quel momento“.
In questo quadro, le stragi assumono una dimensione terroristico-eversiva inedita anche rispetto al passato mafioso, da sempre più sotterraneo, con un occhio di riguardo agli affari. Tescaroli ha ricostruito con precisione il percorso che porta Cosa nostra a colpire il patrimonio artistico e monumentale del Paese, da Firenze a Milano e Roma. “Quell’idea – ha spiegato – non nasce esclusivamente dentro Cosa nostra“. A introdurla è un soggetto esterno, Paolo Bellini, esponente dell’estrema destra eversiva, che tra il 1991 e il 1992 entra in contatto con Antonino Gioè, uomo d’onore del mandamento di San Giuseppe Jato. “Bellini scende deliberatamente in Sicilia – ha raccontato Tescaroli – e nel corso di quei colloqui istilla l’idea che colpire il patrimonio artistico produce un danno irreparabile, mentre l’uccisione di magistrati porta a sostituzioni“.
Un’idea che viene poi fatta propria dai vertici di Cosa nostra. “Giovanni Brusca – ha continuato l’autore del libro – ci ha riferito che Salvatore Riina e gli altri decisero di colpire questi obiettivi“. È così che matura una strategia che porta prima al collocamento di un ordigno nei pressi dei Giardini di Boboli e poi alla strage di via dei Georgofili. “Per concentrazione, per obiettivi selezionati, per propositi perseguiti – ha sottolineato – quella campagna rappresenta un unicum, qualcosa mai accaduto prima“.
Alla base di tutto c’è il tentativo di condizionare le scelte legislative dello Stato, quindi sovvertire l’ordine democratico della Repubblica. “I processi hanno dimostrato – ha spiegato – che i mafiosi volevano l’eliminazione del 41 bis, la neutralizzazione dei collaboratori di giustizia, l’abolizione dell’ergastolo, la chiusura delle carceri dell’Asinara e di Pianosa e un arretramento sulla normativa dei sequestri patrimoniali introdotta con la Rognoni-La Torre“. Obiettivi chiari, perseguiti attraverso il terrore.
Per questo, ha concluso Tescaroli, la memoria non è un esercizio retorico ma uno strumento politico e civile. “Occorre evitare che i ricordi ingialliscano e che si perda la memoria di ciò che è avvenuto“. Una memoria che oggi si intreccia inevitabilmente con il presente, con le riforme in discussione e con minacce che tornano ad affacciarsi. A dimostrazione che la storia del biennio di sangue non è solo passato, ma una chiave indispensabile per comprendere il presente e difendere le istituzioni democratiche.
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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/107582-tescaroli-riforma-giustizia-indagini-sulle-stragi-possibili-grazie-a-magistratura-indipendente.html