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Strage Capaci: Pietro Grasso in aula ricostruisce la pista nera e la ”nota Cavallo”

Karim El Sadi 17 Dicembre 2025

Sentito a Caltanissetta anche l’amico di Maria Romeo, imputata per depistaggio, al quale affidò alcune audiocassette dopo le stragi che poi gli fece distruggere

Nuova udienza del processo contro l’ex carabiniere Walter Giustini e Maria Romeo, la compagna dell’ex collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero deceduto da diversi anni. Entrambi accusati di depistaggio per le indagini relative alla pista nera per le stragi del ’92 in Sicilia. Davanti alla corte d’assise di Caltanissetta (presidente Francesco D’Arrigo) è stato sentito l’ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. L’ex magistrato, attraverso l’allora pm Gianfranco Donadio, ebbe due colloqui investigativi con Lo Cicero prima che questi morisse. “Ricordo di averli delegati al sostituto Gianfranco Donadio perché mi aveva fatto una relazione sulla necessità di questi colloqui investigativi che veniva da un’attività”.
Il collega Donadio, esaminando gli atti in banca dati, tira fuori la famosa nota Cavallo. Una nota che fa saltare in aria perché dà la presenza di persone esterne nei pressi del luogo della strage di Capaci”.
Della nota, si era parlato anche nella scorsa udienza. E ne aveva discusso lo stesso ex comandante dell’Arma 
Gianfranco Cavallo, che la redasse il 5 ottobre 1992. Si tratta di un documento prezioso ai fini delle indagini sulle stragi perché metteva nero su bianco le confidenze di Alberto Lo Cicero sull’estremista nero Stefano Delle Chiaie, i suoi rapporti con il boss Mariano Tullio Troia e la possibilità di un suo coinvolgimento nella strage di Capaci. Della nota si persero le tracce per almeno un decennio, fino a quando non fu ritrovata diversi anni dopo.
“Ricordo che Donadio addirittura telefonò cercando questo ex capitano dei carabinieri, Cavallo, il quale si trovava a Bari e disse ‘guardi sa tutto il maresciallo Parrucchella’ (il maresciallo che raccoglieva le confidenze della Romeo, ndr) e allora mise in contatto Parrucchella che subito si presentò a Donadio, che allora era destinato al collegamento investigativo con la Dda di Palermo. Parrucchella va a trovare Donadio a Palermo. E gli spiega che questa confidente, Maria Romeo, aveva dato queste dichiarazioni e chiediamo di avere una copia di queste perché in banca dati, essendo digitalizzata, non c’era il file integrale. Era stato digitato ma senza l’intestazione. Quindi volevamo capire a chi era stato rivolto questo appunto. E Parrucchella pare che lo vada a cercare fra gli atti della procura presso la pretura di Palermo e non lo trova. E poi comunque si riesce a trovare”. Del documento Pietro Grasso ricorda che riportava di “un controllo di ‘un’autovettura a Villa San Giovanni in cui era stato identificato Delle Chiaie e Domenico Romeo, il fratello di Maria Romeo”. Quindi, spiega, “nasce il collegamento con lo Cicero per cui si decide a questo punto di fare un colloquio investigativo per potere dare anche processualmente uno sviluppo attraverso la fonte confidenziale che veniva rivelata”. Una volta che si fecero i colloqui investigativi “ci si rese conto che Lo Cicero era in condizioni gravissime di salute”. I colloqui, rammenta Grasso, furono due: “Il secondo nel giugno 2007 e poi si fece anche il colloquio con Maria Romeo. E successivamente per completare il quadro anche con l’allora maresciallo Giustini (attualmente imputato, ndr). Tutto venne accertato e il maresciallo Giustini, seppur genericamente, confermò che quelle erano le persone che avevano dato le confidenze però dicendo anche che erano state fatte delle intercettazioni”. 


Gli accertamenti sulle presenze esterne

Dopo il secondo faccia a faccia con il magistrato, Lo Cicero comunicò che avrebbe inviato una sorta di memoriale sulla presenza di Stefano Delle Chiaie in Sicilia e avrebbe anche fatto avere alcune registrazioni. Ma di questi ultimi atti alla Dna non è mai arrivato nulla. Ciononostante, spiega l’ex presidente del Senato, “abbiamo continuato a cercare altri riscontri su queste presenze esterne”. “Ci fu un colloquio investigativo chiesto da Gioacchino La Barbera, il quale aveva subito il suicidio del padre, che però dalle dichiarazioni di Brusca era venuto fuori che era stato un omicidio per cercare di fermare la sua collaborazione”. Nel corso di questo colloquio “La Barbera fa un ‘affermazione che in un certo modo corrobora il fatto della presenza esterna. Dice che Gioè aveva fatto il primo sopralluogo nel punto della strage di Capaci con più persone però a lui aveva detto soltanto della presenza di Raffaele Ganci. E quindi La Barbera aveva desunto che ci potessero essere altre persone di cui non gli aveva fatto il nome e quindi estranee a Cosa nostra, perché altrimenti gliele avrebbe dette”. Inoltre “aveva parlato di Gioè con contatti che aveva avuto in carcere con persone di destra che lo avevano addirittura formato sulla confezione di esplosivi”. Ma non solo. “Questo fatto di Gioè che viene coinvolto, trova un riscontro con un altro colloquio investigativo, quello con Francesco Di Carlo, il quale dice che sono andati da lui persone che Di Carlo qualifica come dei servizi e che lui indirizza a un contatto con Gioè”. Poi, ricorda l’ex procuratore, “acquisiamo la dichiarazione del commissario Saverio Montalbano, interrogato nella fase delle indagini preliminari sull’omicidio Agostino-Castelluccio, che dice di essere convinto che la morte di Falcone e tutto ciò che venne fato contro di lui fu fatto ‘da servizi devianti delle istituzioni’. Dice ‘devianti, non deviati’, lo ricordo perché fu particolare come dichiarazione. E quindi Montalbano dà un’ulteriore conferma a queste sue sensazioni”. Grasso ribadisce più volte che sul ruolo di soggetti esterni a Cosa nostra nelle stragi la procura nazionale antimafia di allora non si fermò ai fatti di Lo Cicero, ma decise di approfondire anche su altri fronti. “Il mio obiettivo era quello di cercare ulteriori autori delle stragi. Un dovere morale anche per le persone che mi sono mancate e tanti altri”. 


Le audiocassette che Maria Romeo fece distruggere

A seguire è stato sentito come teste Carmelo D’Amico, amico stretto di Maria Romeo da oltre 40 anni. Un’audizione caratterizzata da diverse contraddizioni e “non ricordo”. D’Amico rispondendo alle domande della pm Nadia Caruso e dell’aggiunto Pasquale Pacifico ha parlato di un favore chiestogli dall’amica “negli anni ’90, dopo le stragi” nel periodo in cui faceva ancora il fotografo a Palermo (oggi è operaio). “Mi consegnò una busta sigillata negli anni ’90, dopo le stragi, dicendomi di custodirla perché lei doveva partire”. Aggiunse ‘mi fido solo di te, ti lascio questa busta poi ti dirò cosa farne‘. Passati alcuni anni, “un giorno mi disse ‘quella roba che ti ho dato distruggila’. In quel momento aprì la busta e vidi che conteneva delle cassette audio e le bruciai gettando poi tutto nel gabinetto”. La pm Caruso, però, ha contestato quanto il teste riferì alla Dia il 17 agosto 2022: “Specifico che dopo la distruzione mi disse che erano delle audiocassette ma non ha specificato il contenuto delle stesse”. Quindi la busta non l’aprì, stando a quanto riferito tre anni fa, mentre oggi, ribatte l’accusa “ha riferito che prima di distruggerla l’ha aperta e ha visto cosa conteneva”. Una discrepanza di cui i pubblici ministeri hanno preso atto che si somma anche alla quantità di audiocassette contenute nella busta (alla Dia non chiarì che fossero più di una come riportato invece in aula) e al tipo di busta (gialla e grande mezzo foglio A4) di cui invece aveva memoria precisa quando fu sentito dalla Dia. Tra le domande fatte da accusa e difesa anche alcune sulla natura del rapporto con la Romeo, quasi fraterno (“ho visto crescere i suoi bambini”). I due, ha raccontato il teste, si incontrarono prima dell’interrogatorio alla Dia (il 16 agosto 2022) e si sentirono anche dopo. “Quando ho finito con la Dia ci siamo sentiti di nuovo e le dissi che si trattava delle audiocassette”. L’ultimo colloquio tra i due è avvenuto proprio questa settimana, un giorno prima della convocazione al tribunale di Caltanissetta. “Le avevo detto che ci sarebbe stata l’audizione oggi”. Infine una domanda del consigliere a latere Giulia Zappalà sui rapporti tra lui e Lo Cicero. “Alberto Lo Cicero non l’ho mai conosciuto di persona. Ne sentivo parlare dalla Romeo”, spiega. “Si sentivano al telefono, ogni tanto litigavano. E quando litigavano al telefono lei registrava, lo so perché a volte mi trovavo a casa sua e me lo disse lei che registrava. Erano liti a fini personali”. L’udienza è stata rinviata al 12 gennaio.

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/228-cosa-nostra/107300-strage-capaci-pietro-grasso-in-aula-ricostruisce-la-pista-nera-e-la-nota-cavallo.html