Il Manifesto, Sabato 6 Dicembre 2025
Spaccio, vendette, estorsioni. Gangster a Roma: 16 arresti
ROMA
Criminalità Blitz dei carabinieri contro il clan Senese, preso anche Ettore Abramo, numero due del capo ultrà Diabolik. La minaccia della camorra sulla Capitale.
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Estorsioni, sparatorie, un tentativo di rapimento, la volontà di vendicarsi. Armi. E droga, tanta. Ieri mattina, all’alba, su delega della direzione distrettuale antimafia, i carabinieri hanno eseguito a Roma sedici arresti negli ambienti della malavita. Tra questi spicca il nome di Angelo Senese, il fratello di Michele «o’ pazzo», il camorrista inviato a Roma dalla Nuova famiglia alla fine degli anni ’80 per fare la guerra ai cutoliani e poi rimasto nella capitale tanto a lungo da diventarne uno dei principali boss. In manette anche Ettore Abramo, «Pluto», ex sodale di Fabrizio Piscitelli, «Diabolik», il capo ultrà della Lazio morto ammazzato il 7 agosto del 2019 nel parco degli Acquedotti. E Girolamo Finzio, «Cillo», nipote di Michele o’ pazzo e capo ultrà della Roma. E Kevin Di Napoli, un passato da pugile, già oggetto di un agguato a colpi di pistola a Casoria, nell’estate del 2024. Nelle 87 pagine di ordinanza firmate dalla gip Flavia Costantini si parla di metodo mafioso e nelle pieghe dell’indagine compare anche il nome dei Di Lauro, il clan di Secondigliano e Scampia, quasi distrutto dalle numerose indagini subite ma ancora attivo e presente sul territorio. A Napoli e non solo.
TUTTO ERA cominciato nell’aprile del 2023, quando il 48enne Daniele Salvatori, «Bove», aveva estorto un orologio da 30mila euro a una persona vicina al milieu criminale romano, causando qualche giorno dopo, per reazione, una sparatoria in piazza Montecastrilli, vicino villa Lais. Da lì il Bove aveva deciso di allontanarsi dalla Capitale per un certo periodo, ma non prima di aver estortoun altro orologio dal valore di 18mila euro – dicendo di agire per conto di Ettore Abramo – e 5mila euro in contanti a un gioielliere, lasciando intendere tra le altre cose di essere del clan dei Senese. Piccolo particolare: la gioielleria in questione era di fatto controllata dai Di Lauro, che presto hanno cominciato a pretendere il risarcimento del danno. Con gli interessi: chiedevano 200mila euro. O la testa dello sconsiderato estorsore.
IN TUTTO QUESTO, il Bove prima viene minacciato dai Senese che lo diffidano dall’andare in giro usando il loro nome e lo costringono a recuperare la somma. E poi viene scaricato da Abramo e dalla sua banda, evidentemente impauriti dalle pressioni dei Di Lauro. Che però non mollano e intimano a «Pluto» di consegnargli Salvatori. «Lo ammazzate, incaprettatelo», è l’ordine, finito agli atti in un’intercettazione tra gli indagati. È il 12 giugno quando in tre vanno a Bracciano per prenderlo e portarlo a Roma, dove l’uomo sarebbe stato consegnato ai camorristi. Lo salvano i carabinieri, che bloccano l’auto dei sequestratori e arrestano l’uomo per altre estorsioni. Il fallimento del piano, a cascata, si ripercuote su chi ha fallito il blitz contro il Bove: il 14 giugno in due vengono pestati a sangue e costretti ad accollarsi la somma non recuperata.
L’OPERAZIONE di ieri mattina – che oltre ai quattordici ordinati dalla gip ha visto finire in manette altre due persone colte in flagranza di reato – ha posto fine alla spirale degli eventi, infliggendo inoltre un colpo durissimo al clan Senese. Ma la storia non è finita. I fatti, si legge nel provvedimento, sono avvenuti «in un contesto delinquenziale di sicuro spessore» con «l’utilizzo, in molti casi, del metodo mafioso». L’intimidazione, soprattutto: usare «male» il nome di una banda di criminali può costare carissimo e non c’è perdono, almeno fino a un risarcimento che può avvenire attraverso i soldi, ma in loro assenza, anche con il sangue.
PER LA DIREZIONE distrettuale antimafia romana, la Capitale è ormai il centro di narcotraffico più grande del paese. Non fosse altro che per una questione di dimensioni: il bacino di utenza è triplo rispetto a Napoli e doppio rispetto a Milano. E questo attira appetiti criminali di vario ordine e grado. Lo scorso marzo i carabinieri avevano eseguito un ordine di arresto nei confronti di ventisei persone, pesci grandi e piccoli dello stesso acquario: per gli inquirenti si trattava di un’associazione dedita al traffico di stupefacenti. L’ultimo anello di una catena che partirebbe da fornitori albanesi «di straordinarie capacità». Sarebbe la «batteria di lupi famelici» di cui parlava un pregiudicato vicino ai Senese in un’intercettazione captata appena un mese prima dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli.
IN PRIMO GRADO, per questo delitto, è stato condannato all’ergastolo Raul Esteban Calderon – vero nome, almeno secondo gli inquirenti: Gustavo Alejandro Musumeci -, ma i giudici della terza corte d’assise di Roma non hanno riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso. Motivo per il quale i pm hanno proposto appello. Il processo comincerà l’8 gennaio.
Aggiornamenti
05/12/2025, 20:13 articolo aggiornato
Fonte:https://ilmanifesto.it/spaccio-vendette-estorsioni-gangster-a-roma-14-arresti