Luca Grossi 07 Aprile 2026
Indagine Hydra: emersi tentativi del clan Senese di creare legami con esponenti del partito della premier
“Giorgia Meloni non se la caverà con i soliti quattro slogan muscolari e commentando solo il selfie con Gioacchino Amico, dovrà per forza rendere conto di un quadro complessivo gravissimo che riguarda il suo partito. Il fango da cui è circondata è la sua classe dirigente, non il giornalismo d’inchiesta, baluardo per la nostra democrazia già ammaccata. Fdi sembra avere una classe dirigente nella migliore delle ipotesi permeabile e avvicinabile, se non addirittura inquinata da ambienti criminali”.
Così i rappresentanti del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero de Raho – ex procuratore nazionale antimafia – Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Michele Gubitosa, Ada Lopreiato, Luigi Nave e l’ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore Roberto Scarpinato.
Nello specifico si parla un selfie di Giorgia Meloni con accanto un presunto referente del clan senese in Lombardia. A pubblicarlo, sui suoi profili social, è la trasmissione Report della Rai. Nel messaggio a corredo della foto, anticipata oggi dal Fatto Quotidiano, viene spiegato che lo scatto risale al 2 febbraio del 2019 all’Hotel Marriott di Milano dove “si celebrava la prima grande iniziativa politica del partito al nord, in vista delle Europee di quell’anno”. Tra militanti e dirigenti in sala ad accogliere la futura presidente del Consiglio – viene aggiunto – “c’era, in prima fila, anche Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardia”. “Che ci fa Giorgia Meloni in foto con il referente del clan Senese in Lombardia?” sottolinea la trasmissione. Il giorno in cui si scatta il selfie accanto a Giorgia Meloni – precisa Report – Gioacchino Amico non era stato ancora indagato per mafia ma aveva già ricevuto una condanna definitiva per ricettazione ed era stato arrestato per truffa e associazione a delinquere. Oggi è uno dei principali imputati nel processo Hydra di Milano e le intercettazioni lo indicano come uno dei personaggi cruciali del consorzio mafioso lombardo. Siciliano di nascita, Amico ha fatto sedere allo stesso tavolo i referenti milanesi di Matteo Messina Denaro, i capi delle locali lombarde della ‘Ndrangheta e il clan di Michele ‘o pazzo, il capomafia più potente della capitale. A quella manifestazione di partito del 2019, il referente del clan Senese – secondo la trasmissione televisiva – non era un ‘imbucato’: alcuni dei dirigenti apicali di Fratelli d’Italia sapevano bene chi fosse. Ma la circostanza più inquietante, per la trasmissione Rai, si sarebbe verificata prima della riunione. Amico, infatti, sarebbe entrato alla Camera senza farsi identificare. Gioacchino Amico, diventato nel frattempo collaboratore di giustizia, sostiene infatti di aver avuto a sua disposizione un tesserino che gli consentiva di uscire ed entrare in Parlamento a proprio piacimento.
I parlamentari dei 5 Stelle proseguono ribadendo che “sono ormai svariate le notizie sui possibili intrecci con esponenti di primo piano della criminalità organizzata radicata a Roma e al Nord Italia. La vicenda Delmastro e il suo legame con la famiglia prestanome del clan Senese è ormai nota e di una gravità inaudita. A questa si aggiungono i legami tra Fratelli d’Italia e Giacchino Amico, rappresentante del clan Senese che a Milano ha curato la nascita del Consorzio tra mafia siciliana, clan Senese e la ‘Ndrangheta già radicata in Lombardia, oggi imputato nel processo Hydra ma anche uno dei pentiti che sta fornendo elementi importanti alla magistratura. In base a quanto emerso dagli organi di stampa – proseguono gli esponenti M5s -, Amico con altri esponenti mafiosi frequentava ambienti di Fdi a Milano, aveva addirittura ottenuto una tessera del partito, entrava alla Camera con un tesserino o un accredito che gli faceva saltare i controlli previsti per gli ospiti esterni, incontrava due parlamentari del partito a pochi passi dal Senato e dalla Camera. Giorgia Meloni deve rendere conto del fatto che in base a svariati riscontri il suo partito sembra circondato e infiltrato ai massi livelli da colletti bianchi della criminalità organizzata e del fatto che il suo governo con tante assurde nuove norme ha spianato la strada proprio a questi esponenti delle mafie che si presentano senza coppola e lupara ma con l’abito buono: innalzamento delle soglie per gli affidamenti di appalti senza gara, liberalizzazione dei subappalti a cascata, abolizione dell’abuso di ufficio e ridimensionamento del traffico di influenze, castrazione dei poteri di controllo della Corte dei Conti e svuotamento della responsabilità contabile di politici e pubblici amministratori. Per fortuna il no del referendum ha impedito il colpo grosso finale della subordinazione della magistratura a questo tipo di politica. Gli slogan muscolari di Meloni sulla mafia militare fanno sorridere e a tal proposito le ricordiamo che nell’indifferenza generale da mesi boss di primissimo piano escono dal carcere uno dopo l’altro ma dal governo non abbiamo sentito una sola parola”.
Ranucci: nessuno mette in discussione l’onestà della Meloni, ma guardi dentro il suo partito
“Nessuno mette in discussione l’onestà della premier, ma lei omette di dare particolari su quello che emerge dall’inchiesta di Giorgio Mottola: questo signore entrava e usciva dal Parlamento perché qualcuno dentro Frateli d’Italia gli faceva avere un pass. Forse la premer farebbe bene a guardare in casa, dentro FdI, e capire chi e perché dava i pass a questa persona” ha detto Sigfrido Ranucci, ospite di Serena Bortone a Radio2 Stai Serena, replicando alla premier. Ho visto la risposta della premier – ha detto ancora Ranucci – ma il problema grave è questa persona che aveva precedenti penali importanti nel momento in cui frequentava ambienti di Fratelli d’Italia, poi è diventato collaboratore di giustizia, vediamo cosa sta raccontando ai magistrati”. Quella di Meloni, per Ranucci, “è una lettura parziale: il tema è la denuncia del problema, non chi lo denuncia”.
Clan Senese, le manovre per infiltrarsi in Fratelli d’Italia secondo l’inchiesta Hydra
Passa attraverso i rapporti con la politica la “‘crescita imprenditoriale’ delle organizzazioni criminali di tipo mafioso” che in questo modo, infiltrando “l’apparato istituzionale”, riescono ad “inquinare il tessuto economico” e sociale tramite il cosiddetto “capitale sociale”. E’ quanto emerge dalla monumentale informativa del 2023, migliaia di pagine, agli atti dell’indagine ‘Hydra’, della dda di Milano, che ha tra i protagonisti Gioacchino Amico, presunto referente del clan Senese in Lombardia ora pentito. Nell’atto si riportano i nomi di una quindicina di politici locali e nazionali, in alcuni casi ancora in carica, tutti del centrodestra. In “rapporti con Amico”, si legge nell’informativa, ci sarebbero state Paola Frassinetti e Carmela, detta Ella, Bucalo, entrambe di Fratelli d’Italia e non indagate: la prima è deputata e sottosegretaria all’Istruzione e al Merito, la seconda invece è componente della commissione cultura del Senato e vice responsabile del Dipartimento Istruzione del partito guidato da Giorgia Meloni. Sempre secondo l’informativa, in “rapporti” con Amico, ora collaboratore di giustizia, ci sarebbero stati oltre a Monica Rizzi, ex assessore regionale e fondatrice del Grande Nord, Silvia Bottichio, candidata sindaco per il comune di Ossimo e nominata responsabile sempre del movimento Grande Nord in Valcamonica. E ancora, tra gli altri, Roberto Caon, ex deputato eletto nel Veneto, prima della Lega e poi di Forza Italia, che ha concluso il mandato nel 2023. Nessuno dei politici nominati nell’atto è tra gli indagati nell’indagine che ipotizza un’alleanza strutturale tra Camorra, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta per fare affari sul territorio lombardo. “Asseriti” anche i rapporti tra Pietro Tatarella, l’ex consigliere regionale azzurro, è il presunto referente del clan Senese in Lombardia il quale, in uno dei verbali resi di recente, dopo la sua decisione di collaborare all’inchiesta, ha raccontato di essere stato coordinatore a Canicattì, comune della Sicilia, per il ‘Movimento Fare’, fondato dall’ex sindaco di Verona Flavio Tosi. Un verbale, questo, in gran parte omissato, evidentemente, per non svelare, la rete creata con i politici. Oltre a lui, nell’informativa depositata tempo fa dai pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, che coordinano l’inchiesta con il procuratore di Milano, Marcello Viola, emergono anche i contatti di Paolo Errante Parrino, referente della mafia trapanese in Lombardia e punto di “raccordo tra il sistema mafioso lombardo e Matteo Messina Denaro“, con Giovanni Sparacia, fondatore e promotore di un club di FI di Gallarate, comune del Varesotto di cui è stato ex assessore e per il quale si è candidato nell’ottobre 2021 nella lista ‘Forza Italia – Berlusconi Presidente’. E poi con Cesare Francesco Nai, dal 2017 sindaco di Abbiategrasso, nel Milanese, e con i suoi assessore e consigliere Flavio Lovati e Francesco Chillico. Giancarlo Vestiti, altro luogotenente del clan Senese, avrebbe avuto “rapporti” con l’avvocato “collegato al gruppo parlamentare Fratelli d’Italia” Mario Silvio Claudio Marino, anche lui estraneo all’indagine, con l’ex sindaco di Cologno Monzese, Angelo Rocchi, di area Lega. Tra gli altri nomi di politici riportati nell’atto c’è pure Giuseppe Cesare Donina, ex deputato leghista non indagato.
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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/108643-scarpinato-e-altri-fdi-ha-una-classe-dirigente-avvicinabile-o-inquinata-da-ambienti-criminali.html