Rosaria Schifani: «La mia speranza sono i figli delle vittime di mafia».23 MAGGIO,GIORNATA DI LUTTO E DI RIFLESSIONE.E DOVREBBE ESSERE ANCHE DI RISCOSSA E DI RIBELLIONE.AL MALAFFARE ED ALLE MAFIE.CONTRO I MANDANTI CHE SONO SEMPRE NELLE PRIME FILE ALLE ESEQUIE DELLE LORO VITTIME.

Il Corriere della Sera, Domenica 21 Maggio 2017

Rosaria Schifani: «La mia speranza sono i figli delle vittime di mafia»
Ai funerali del marito, ucciso con la scorta di Falcone, disse ai mafiosi: «Vi perdono, ma inginocchiatevi». «Oggi, che arrivano i resti contorti delle auto di Capaci, sono qui con mio figlio che è nella Finanza. I nostri figli sono uomini dello Stato che marciano a testa alta. Invece i figli degli assassini volano basso»

di Felice Cavallaro

PALERMO – Torna nella città che vide franare dentro il cratere di Capaci. Torna dalla Liguria lo stesso giorno in cui arrivano i resti della macchina di scorta a Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, saltata in aria con tre agenti, compreso suo marito, Vito Schifani. E lei, venticinque anni dopo il massacro, affilata come allora, istintiva e determinata, si presenta a sua volta scortata da un compunto ufficiale della Guardia di Finanza.

Capaci, 25 anni dopo

Guardi bene e sembrano due fotocopie. Sì, madre e figlio. Perché il bimbo di quattro mesi che Rosaria Schifani allattava quando tuonava contro boss e loro complici il dirompente «vi perdono, ma inginocchiatevi», è uno dei militari impegnati contro le gomorra napoletane, da qualche giorno pure lui comandato a Taormina per la sicurezza dei grandi del mondo. Lei dalla Liguria, lui da Taormina in libera uscita. Eccoli di nuovo insieme, dopo un altro recente passaggio da Padova, al quinto appuntamento mondiale dei Giovani della pace, dove Rosaria, emozionata, ha fatto suo il messaggio scandito da 50 mila ragazzi: «L’odio non ci fermerà. Ripartiamo dall’amore». Ma lei è tosta, libera dall’insidia di ogni rischio retorico: «L’odio avrebbe potuto potrebbe prendermi. Eppure, non è mai accaduto. Perché? Perché io non sono come loro. Consacrati all’odio, loro. E io, libera da questo impulso, più forte che mai». Con una forza che trova proprio nel bel ragazzo che le sta accanto, nel basco verde del G7, come sussurra: «Lo guardo in divisa e lo rivedo cucciolo fra le mie braccia. No, non scriverlo, ché s’infuria. Una madre non sempre può manifestare la sua gioia, soprattutto con i figli maschi. Ma come faccio a non pensare ad allora, a quel calvario di Palermo con il cuore a pezzi e un bimbo portato appresso mentre chiedevo che cos’è la mafia?».

Le donne di Palermo

Aveva 22 anni quel grissino d’acciaio che sull’orlo del cratere, la notte del 23 maggio, inzuppata, alzò gli occhi al cielo sotto un improvviso diluvio: «Piangi anche tu, Dio?». Un grido lancinante, fra i soldati di guardia, in lacrime. C’era un «perché» che cominciava ad arrovellarla e che divenne una ossessione, moltiplicata dopo via d’Amelio, dopo un’estate di fughe, anche in America: «Vedevo crescere Manù. A Natale, il primo terribile Natale senza Vito, aveva già quasi un annetto. Il tempo correva. Sarebbero arrivate le sue domande. Che cosa avrei detto a mio figlio quando mi avrebbe chiesto “perché non ho un padre”?». È quell’interrogativo che rovescia su chi si fida per capire. «Decisi di chiedere alle donne». Quali donne? «A me dolori e impasti di questa città li hanno spiegati le donne di Palermo, le donne colpite al cuore come me. Parlo di Rita Costa, Giuseppina La Torre, Giovanna Terranova, Maria Giuliano, Laura Cassarà, Agatina Chinnici, Irma Mattarella…». Mogli di magistrati, poliziotti, uomini politici tutti uccisi dalla mafia negli anni precedenti.

Una stagione infernale

«Una stagione infernale. E io che vivevo quasi accanto alla villa rifugio di Totò Riina, passandoci spesso a pochi metri, ignoravo a vent’anni cosa fosse davvero accaduto. Così, bussai alle porte delle donne. La vedova del giudice Costa mi disse che a Palermo si sparava da un balcone dove si affacciava Ciancimino. La vedova di La Torre mi spiegò che eravamo vittime non di ‘segreti di Stato’, ma di ‘delitti di Stato’». Ma, ancor prima di questi incontri, il giorno dei funerali, il 25 maggio scattò nella chiesa di San Domenico quell’accusa contro lo Stato… «È questo impasto che ho cercato di radiografare, anche quando per istinto ai funerali tenuti nel Pantheon di Palermo puntai il dito contro mafiosi e uomini dello Stato, dicendo che di questi uomini in combutta fra di loro dovevano essercene anche in chiesa, nelle prime panche…».

«Quante delusioni»

E venticinque anni dopo? «Mi verrebbe da dire che gli uomini non cambiano, leggendo i giornali. Quante delusioni, anche negli ultimi anni. Ma so che tante cose invece sono migliorate e che Palermo, forse, bella com’è adesso, non fa più paura. Lo dice pure Fabio Fazio, come ho letto che si prepara a ripetere in Tv parlando, però, di un intero Paese che da Palermo nel ’92 rischiò un colpo di Stato. Con la democrazia in pericolo. Ecco, forse la mafia pensava, si illudeva di potersi prendere lo Stato. Ma non è successo». Quando ha cominciato a sperare? «A me di sperare l’ha detto Borsellino. Massacrato venti giorni dopo il nostro incontro, a casa sua, fra i suoi figli e la moglie, la signora Agnese. Lui sapeva che cosa gli sarebbe accaduto. La sua grandezza nelle sue parole: ‘Questa terra diventerà bellissima. Non te ne andare. Il futuro è come una scala, io non salirò i primi gradini, tu arriverai in cima…’. Una profezia. Agghiacciante».

I figli delle vittime della mafia

E lei sta salendo davvero per questa scala? «Un po’ forse ci sono, ci siamo arrivati. Lo vedo negli occhi di mio figlio, con la divisa da tenente della Guardia di Finanza. Lo vedo nel figlio di Borsellino, con i successi che i giornali raccontano da bravo commissario della polizia. Lo vedo nel figlio di Boris Giuliano, adesso al vertice dell’Anticrimine in Italia». Un confronto tra i figli dei boss e i vostri? «I nostri figli, uomini dello Stato, che marciano a testa alta. I figli degli assassini braccati, in carcere, costretti a volare basso. Noi non abbiamo vinto, perché il cuore ha cicatrici che non si rimarginano. Ma loro hanno perso tutto. A cominciare dai piccioli, dalla robba, dai patrimoni che vengono sequestrati. Ecco però un’altra spaccatura dove la malerba può infiltrarsi e germogliare».

«Hanno perso i piccioli, la robba»

Parliamo della gestione dei beni confiscati? «Vergognoso che lo Stato non sappia fare fruttare aziende e beni confiscati. Tanti vanno in malora, inutilizzati. Lo so che le cose vanno meglio rispetto agli ultimi anni. Ma l’esempio che diamo quando un’azienda mafiosa viene sequestrata e chiude è devastante. C’è il rischio che ritorni quel ritornello di sapore antico: la mafia dà lavoro. No, dobbiamo incoraggiare gli imprenditori seri a costruire lavoro, a investire, guadagnare, assumere. Mi auguro che possa accadere, anche in questa città che non deve più fare paura».

L’auto di Capaci

Alle 12 presso la caserma Lungaro arriva scortata la «Quarto Savona 15», ovvero ciò che resta della Croma blindata nella quale perse la vita la scorta di Giovanni Falcone: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Un viaggio partito il 1° maggio da Peschiera del Garda con varie tappe fino a Palermo, ultima e simbolica tappa, in occasione della ricorrenza dell’attentato. La teca rimarrà esposta fino al 23 maggio, quando sarà trasportata al Giardino della memoria di Capaci.

Archivi