Rapporti clan-aziende lombarde». Le mafie dilagano nel nord Italia. Rapporti con la politica. Ha ragione Saviano

Ogni sei mesi, da anni, la Direzione investigativa antimafia (Dia) dipinge al ministero dell’Interno e al Parlamento lo stesso quadro: non solo le mafie al Nord hanno radici solide ma continuano a seminare. La relazione sul primo semestre 2010 non cambia le carte in tavola ma, se mai fosse necessario, aggiunge ulteriori sfumature al quadro, soprattutto per quanto riguarda la Lombardia.
La spia rossa si accende innanzitutto in vista di Expo 2015. La Dia mette nero su bianco che serve un «razionale programma di prevenzione» che consenta di bloccare le possibili infiltrazioni della ‘ndrangheta «in previsione delle opere previste per l’Expo 2015». L’azione dello Stato deve «coinvolgere non solo le autorità istituzionalmente deputate alla vigilanza, ma anche tutti i soggetti a vario titolo coinvolti» e «deve consentire di individuare per tempo eventuali criticità».
Ciclo degli inerti, cantieristica e logistica, manodopera e le bonifiche ambientali «costituiscono i settori – continua la Dia – maggiormente esposti al rischio di infiltrazione dell’intero indotto che si muove attorno alle grandi opere, agli appalti pubblici e privati». Ma c’è di più: secondo la Dia, infatti, il «condizionamento ambientale» delle cosche su parte dell’economia lombarda, va inteso come «partecipazione ormai pacificamente accettata di società riconducibili ai cartelli calabresi a determinati segmenti, in espansione, del settore edile, sia pubblico che privato».
Nelle pagine del rapporto consegnato al Parlamento emerge anche il rischio dell’acquiescenza da parte di una fetta dell’imprenditoria. «Nel nord e soprattutto in Lombardia – si legge infatti – c’è una costante e progressiva evoluzione della ‘ndrangheta che, ormai radicata da tempo su quei territori, interagisce con gli ambienti imprenditoriali lombardi». Per penetrare nel tessuto sociale, le cosche – che in Lombardia godono di una certa autonomia ma dipendono sempre dalla “casa madre” calabrese come ha dimostrato l’inchiesta “Crimine” scivolata il 13 luglio sull’asse Milano-Reggio Calabria e che ha condotto all’arresto di 300 persone, si muovono seguendo due filoni: «quello del consenso e quello dell’assoggettamento». Tattiche che, sottolineano gli esperti della Dia, «da un lato trascinano con modalità diverse i sodalizi nelle attività produttive e dall’altro li collegano con ignari settori della pubblica amministrazione, che possano favorirne i disegni economici». Con questa strategia, e favorita da «una serie di fattori ambientali», si consolida la «mafia imprenditrice calabrese» che con «propri e sfuggenti cartelli d’imprese» si infiltra nel «sistema degli appalti pubblici, nel combinato settore del movimento terra e, in alcuni segmenti dell’edilizia privata» come il «multiforme compartimento che provvede alle cosiddette opere di urbanizzazione».
Secondo la Dia dunque, si assiste ad un vero e proprio «condizionamento ambientale» da parte della ‘ndrangheta che è riuscita «a modificare sensibilmente le normali dinamiche degli appalti, proiettando nel sistema legale illeciti proventi e ponendo le basi per ulteriori imprese criminali». E la penetrazione nel sistema legale dell’area lombarda, è favorita, dice la Direzione investigativa antimafia, da «nuove e sfuggenti tecniche di infiltrazione, che hanno sostituito le capacità di intimidazione con due nuovi fattori condizionanti: il ricorso al massimo ribasso» nelle gare d’appalto e la «decisiva importanza contrattuale attribuita ai fattori temporali molto ristretti per la conclusione delle opere».

Il merito della relazione è anche quella di mettere in evidenza che – seppur con meno clamore mediatico – la pervasività delle mafie nella società e nelle economia ricalca gli stessi modelli in Piemonte, Liguria, Veneto. Emilia-Romagna e Toscana.

(Tratto da Il Sole 24 Ore)

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