20 Giugno 2026 | Giustizia
Nuovi dettagli sull’alleanza tra Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa nostra. Spunta anche una società per la manodopera illecita.
Giuseppe Cirillo
I nuovi verbali acquisiti al processo Hydra, nato dall’inchiesta della Dda di Milano sulla presunta alleanza tra Cosa nostra, Camorra e ‘Ndrangheta in Lombardia, e contenenti le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, hanno aggiunto nuovi e interessanti tasselli al quadro accusatorio. Elementi che potrebbero contribuire a far emergere ulteriori collegamenti e contiguità che fino a questo momento sono rimasti nell’ombra. Del resto, quanto sta affiorando dalle indagini potrebbe delineare scenari ben più ampi di quelli finora ipotizzati.
Ciò che è emerso, per il momento, sembra essere una possibile mappa economica dell’intero ecosistema creato dall’alleanza tra mafie italiane sul suolo lombardo: denaro liquido, usura, società, investimenti, rapporti con l’estero e ostentazione dei proventi sui social.
Gli ultimi atti che sono stati depositati ruotano soprattutto attorno alle dichiarazioni di due collaboratori: William Alfonso Cerbo, anche detto “Scarface”, e Francesco Bellusci. Secondo quanto emerso finora, le loro ricostruzioni riguarderebbero due filoni distinti ma collegati tra loro. Da un lato troviamo, infatti, i presunti rapporti tra esponenti del gruppo criminale dei Senese, clan di origine campana ma da anni operante a Roma, e un imprenditore svizzero, la cui identità non è stata ancora resa nota. Dall’altro, gli affari che sarebbero stati attribuiti a Gioacchino Amico, altro collaboratore di giustizia, e a Emanuele Gregorini, detto “Dollarino”, tra società, contanti e rapporti interni poi finiti in rottura.
Per quanto riguarda il fronte emerso attraverso le dichiarazioni di Cerbo “Scarface”, il collaboratore ha riferito ai pubblici ministeri della Dda milanese, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, dei presunti rapporti tra Giancarlo Vestiti, indicato come il referente in Lombardia del clan Senese, Antonio Sorrentino, anch’egli ritenuto legato al gruppo, e il misterioso imprenditore svizzero che avrebbe svolto un ruolo tutt’altro che marginale. Questo anche grazie a un’elevata disponibilità di denaro e a significative capacità di investimento. Parliamo di una disponibilità finanziaria tale da consentire all’imprenditore di partecipare alle stesse attività come un vero e proprio “socio”. Ad ogni modo, sempre secondo le dichiarazioni di “Scarface”, le somme di denaro consegnate dall’imprenditore sarebbero state poi riutilizzate dai referenti dei Senese in Lombardia per concedere prestiti a tassi d’usura, ma anche per altri tipi di affari, tra cui lo stoccaggio delle merci.
All’interno di questo schema, un ruolo diretto sarebbe stato rivestito da Antonio Sorrentino, il cui compito sarebbe stato quello di fungere da contatto principale con il facoltoso imprenditore svizzero. Secondo quanto riferito da Cerbo, Sorrentino avrebbe persino vantato nei suoi confronti un credito, ancora da verificare, di circa 700 mila euro.
Ci sarebbero poi altri investimenti dall’apparenza lecita: da quelli nel settore dell’abbigliamento, con tanto di logo commerciale, alle operazioni immobiliari in Svizzera, compreso l’acquisto di un’intera palazzina. Sempre all’interno delle dichiarazioni di Cerbo “Scarface” compare anche una Porsche 997 Turbo S che, nei dettagli confluiti all’interno di una zona grigia ancora da chiarire, sarebbe stata nella disponibilità di Vestiti, il referente in Lombardia del clan Senese, ma riconducibile sempre al medesimo imprenditore svizzero.
L’altro filone che riguarda il processo sulla cosiddetta “mafia a tre teste” verte invece sui verbali dell’altro collaboratore di giustizia, Francesco Bellusci. In questo caso, a essere messi sotto la lente d’ingrandimento sono i rapporti tra Gioacchino Amico e Gregorini, detto “Dollarino”. Un racconto che restituisce soprattutto aspetti più interni, come le varie dinamiche tra soggetti del presunto sistema, i contrasti, le esclusioni e l’ostentazione del denaro, oltre agli immancabili rapporti economici.
Nei racconti di Bellusci vengono descritte, infatti, immagini e video nei quali Amico e Gregorini avrebbero contato soldi. Quantità di denaro così ingenti da arrivare a piegare le banconote come fossero “panini”. Insomma, veri e propri “sandwich” di banconote. Nei verbali, particolarmente folkloristico è l’utilizzo di un borsello griffato pieno di denaro, quasi a voler sottolineare non solo l’elevata disponibilità di contante, ma anche l’ostentazione di chi avrebbe gestito quelle somme.
Ad unire, invece, i tre personaggi è un altro passaggio emerso sempre nei racconti di Bellusci, quello che riguarda una società, la GFE, che secondo il collaboratore sarebbe stata costituita tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 da lui stesso, Amico e Gregorini. L’obiettivo sarebbe stato quello di realizzare una somministrazione illecita di manodopera, evadendo i contributi. La GFE avrebbe dovuto operare nel Milanese, dopo l’individuazione di una sede a Cuggiono, comune lombardo situato tra Milano e Novara, e l’avvio della ricerca dei primi clienti. Sempre secondo la ricostruzione offerta da Bellusci, l’intera operazione sarebbe servita anche a favorire il rientro di alcuni debiti maturati da Amico verso la famiglia Pace, ritenuta vicina al mandamento di Castelvetrano di Matteo Messina Denaro. Circostanza che, se verificata, rafforzerebbe ulteriormente l’ipotesi investigativa della presenza di Cosa nostra come una delle tre componenti della presunta alleanza tra mafie italiane operante in Lombardia.
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fonte:https://antimafiaduemila.com/home/mafie-news/giustizia/processo-hydra-i-verbali-il-canale-svizzero-e-gli-affari-del-consorzio-mafioso