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Processo Baiardo: ”Dell’Utri tradì Graviano facendolo arrestare”

03 Luglio 2026 | Primo piano

Al processo contro Salvatore Baiardo il collaboratore di giustizia riferisce le parole di Vincenzo Ferrara. Depone anche Fabio Tranchina: “Graviano diede soldi a Baiardo per la gelateria”

Karim El Sadi

Si fece l’accenno riguardo a Dell’Utri sul fatto che aveva fatto arrestare i fratelli Graviano. Era stato lui l’autore della propalazione agli organi investigativi, che stavano battendo la pista per il loro arresto”. È uno dei passaggi più significativi della deposizione del collaboratore di giustizia Pietro Riggio, ascoltato oggi davanti al Tribunale di Firenze nel processo a carico di Salvatore Baiardo, imputato per favoreggiamento personale aggravato dall’agevolazione mafiosa e per calunnia aggravata nei confronti di Massimo Giletti e dell’ex sindaco di Cerasa Giancarlo Ricca
Nel corso dell’udienza Riggio ha ripercorso la propria vicenda giudiziaria. Ex agente della polizia penitenziaria, fu condannato per mafia nell’inchiesta “Grande Oriente” e nel 2008 iniziò a collaborare con la giustizia. In quasi vent’anni è stato sentito in alcuni dei principali processi siciliani, da quello sulla trattativa Stato-mafia al Capaci bis, fino all’inchiesta Montante e, più recentemente, al processo sul depistaggio di via d’Amelio. Davanti ai magistrati fiorentini Leopoldo De Gregorio e Lorenzo Gestri, Riggio ha raccontato quanto gli riferì Vincenzo Ferrara, cognato del boss di Caltanissetta Giuseppe “Piddu” Madonia. I due si conobbero nel carcere di Villalba, dove Ferrara era detenuto e Riggio prestava servizio come agente di polizia penitenziaria. 
Lo stesso Ferrara che, durante la detenzione, tentò di togliersi la vita dopo aver ricevuto una lettera minatoria che Riggio riuscì a recuperare e che gli sarebbe poi stata sequestrata dal Ros il giorno del suo arresto. Fu proprio quel triste episodio ad avvicinare i due. 
Sono andato ad assisterlo e a parlarci. E in questo frangente sono venuto in confidenza con lui”, ha raccontato Riggio. Da quel rapporto sarebbero emersi numerosi racconti sulle dinamiche interne di Cosa nostra durante la stagione stragista. 
Ricordo che mi parlò di una riunione che si tenne a Bagheria che pose le premesse affinché l’attenzione del comportamento di Cosa nostra in Sicilia, che si era attivata in maniera massiva con i due attentati, si spostasse in altra parte”, ha dichiarato.
Ferrara, secondo quanto riferito dal collaboratore, avrebbe espresso anche un giudizio critico sulla strategia dell’organizzazione mafiosa. 
Ricordo che non era d’accordo e che Cosa nostra stava andando ‘a sbattere’ perché sicuramente c’erano mani esterne che la manipolavano”. 
Fu in quello stesso contesto che Ferrara avrebbe indicato in Marcello Dell’Utri il suggeritore della campagna stragista.
Fu in quell’occasione  ha riferito Riggio – che ebbe a dirmi che il suggeritore delle stragi era stato Dell’Utri, lo chiamavano ‘u professuri’ (il professore, ndr. Mi diceva ‘ma tu ti immagini la strage di Georgofili… ma Totò Riina secondo te… potrà mai essere a conoscenza dei Georgofili o dei siti che sono stati attinti successivamente a Milano e Roma? Totò Riina è un pecoraio… E’ chiarissimo che era intervenuta una personalità che era a conoscenza di questi luoghi simbolo”.   L’arresto dei fratelli Graviano

Anche il passaggio relativo all’arresto dei fratelli Graviano – catturati il 27 gennaio 1994 a Milano e poi condannati per le stragi – deriva, secondo Riggio, dai racconti di Vincenzo Ferrara.
Parlò di un appuntamento presso un ristorante a Milano (i due fratelli furono catturati dai carabinieri nel ristorante “Gigi il cacciatore”, ndrperò nei particolari io in quel momento non misi a fuoco quello che effettivamente lui volesse affermare. Questo dato gli veniva sicuramente dalla parte investigativa”, ha affermato rispondendo alle domande del pm De Gregorio.
Riggio ha poi aggiunto: “
Lui sicuramente era compulsato dalla parte investigativa di interessarsi anche sotto questo profilo per la cattura dei Graviano. La notizia dell’appuntamento lui me l’aveva data per certo. La notizia che era avvenuto era certa, la fonte da cui l’aveva ricevuta era certa”.
Secondo il collaboratore, Ferrara attribuiva quella vicenda a una precisa dinamica maturata all’interno di Cosa nostra.
La notizia fu acquisita in seno a Cosa nostra. Infatti lui (Ferrara, ndr) si lamentava del fatto che ‘prima ci hanno sfruttato e poi ci buttano a mare’. Questa era una sorta di rabbia che manifestava. Faceva intuire che c’era la partecipazione di personaggi esterni a Cosa nostra che dettavano una sorta di agenda. L’agenda se da una parte doveva portare frutto alla compagine politica e istituzionale, dall’altra parte doveva portare frutto anche a Cosa nostra. Lui invece diceva ‘noi ci stiamo rovinando con le nostre mani perché questa è gente che piano piano ci venderà a tutti’. Si lamentava di questo fatto”. 

Il “colpo di Stato bianco”

Il dissenso rispetto alla strategia stragista, secondo quanto riferito da Riggio, non riguardava soltanto Vincenzo Ferrara, ma anche il boss nisseno Giuseppe “Piddu” Madonia.
“Anche la posizione di Piddu Madonia era contraria”, ha dichiarato Riggio riportando le parole di Ferrara. “Però all’interno di Cosa nostra Madonia purtroppo doveva tenere una sorta di posizione d’ufficio che acconsentisse a quella tipologia di intervento. Però attraverso la famiglia con la quale colloquiava, Madonia faceva percepire un certo dissenso”. 

Secondo il collaboratore, Ferrara gli parlò anche di un progetto politico-istituzionale che avrebbe fatto da sfondo alla stagione delle stragi.
Vincenzo Ferrara mi parlò che era in atto una sorta di colpo di Stato bianco che doveva venire attraverso l’aiuto di Cosa nostra con l’attuazione di questo processo terroristico. Però Bernardo Provenzano aveva vietato categoricamente che si facessero queste stragi in Sicilia, dovevano essere attuate al di fuori. Provenzano parlò dell’inserimento di un nuovo soggetto politico che stava nascendo, siamo tra fine 1993 e inizi del 1994, cosa che poi io ho avuto modo di riscontrare direttamente parlando con l’attuale collaboratore di giustizia Ciro Vara (ex capo famiglia di Vallelunga Pratameno, ndr) quando disse “dobbiamo votare Forza Italia che è quello che ci salverà“.
Si tratta di circostanze che Riggio ha ricondotto sempre ai racconti di Ferrara, precisando di avere successivamente trovato, a suo dire, un riscontro nel colloquio avuto con l’ex capomafia di Vallelunga Pratameno Ciro Vara, oggi collaboratore di giustizia. 

Spadolini nel mirino

La deposizione è poi proseguita sulle stragi del Continente e sui possibili obiettivi inizialmente individuati da Cosa nostra.
Secondo Riggio, Ferrara gli raccontò “
che inizialmente si volesse attentare a delle figure politiche che in quel momento stavano avversando Cosa nostra”. Tra queste vi sarebbe stato Giovanni Spadolini, all’epoca presidente del Senato.
Il progetto, tuttavia, sarebbe stato accantonato. “
Perché si era saputo che era malato di cancro”.
Fu a quel punto, ha riferito ancora Riggio riportando il racconto di Ferrara, che sarebbe intervenuto 
Marcello Dell’Utri, indicato all’interno di Cosa nostra con il soprannome di “u professuri“.
Fu Marcello Dell’Utri, che in Cosa nostra chiamavano ‘u professuri’, “che dettò i luoghi che dovevano essere colpiti“.
L’indicazione, sempre secondo quanto riferito in aula, sarebbe stata quella di colpire obiettivi simbolici anziché persone.
Dell’Utri avrebbe detto di “
colpire i luoghi e non le persone” perché gli attentati contro Falcone e Borsellino “avevano fatto troppo rumore”.
Riggio ha infine raccontato di avere invitato Ferrara a riferire questi particolari ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta. Ferrara, però, dopo essere stato interrogato, decise di non sottoscrivere il verbale.
Mi disse che “
appena sarebbe venuto fuori mi avrebbero ucciso“.
L’udienza è poi proseguita con l’esame di un secondo collaboratore di giustizia, 
Fabio Tranchina, che ha ricostruito il rapporto con Giuseppe Graviano durante gli anni della latitanza del boss di Brancaccio.  

Graviano diede a Baiardo i soldi per la gelateria”

A seguire è stato sentito anche il collaboratore di giustizia Fabio Tranchina, condannato per la strage di via d’Amelio e oggi collaboratore.
Rispondendo alle domande delle parti e della presidente del collegio 
Anna Favi, Tranchina ha ripercorso il suo strettissimo rapporto con Giuseppe Graviano, del quale era uno dei “riservati” di Cosa nostra e al quale, da giovane, curava gli aspetti logistici della latitanza. 

Era lui, ha raccontato, a procurargli i rifugi in Sicilia e gli appartamenti dove soggiornava durante i frequentissimi viaggi nel Nord Italia, soprattutto dopo le stragi del 1992. Lo accompagnava inoltre alle riunioni e ai sopralluoghi, compreso quello effettuato in via d’Amelio, vicenda per la quale è stato poi condannato per concorso nella strage.
Il boss di Brancaccio, ha spiegato Tranchina, trascorreva lunghi periodi fuori dalla Sicilia.
Si recava a Milano, Olbia, Roma, Forte dei Marmi. Ma tornava sempre a Palermo non si assentava mai per più di 15-20 giorni”.
Durante quei soggiorni uno dei suoi compiti era procurargli denaro contante e svolgere commissioni per suo conto.
Tra queste vi erano anche i viaggi a Omegna, dove Graviano veniva ospitato da Salvatore Baiardo, poi condannato proprio per averne favorito la latitanza.
Noi lo chiamavamo ‘Salvo’ ai tempi era una persona molto simpatica”.
Secondo Tranchina, tra Graviano e Baiardo esisteva un rapporto di fiducia, anche se non mancavano momenti di tensione.
Giuseppe Graviano gli ha dato dei soldi per riavviare o ristrutturare la sua gelateria”, ha detto in aula. “Un giorno però Giuseppe si lamentò tantissimo di questa situazione della gelateria disse ‘già mi costa 150 milioni di lire… però questo ha un brutto vizio che va a giocare al casinò’. Però gli faceva comodo che lo ospitasse durante la latitanza”. 

Le commissioni a Omegna

Nel corso della deposizione Tranchina ha ricordato anche alcune delle commissioni che Graviano gli affidava durante i soggiorni piemontesi.
Una riguardava proprio Baiardo.
Graviano mi mandò a trovarlo e gli portai 10 o 20 milioni in gelateria per suo conto”.
Ma è un secondo episodio ad avere attirato l’attenzione dell’accusa.
Tranchina ha raccontato di avere effettuato, con l’aiuto dello stesso Baiardo, un sopralluogo nei pressi dell’abitazione in cui viveva sotto protezione il collaboratore di giustizia 
Giovanni Drago, ex killer di Brancaccio e un tempo uomo di fiducia dei Graviano.
Fu Baiardo, ha spiegato, a indicargli il luogo.
Baiardo mi mostrò il luogo, impiegammo una ventina di minuti per andare dalla gelateria a questo sito dove all’esterno c’erano parecchi agenti in borghese”.
Secondo il collaboratore, 
Giuseppe Graviano stava valutando di eliminare Drago dopo la sua decisione di collaborare con la magistratura e, proprio per questo, avrebbe chiesto a Baiardo di aiutare Tranchina nell’individuazione dell’abitazione nella quale viveva sotto tutela. L’udienza è stata quindi rinviata all’8 luglio.

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