Luca Grossi
08 Dicembre 2025
Nessuno spiegherà mai per bene la dinamica della notte dell’8 dicembre 1970. Molti nomi sono ancora nascosti negli archivi di Stato, sia in Italia che oltreoceano.
La macchina golpista si era messa in moto per agire già il 15 agosto e nel giorno dell’Immacolata uomini importanti delle forze armate e della destra extraparlamentare (Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale) si mossero per conquistare alcuni centri nevralgici del potere (Rai, Quirinale, Viminale)
Era tutto pronto: una nuova carta costituzionale, i documenti del consiglio militare da insediare, quelli per lo scioglimento delle Camere e per le dimissioni del presidente della Repubblica.
Si doveva procedere anche all’eliminazione fisica del capo della polizia Angelo Vicari, già in precedenza oggetto di accuse e minacce da parte di ambienti del Fronte Nazionale. Delitto affidato a un gruppo di mafiosi siciliani giunti a Roma già il 6 dicembre 1970 e alloggiati al Residence Cavalieri, di fianco al ripetitore Rai di Monte Mario.
Due erano gli obbiettivi: Roma e Milano. Non si può prendere l’Italia se una delle due resiste.
Si mosse il “principe nero” Junio Valerio Borghese (in foto), capo dell’organizzazione di estrema destra Fronte Nazionale, guidò un tentativo di colpo di Stato. Un soggetto vicino anche agli “americani”, tanto che nel dopoguerra era stato salvato dal colonnello Angleton, responsabile dei servizi segreti militari USA, con cui era poi rimasto in buoni rapporti.
Con l’operazione “Tora Tora” (questo il nome in codice) i golpisti riuscirono ad entrare nell’armeria del Ministero dell’Interno; e intorno alle 21 di quel giorno al maggiore Amos Spiazzi di Corte Regia giunse dal comando superiore un fonogramma che diceva: “Attuate esigenza triangolo”, cioè “impiego immediato, effettivo, di tutto l’apparato anticomunista” che “comprendeva ufficiali, sottufficiali e soldati di sicura fede che venivano aggiornati e tenuti sempre pronti”.
L’obiettivo era Sesto San Giovanni dove le forze del colonnello dovevano congiungersi con i lancieri di Milano, dislocati in quel momento a Monza, considerata una zona calda. Su Verona, invece, avrebbero dovuto marciare reparti provenienti dal Friuli-Venezia Giulia e concentramenti si registrarono anche all’Arsenale e al Lido di Venezia, città in cui civili e militari si radunarono al comando della Marina.
Notizie di mobilitazione si ebbero anche altrove: in Toscana e Umbria furono distribuite liste di obiettivi e armi, mentre a Reggio Calabria vennero consegnate le divise.
Non c’era che da passare all’azione, ma tutto venne fermato quando squillò il telefono nel quartiere generale del Fronte: il Golpe Borghese non doveva arrivare fino in fondo e, nel giro di un’ora, entro le 2 del mattino dell’8 dicembre, tutto doveva tornare normale, come se nulla fosse mai successo.
Lo stesso Spiazzi fu raggiunto dal “rompete le righe” quando ormai era giunto ad Agrate Brianza. A comunicarglielo era stata la sua caserma con cui era rimasto in contatto: “Esercitazione, esercitazione, esercitazione” erano le tre parole, ripetute, per indicare che non se ne faceva più niente.
Il ruolo della Cia
La presenza della Cia negli affari del nostro Paese era stata prospettata dal generale Gianadelio Maletti, condannato in via definitiva per il depistaggio per la strage di Piazza Fontana. Il 3 marzo 1977 si sfogò nell’audizione parlamentare della commissione stragi (presieduta al tempo da Giovanni Pellegrino) tenutasi a Johannesburg. La riguardava gli americani e il loro spadroneggiare in casa nostra: “Io vorrei tanto far ritornare in Italia la Commissione con qualcosa di concreto. Se posso aggiungere qualcosa di più (questa è una mia impressione, non ho dati documentali, non ho elementi di appoggio a questa ipotesi), è questo: in quel periodo – si tratta degli anni ’70, ’73, ’74 – la sudditanza italiana ai servizi americani era quasi assoluta. Il capo del servizio americano a Roma, il cui nome non ricordo (era il predecessore di Stone), si recò un giorno presso il Capo del servizio italiano, generale Miceli, e senza troppi riguardi gli fece una sfuriata a distanza di ascolto dal collaboratore di Miceli stesso nell’ufficio accanto. Il servizio italiano era in condizioni tali da non poter assolutamente reagire”.
“Io farei una distinzione tra Cia e Cia. La Cia di Roma era indubbiamente una base informativa che forniva alla Cia di Washington, di Langley, gli elementi necessari per preparare un’azione successiva in Italia. Probabilmente la Cia di Roma non si occupava di queste cose, se non sotto il profilo logistico-informativo e la Cia americana, la Cia di Langley, provvedeva all’invio e all’eventuale impiego di suo personale o di personale reclutato da suoi agenti”, concluse Maletti.
Alcune carte desegretate dagli Stati Uniti d’America confermano in parte quanto detto. Da queste emergono i contatti nell’agosto del 1970 tra il principe Borghese e l’ambasciata americana proprio per sondare i margini di un eventuale appoggio o benestare di Washington all’operazione.
Tra i documenti vi sono anche 5 informative che l’ambasciata americana a Roma, spedisce a Washington tra l’Agosto e il Settembre 1970, in cui emerge in maniera chiara come gli americani fossero informati del colpo di Stato. Tra le informative si fa riferimento ai cospiratori. E’ in questi carteggi che emergono i nomi Adriano Monti, uno dei congiurati ed ex medico di Rieti, e Ugo Fenwich, importante uomo d’affari americano, in contatto con l’ambasciatore americano a Roma Graham Martin.
Martin a sua volta, avrebbe inviato le informative a Henry Kissinger, segretario di Stato di Richard Nixon.
In un documento dell’aprile 1971 Martin rilevava che “la presente attitudine pubblica è di divertita incredulità (amused disbelief) che un’operazione infantile abbia rappresentato una minaccia per lo Stato” ma al contempo conferma l’esistenza del golpe (“the plan does exist”) e gli attribuisce il 70 per cento di probabilità di riuscita, se ritentato con l’appoggio dei carabinieri e dell’esercito”.
Dunque gli americani seguivano passo passo ogni fase dell’operazione.
In un’intervista a La Repubblica, Adriano Monti ha riferito che gli americani (la Cia) non avrebbero opposto un “no categorico” al Golpe.
“Non volevano che nell’operazione venissero coinvolti civili o militari statunitensi di stanza di Italia – ha raccontato – Esigevano che al piano partecipassero Carabinieri, Esercito, Aeronautica e Marina. Chiedevano poi la formazione di un governo presieduto da una personalità della Dc che godesse della fiducia degli Stati Uniti e che entro un anno avrebbe dovuto convocare elezioni dalle quali fossero però esclusi comunisti e sinistre estremiste”.
Chi avrebbe dovuto essere il politico? A detta di Monti sempre lui, il “Divo”, Giulio Andreotti, anche se non era a conoscenza di un coinvolgimento diretto.
Certo è che Andreotti in quel dicembre 1970, per la prima volta dal 1947, non rivestiva alcuna carica governativa. Ma è un dato di fatto che proprio lui, nel 1974, in qualità di ministro della difesa, consigliò di “sfrondare” i nastri del Sid, in cui si parlava di Gelli e della P2, prima di passarlo alla magistratura.
L’obbiettivo americano era un colpo di Stato centrista
Tra i nomi inseriti nella lista di coloro che parteciparono ai fatti della notte dell’Immacolata ci fu anche quello di Licio Gelli. Non è una novità che il maestro della loggia criminale P2 caldeggiava la nascita di una repubblica presidenziale di stampo autoritario. Il suo progetto avrà altri sbocchi tra cui la strage del 2 agosto del 1980.
In base ad un documento del 1974 della commissione di inchiesta sulle stragi il contrordine sarebbe partito proprio da Gelli (già ai tempi frequentatore del Centro Sid di Firenze) poiché, secondo la versione affidata da Fabio De Felice a Paolo Aleandri, ci sarebbe stati il mancato sostegno dei carabinieri e degli Stati Uniti, anche se lo spettro della svolta autoritaria era, nelle intenzioni, più un ricatto politico che una reale prospettiva.
C’è anche un’altra ipotesi: secondo lo storico Aldo Giannuli il contrordine sarebbe arrivato da Gilberto Bernabei, altro personaggio che ha avuto un ruolo importante sia nella Repubblica Sociale Italiana.
Bernabei avrebbe telefonato a Borghese e gli avrebbe detto: “Guarda che gli americani, contrariamente a quanto assicurato, non ci stanno. Si ritirano e quindi rientra il colpo di Stato, richiama i tuoi uomini”. Peraltro, lo stesso Borghese, nella sua lettera testamento, confermò che il contrordine venne da Bernabei per conto di Giulio Andreotti, di cui era segretario, ma in un primo tempo il testo fu ritenuto falso, fino alla rivalutazione di Giannuli. Insomma, le due ipotesi, pur nella diversità degli attori coinvolti, vedono nell’abbandono degli americani il motivo comune del fallimento del golpe.
Quindi il disinteresse dell’alleato americano per una soluzione forte della ‘questione italiana’ è una certezza.
Difatti il vero obbiettivo era un’Italia democratica senza la partecipazione di comunisti o neofascisti nel governo, così recita il memorandum dell’amministrazione di Washington sulla politica verso l’Italia dell’11 giugno 1970, un documento base per ridefinire gli obiettivi Usa nel Mediterraneo.
Anche Carlo Fuma-galli, il più atlantista tra gli eversori della destra di quegli anni, confermò che i suoi contatti americani gli dissero che non avrebbero mai appoggiato un golpe fascista in Italia, bensì soltanto un colpo di stato democristiano e comunque di centro, ma solo se la Dc avesse avuto più polso e un programma completo.
Le mafie nel progetto golpista
Borghese aveva intenzione, per ottenere appoggi in Sicilia.
Venne messo in contatto con i mafiosi dal fratello massone di un uomo d’onore, Carlo Morana. All’uopo si adoperò anche l’onorevole Giovanni Gioia, uno dei riferimenti sull’isola di Giulio Andreotti. Se ne parlò in un primo incontro a Catania, dove venne respinta la richiesta del Principe nero, in base alla quale gli uomini d’onore che avrebbero partecipato dovevano essere indicati in una lista e portare una fascia verde al braccio per essere riconosciuti la notte del golpe. Seguì, dunque, un’altra riunione a Roma con lo stesso Borghese, a cui parteciparono, accompagnati da massoni palermitani, Giuseppe Calderone e Giuseppe Di Cristina, entrambi poi assassinati nel 1978.
A conferma di questo esposto ci furono anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Leonardo Messina: nel dicembre 1970 “eravamo pronti ad assaltare caserme e prefetture, municipi e tutto“, dichiarò Messina, già aggregato al mandamento di Vallelunga, in presunti rapporti in seguito con i neri dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), di cui ebbe indirizzi e numeri di telefono. “Noi prendevamo ordini dal vecchio Calì di San Cataldo. Eravamo circa venti giovani, uomini d’onore e avvicinati, i figli del Calì ed io che ero il nipote”.
Nel frattempo Borghese si era mosso anche in Calabria.
Il 25 ottobre 1969 avrebbe dovuto tenere un comizio a Reggio Calabria, in piazza del Popolo, ma venne vietato dal questore che pur, in precedenza, lo aveva autorizzato. In città c’era anche Stefano Delle Chiaie, spesso in trasferta in quella regione frequentata anche dall’ordinovista Pierluigi Concutelli, legato a Paolo De Stefano, che qui si intratteneva con Fefè Zerbi, definito “il perno di tutto”. Dopo il divieto esplosero numerosi scontri culminati in un assalto alla questura. In quell’occasione, in piazza, c’era Giuseppe Nirta, estimatore di Delle Chiaie e confidente dell’allora colonnello dei carabinieri Francesco Delfino, in seguito accusato e assolto per la strage di Piazza della Loggia, “il quale avrebbe dovuto coordinare quattromila persone in armi pronte a partecipare al golpe Borghese”, come si legge in un’informativa della dda di Reggio Calabria del 2 febbraio 2016.
Il 26 ottobre 1969, il giorno dopo lo sfumato comizio di Borghese, ai piedi del massiccio di Montalto, sull’Aspromonte, in località Serro Juncari ci fu un summit in cui si tentò, come descritto in una sentenza ordinanza del giudice istruttore di Bologna del 3 agosto 1994, di “unificare le varie organizzazioni (della ‘Ndrangheta) in un’unica struttura di comando”, la società della Santa. Questa nuova struttura doveva assumere una funzione “accentuatamente antistatalista, anche col ricorso a mezzi di aggressione con uso di esplosivi, che per la verità erano tipici delle nascenti organizzazioni terroristiche e non di quelle malavitose tradizionali”.
Le dichiarazioni di Tommaso Buscetta e la strategia del terrore
Il 16 novembre 1992 Tommaso Buscetta si presentò davanti alla Commissione Antimafia dell’XI legislatura per ribadire che “nel 1970 Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate erano interessati a creare in Sicilia un ‘clima di tensione’ che avrebbe dovuto favorire un colpo di Stato”.
Diversi, secondo il più celebre dei collaboratori di giustizia, sarebbero stati gli episodi a suffragio della sua dichiarazione, comprese le bombe collocate a Palermo e Catania da Francesco Madonia. E il coinvolgimento della mafia nei fatti della notte dell’Immacolata era così concreto e noto che Buscetta, rientrando negli Stati Uniti dopo un vertice a Milano, si sentì chiedere dalla polizia americana: “Lo fate o no questo golpe?”.
Quando chiese prudentemente a cosa si riferissero, gli agenti furono espliciti: “Quello con Borghese”.
In senso analogo si sarebbe mosso anche il boss corleonese Luciano Liggio preparando un “clima di tensione” adatto. Per farlo, scelse di colpire il procuratore Pietro Scaglione e il giornalista del quotidiano “L’Ora” Mauro De Mauro.
ARTICOLI CORRELATI
Fascisti! Sì. E amici dei mafiosi
di Giorgio Boingiovanni
L’Italia dei ”Golpe di Stato”: storia di una guerra contro una ‘Repubblica incompiuta’
Il Golpe Borghese, l’ordine revocato e l’ombra del Sistema criminale
La X MAS: da servi dei nazisti a pedine dell’America nel dopoguerra
L’atto d’accusa al Governo fascista amico degli stragisti mafiosi
‘Golpe di Stato’: nel libro di Beccaria la storia degli attacchi a una ‘Repubblica Incompiuta’
Golpe di Stato – Neofascisti, servizi segreti, P2: tutti gli attacchi a una Repubblica incompiuta
fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/261-cronaca/107204-mafie-cia-forze-armate-e-destra-eversiva-la-rete-dietro-il-golpe-dell-immacolata.html