30-04-2026 – di: Vincenzo Scalia
Ricorre oggi l’anniversario dell’omicidio di Pio La Torre, allora segretario regionale del PCI, in passato deputato, esponente di spicco del partito a livello nazionale. La Torre venne assassinato col suo autista, Rosario Di Salvo, mentre si recava nel suo ufficio, situato presso la sede regionale del PCI. La sua morte sortì l’effetto di puntare i riflettori nazionali sulla Sicilia, accelerando la nomina a prefetto di Palermo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che in seguito sarebbe rimasto vittima di un agguato.
L’omicidio di Pio La Torre, per quanto clamoroso, non suscitò le stesse reazioni innescate dalla morte del prefetto, avvenuta il 3 settembre dello stesso anno. Il suo omicidio fu inserito all’interno della cornice dei cosiddetti delitti eccellenti, ovvero il triste rosario di omicidi commessi da Cosa Nostra a danno di esponenti delle istituzioni. La Torre andava a riempire, secondo questa lettura fatalista, la schiera di vittime che già annoverava Pietro Scaglione, Michele Reina, Boris Giuliano, Cesare Terranova, Emanuele Basile. Una schiera che veniva letta come una triste articolazione della potenza di fuoco di Cosa Nostra, che in quegli anni, come si saprà da Buscetta in poi, era mossa da una guerra intestina provocata dall’assalto da parte dei Corleonesi ai vertici dell’organizzazione. In altre parole, la morte di Pio La Torre rientrava in quello schema secondo il quale il dominio di Cosa Nostra in Sicilia era totale, l’opinione pubblica locale era rassegnata, si rendeva necessario un intervento esterno, estraneo al contesto locale. Un’impostazione riduttiva, a tratti ideologica, che trascurava il contesto della società civile siciliana dell’epoca e relegava in secondo piano la figura del segretario del PCI siciliano. Di questi aspetti, è necessario operare invece un approfondimento.
La società siciliana in cui matura l’omicidio di Pio La Torre è tutt’altro che immobile e rassegnata. Se da un lato è vero che la DC, principalmente attraverso le figure chiacchierate di Salvo Lima e Vito Ciancimino, teneva saldamente le redini della politica e dell’economia isolana, dall’altro lato bisogna ricordare che esistevano delle soggettività che spingevano in senso opposto. All’interno dello stesso mondo cattolico, in quegli anni, attorno all’intellighenzia gesuita, al futuro sindaco, Leoluca Orlando, e al futuro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si era cominciata a sviluppare una riflessione che preparava pratiche di cambiamento, basate sull’opposizione alla mafia a partire dal coinvolgimento della società civile. A sinistra, il giornale L’Ora, continuava ad essere un punto di riferimento storico per le inchieste e le mobilitazioni antimafiose. Al suo fianco, marciavano nuove esperienze come il Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato, che aveva cominciato a dare vita ai primi, informali, comitati. Altri gruppi si cominciavano a formare. Alcuni militanti della sinistra radicale arrivarono perfino ad organizzare una marcia su Ciaculli, feudo della famiglia mafiosa dei Greco, a testimonianza della voglia di contrastare la mafia dal basso. Era verso l’alto che queste esperienze venivano ignorate. La mafia, formalmente, ancora non esisteva, dal momento che il 416-bis venne introdotto soltanto all’indomani dell’omicidio Dalla Chiesa. Nel mondo intellettuale, anche in quello di sinistra o liberal, prevaleva un’attitudine lombrosiana nei confronti dei Siciliani. Basti pensare, per tutti, a Giorgio Bocca.
Pio La Torre, per la sua storia, per la sua conoscenza della Sicilia, per la sua concezione della politica, rappresentava un punto di coagulo per queste esperienze ignorate dalle parti di Roma e Milano. Sin dagli inizi della sua militanza politica si era posto in testa al movimento contadino, guidando i braccianti siciliani a occupare i latifondi e a sfidare la repressione mafiosa. Attività che gli era costata un periodo, seppur limitato, di permanenza all’Ucciardone, durante la quale era nato il suo primo figlio. Divenuto in seguito deputato nazionale, aveva denunciato, per primo, il Sacco di Palermo, sia in Aula sia come membro della Commissione Antimafia. Le sue denunce erano fondate su inchieste approfondite, che portavano alla luce come lo scempio del territorio, del tessuto sociale palermitano, dell’economia cittadina, lungi dall’essere il frutto di arretratezza, erano in realtà il prodotto di un capitalismo rampante, aggressivo, in cui i confini tra interessi leciti e illeciti svanivano. Dando vita alla cosiddetta borghesia mafiosa. Proprio per questo, Pio La Torre, riteneva che la mafia andasse combattuta aggredendone i patrimoni, ipotesi che culminò nella proposta di legge Rognoni-La Torre, che però venne approvata soltanto dopo l’omicidio Dalla Chiesa. E che ispirò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nello sviluppo del loro metodo investigativo, basato sulla ricerca della “via del denaro”.
Insediatosi come segretario regionale, Pio La Torre, si era subito posto come cerniera tra i movimenti, le istituzioni, le forze politiche, promuovendo un’antimafia sociale, capace di articolare il contrasto alla criminalità con le questioni attinenti allo sviluppo economico e al pacifismo. Quest’ultimo aspetto merita ulteriore attenzione. Nell’agosto 1981, in pieno riarmo, si era deciso di destinare la Sicilia al ruolo di hub missilistico, installando le testate nucleari Cruise presso l’aeroporto di Comiso. La decisione aveva innescato un movimento di opposizione di natura locale e nazionale, dando vita a mobilitazioni diffuse. Pio La Torre aveva fatto da sponda alle proteste pacifiste, organizzando una manifestazione a Comiso che aveva richiamato gente da tutto il paese e fuori. Sortendo l’effetto di fare uscire la Sicilia dall’isolamento e di farne il punto di coagulo del movimento pacifista nazionale e internazionale. Mettendo così in pericolo gli interessi di chi aveva tutta l’intenzione di mantenere l’isola scollegata dal resto del mondo, per continuare a perseguire i suoi fini di potere e profitto. Troppa attenzione rischiava di suscitare curiosità anche su altri aspetti, come gli affari mafiosi, al di là del movimento pacifista. Oltre che di saldare un movimento di opposizione eterogeneo, che, finalmente, stava cominciando a trovare sponda. Per questo Pio La Torre venne ucciso. Per questo va ricordato, come propugnatore di una lotta alla criminalità organizzata capace di saldare l’aspetto politico a quello civile, e di promuovere l’emancipazione di larghi strati di popolazione. Ciao, Pio. Sei sempre vivo.
Fonte:https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/04/30/lantimafia-sociale-di-pio-la-torre/