L’antimafia fra ombre e sospetti.C’é gente che dell’antimafia ha fatto un mestiere. Bisogna stabilire delle regole: 1)l’antimafia é volontariato ed il volontariato si fa GRATUITAMENTE , 2) l’antimafia NON deve assolutamente gestire i beni confiscati alle mafie, 3) se un’associazione che si definisce “antimafia” non fa attività di INDAGINE e DENUNCIA,collaborando così con la Magistratura,non va riconosciuta come tale. VA URGENTEMENTE FATTA CHIAREZZA FINO IN FONDO AL FINE DI EVITARE CHE UN FIUME DI SOLDI VADA A FINIRE NELLE TASCHE DI IMPOSTORI E,POI,CHE SCHIZZI DI FANGO CONTINUINO A COLPIRE ANCHE COLORO CHE FANNO IL PROPRIO DOVERE SENZA CHIEDERE,CON ASSEGNAZIONI DI BENI,”CORSI DELLA CULTURA LEGALITA’”,ED OGNI ALTRA SCUSA,SOLDI ALLE ISTITUZIONI.

 

Troppe ombre sull’antimafia: rivediamo una volta per tutte il sistema della gestione dei beni confiscati

 

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Ombre e sospetti sull’antimafia. Non ci gira intorno il giornalista Attilio Bolzoni oggi su Repubblica, riaprendo una utile riflessione sul ruolo dell’antimafia nel nostro Paese. Un’antimafia spaccata a metà dalle ultime inchieste avvenute quest’anno: da Antonello Montante a Roberto Helg, da Claudio La Camera a Lorenzo Diana. Non ultimo il caso della giudice Silvana Saguto, presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, che getta ombre sulla gestione dei beni confiscati.

Un’antimafia, quella che salta fuori dalle carte dei tribunali, fatta di poteri, accordi sottobanco e cariche importanti. E così l’intero movimento, compreso quello delle buone pratiche e della buona politica, rischia di essere risucchiato in un senso di sfiducia che invece non ci possiamo proprio permettere. Oggi più che mai c’è invece la necessità di ricostruire, aggiornare e investigare un fenomeno in continua evoluzione.

Per fare tutto questo c’è bisogno di credibilità. Come si fa a distinguere tra associazioni buone e cattive? Come si fa ad individuare il consociativismo o la fame di denaro e fondi pubblici per l’organizzazione di finti servizi? Banalmente servono maggiori controlli soprattutto davanti alla proliferazione di associazioni nate in pochi mesi e già richiedenti fondi del Ministero dell’Interno; verificare non solo sulla carta l’attività che svolgono.

Per esempio non possiamo chiudere gli occhi davanti alle troppe falle nel sistema di gestione dei beni confiscati. Lo abbiamo denunciato più volte, soprattutto in Parlamento. A questi appelli sono sempre seguiti gli impegni da parte della Commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi. A lei oggi chiediamo di rivedere questo sistema una volta per tutte e di farsi garante della restituzione alla collettività dei beni confiscati ai clan. Quella ricchezza, che come ci ha insegnato Pio La Torre, deve tornare in mano della società per combattere efficacemente le mafie e per creare forme di welfare, sottraendole ai clan che sempre più spesso si sostituiscono allo Stato in molte aree d’Italia.

È un momento molto delicato per l’antimafia: un passaggio cruciale per il futuro di questo Paese in cui economicamente e socialmente domina la criminalità organizzata. L’antimafia deve tradursi in pratiche concrete. Ricominciamo dalla legge La Torre-Rognoni e diamogli piena applicazione, garantendo trasparenza, forza e immediatezza.

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