Il Manifesto, Mercoledì 24 Dicembre 2025
La giustizia resta a secco, protestano Anm e Cgil
Redazione
Bilancio Nemmeno un euro per stabilizzare i precari. Intanto avanza la raccolta delle firme per il referendum, ma il governo può forzare la mano
Leggi anche Le toghe contabili: «Così il governo limita i controlli»
*
Nella legge di bilancio non c’è nemmeno un euro per i precari della giustizia: né per quelli «a 18 ore» né per quelli assunti con il Pnrr e in scadenza a giugno. Tantomeno si parla di nuove assunzioni nei settori che più ne avrebbero bisogno: il Dap, la giustizia minorile, i funzionari contabili, quelli del servizio sociale, i tecnici, gli assistenti amministrativi. Niente di niente.
«Il governo ha confermato che l’investimento serio e strutturale sulla giustizia non è una priorità – denuncia la Fp Cgil -. L’unico emendamento che si occupa del personale parla della durata triennale delle graduatorie che saranno formate ad esito delle procedure selettive. Frutto della nostra costante e pressante mobilitazione sul tema, ma senza aver definito una proroga finalizzata alla stabilizzazione totale di tutte e tutti i precari Pnrr della giustizia sarà solo un’altra scusa per lasciarli a casa». E così, prosegue il sindacato, mentre si vuole un sistema giudiziario sempre più veloce ed efficiente «si determinano le condizioni per mandare a casa i lavoratori di un ministero che già di per sé ha punte di sottorganico di oltre il 50% che mettono a rischio chiusura i servizi di Tribunali e Corti d’appello».
E così «la mobilitazione prosegue» con l’obiettivo di far stanziare al governo le risorse necessarie «a dare risposte a tutto il personale del ministero della giustizia». Preoccupazione arriva anche dalla giunta dell’Anm:
«Da un lato i tagli, si parlava di 200 milioni di euro dopo l’approvazione della legge di bilancio in Consiglio dei ministri, dall’altro le mancate risorse per i 12mila precari del Pnrr. Chiediamo al ministero guidato da Carlo Nordio un chiarimento. I disagi, legati ai vuoti di organico di magistrati, cancellieri e personale amministrativo, si ripercuotono direttamente sulle persone. Tagliare sulla giustizia significa creare un danno, prima di tutto, ai cittadini. Lo scenario che ci ritroveremo fra sei mesi sarà drammatico. Serve chiarezza».
Intanto prosegue anche la marcia di avvicinamento al referendum. Sul sito del ministero della giustizia è attiva la raccolta di firme per la presentazione di un quesito diverso rispetto a quello proposto (e già approvato dalla Cassazione) da parte dei parlamentari. L’iniziativa, promossa da quindici cittadini non legati ai partiti e ai comitati che sostengono il No, avanza per ora a ritmo ridotto: a ieri sera le sottoscrizioni erano sotto quota 6000, ma è possibile che, come in altri casi, nei prossimi giorni la crescita diverrà esponenziale.
L’obiettivo, comunque, è anche quello di costringere il governo a rinunciare alla sua idea di anticipare la data del referendum e farlo svolgere all’inizio di marzo, tagliando tempi e spazi alla campagna elettorale. In teoria, la raccolta delle firme dovrà andare avanti fino al 31 gennaio e solo dopo si potrà procedere all’individuazione della data. Non è detto, però, che l’esecutivo non decida di forzare comunque la mano e allora gli occhi sono tutti puntati sul consiglio dei ministri della settimana prossima. Il rischio, qualora il governo dovesse decidere di accelerare, è che si apra un conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale, visto che i promotori dei referendum vengono riconosciuti come «potere dello stato» a tutti gli effetti.
«Noi ci aspettiamo che il governo faccia tutto quello che è sempre stato fatto: chiediamo che venga rispettato il diritto di raccogliere le firme per il periodo che abbiamo a disposizione, entro il 31 gennaio – fa sapere l’avvocato giuslavorista Carlo Guglielmi, portavoce dei quindici cittadini promotori -. Noi non siamo stati mossi dal desiderio di fare un quesito differente, ma dal desiderio di fare il quesito migliore di cui eravamo capaci; quello della maggioranza ci è sembrato poco esplicativo». Secondo Guglielmi, infatti, il cuore della legge non è certo la separazione delle carriere «tanto che non trova spazio neanche nel titolo della riforma».
Aggiornamenti
23/12/2025, 19:23 articolo aggiornato