Il “polverino” dell’Ilva finì nella discarica siciliana: gli affari di Amara da Taranto a Siracusa

Il Fatto Quotidiano

Il “polverino” dell’Ilva finì nella discarica siciliana: gli affari di Amara da Taranto a Siracusa

Incrociando le carte delle varie inchieste, viene fuori uno spaccato del business del legale e i rapporti con uomini delle cosche, magistrati e personaggi del Giglio magico di Renzi. Al centro una società, la Cisma, che ‘è stata anche interdetta per mafia

di Saul Caia | 17 GIUGNO 2021

L’Ilva, il polverino d’altoforno (non pericoloso) e una discarica in provincia di Siracusa. In questa storia, il minimo comune denominatore è l’avvocato Piero Amara. Non è scritta da nessuna parte, e non la troverete negli atti delle inchieste, perché viene fuori solo se, carte alla mano, si mettono insieme documenti e atti, collegando ad uno ad uno i vari punti in comune.

Partiamo dall’ultimo elemento in ordine cronologico: l’inchiesta di Potenza. In arresto è finito ancora una volta l’avvocato Amara, accusato di corruzione in atti giudiziari insieme a Nicola Nicoletti, già legale degli Stabilimenti ex Ilva di Taranto fra il 2015 ed il 2018. Secondo gli inquirenti, i due avvocati avrebbero fatto il bello e cattivo tempo per indirizzare le inchieste sull’acciaieria tarantina, finita nella lente della Procura di Taranto. È proprio questo l’asso di tempo che ci interessa, perché il 14 aprile 2015 parte dal porto di Taranto la nave Rita Br, che trasporta 9 tonnellate di polverino d’altoforno, scarto industriale dell’acciaieria etichettato “non pericoloso”. Bisogna fare una premessa, al momento possiamo escludere che Nicoletti abbia avuto un ruolo chiave e sia stato coinvolto nella vicenda del polverino, anche perché conferirà gli incarichi ad Amara solo nel 2016. Ciò non toglie che l’avvocato Amara ha uno stretto legame con le società siracusane dove il polverino sarà trasferito. La destinazione è la discarica Cisma Ambiente di Melilli, in provincia di Siracusa, dove sorge un impianto da 550 mila metri cubi, che per l’epoca era considerato “tra i più tecnologici impianti d’Italia per il ricondizionamento e recupero di rifiuti industriali, pericolosi e non”.

Il mese precedente, ovvero il 9 marzo, la Cisma aveva formulato un’offerta all’Ilva per smaltire quel rifiuto, firmando il contratto il 26 marzo. Quando il polverino arriverà in Sicilia, la società è stata appena interdetta per mafia dalle prefetture di Catania e Siracusa, atto che però verrà subito sospeso in autotutela. Ma l’attenzione in quel momento, della cittadinanza locale e delle associazioni ambientaliste, è concentrata sul perché quel rifiuto debba finire proprio a Melilli, in una zona che già presenta un polo petrolchimico importante e numerose discariche di rifiuti.

Amara e l’amico Balistreri. La Cisma aveva un capitale sociale di 3 milioni di euro, il 65% del pacchetto aziendale appartiene alla famiglia Paratore, di cui il dominus è Antonino Paratore, detto Nino, mentre il 12,5% è riconducibile agli imprenditori Balistreri (tramite la Ginestra Srl). A questo punto bisogna fare una considerazione. Pietro Balistreri è un vecchio amico dell’avvocato Amara, i due si conoscono da moltissimi anni essendo entrambi di Augusta. Sono anche stati soci nella BCB Srl, azienda che si occupava di “raccolta dei rifiuti solidi non pericolosi”, il cui legale rappresentante e socio al 25% era proprio Balistreri, le altre quote erano di Diego Calafiore (al 15%), fratello di Giuseppe (amico-socio-collega di Amara), e Sebastiana Bona (al 50%), ormai ex moglie dell’avvocato. La società era registrata ad Augusta in via Megara 41, considerata una delle sedi storiche di Amara, dove risiedevano una moltitudine di aziende a lui collegate. “L’avvocato Amara è sempre stato legale del gruppo Balistreri – si legge nella memoria difensiva presentata da Amara e agli atti dell’inchiesta di Roma -, tutti gli affari legali e tutte le scelte imprenditoriali del gruppo sono preventivamente sottoposte al vaglio dell’avvocato Amara che ha un rapporto di consulenza giornaliero con il citato gruppo e in particolare con l’amministratore delegato Pietro Balistreri. Il rapporto continuo e costante, personale, affettivo e professionale fra l’avvocato Amara e il gruppo Balistreri è tale che il dottor Balistreri gli ha più volte proposto di assumere la carica di componente del consiglio di amministrazione delle sue società”. Nell’informativa delle fiamme gialle romane, ci sono numerosi fatture incrociate tra Amara e il gruppo Balistreri. Ma anche 10 bonifici per un totale di 447 mila euro dalla Cisma alla Dagi (società di Amara), e altri 17 bonifici dalla Cisma allo studio legale “Amara & Mangione” per un totale di 79 mila euro.

Paratore, Mafia e Calafiore. La seconda premessa invece riguarda la famiglia Paratore. Il gruppo è finito sotto inchiesta nel 2017, con il sequestro della discarica, ad opera della DDA di Catania. L’accusa è smaltimento illecito di rifiuti, mentre Antonio e il figlio Carmelo sono accusati di associazione mafiosa. La Cisma è stata anche interdetta per mafia, a fine marzo 2015, proprio in concomitanza con l’arrivo del polverino, ma poi le prefetture di Catania e Siracusa avevano sospeso in autotutela l’atto interdittivo su ricorso dei legali della Cisma.

Secondo i magistrati catanesi, i Paratore sarebbero legati alla famiglia Ercolano-Santapaola e al boss ergastolano Maurizio Zuccaro, nipote di Benedetto Nitto Santapaola, esponente della cupola di Cosa nostra. È il collaboratore di giustizia Santo La Causa, testimone al processo “Iblis” di Catania, ad accostare Nino Paratore a Zuccaro, spiegando che l’imprenditore “del settore delle pulizie”, aveva ceduto l’azienda perché “si stava dedicando insieme a Zuccaro, al settore delle discariche di rifiuti speciali”. Alle accuse di La Causa, i magistrati della DDA aggiungono anche le dichiarazioni di altri 3 pentiti che riconoscono Paratore come “socio” e “prestanome” di Zuccaro. Nell’inchiesta catanese si farà anche riferimento ai collegamenti tra i Paratore, politici e figure di Invitalia, che avrebbero permesso di strappare contratti per lo smaltimento di “40 mila tonnellate del polverino Ilva” nella discarica.

In parallelo, dagli accertamenti fatti dal Gico di Roma, sul flusso socio-finanziario del duo Amara-Calafiore, risulta che era Calafiore a tessere i rapporti con Paratore, essendone uno dei legali. Che ci fosse un’amicizia tra l’avvocato e Carmelo Paratore, figlio di Nino, è evidente da una moltitudine di foto pubblicate dai due sui social. Li troviamo seduti allo stesso tavolo anche al “cenacolo” dell’Associazione per la Promozione del Mezzogiorno (Aprom) organizzato a Roma il 16 aprile 2015. All’epoca sia Calafiore che Amara erano soci di Aprom.

Cisma e gli appunti di Amara. Il nome della società titolare della discarica sbuca fuori anche in alcuni documenti sequestrati all’avvocato Amara nella perquisizione d’arresto del 2017. “Occorre dare una risposta alle società Cisma e Paradivi. A mio avviso unica possibilità è farci presentare fratello di Starace. Vedi tu!!!”. Sia Cisma che Paradivi sono della famiglia Paratore, mentre l’appunto porta la dicitura in grassetto “Enel” ed è indirizzato Andrea Bacci, imprenditore del giglio magico di Matteo Renzi. Bacci l’avrebbe dovuta far avere all’ex ministro e sottosegretario Luca Lotti, braccio destro di Renzi. Sia Bacci che Lotti hanno smentito, davanti ai magistrati di Perugia, di aver avuto intermediazioni per Amara nei confronti della Cisma e della Paradivi. Inoltre gli avvocati Amara-Calafiore si erano interessati per aprire la strada all’ampliamento sull’impianto Cisma di Melilli, oggi chiuso, che sulla carta doveva passare dai 500 metri cubi fino ad arrivare a circa 3 milioni e mezzo di metri cubi. L’interessamento dei due avvocati avvenne, per la Procura di Siracusa, sia sfruttando la compiacenza dell’ex magistrato Giancarlo Longo (che ha già patteggiato una pena di 5 anni) sia al Consiglio di giustizia amministrativa per la Sicilia, che doveva pronunciarsi sulle concessioni regionali date alla società.

Proprio in quest’ultimo tribunale, la Paradivi nel giugno 2015 presenta ricorso (poi accolta) per la sospensione dell’interdittiva antimafia emessa dalle prefetture di Catania. A firmare il provvedimento è il presidente Raffaele Maria De Lipsis e tra i consiglieri figura anche Giuseppe Mineo. I due giudici sono finiti sotto accusa dopo le dichiarazioni rese da Amara. De Lipsis ha già patteggiato a Roma una condanna a 2 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari per un’altra vicenda consumata al Cga. Mentre il giudice Mineo è imputato per corruzione in atti giudiziari e rivelazione di segreto istruttorio a Messina nel filone “Sistema Siracusa”.

 

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