di Gennaro Scala – Il Corriere della Sera
Post e reel a getto continuo sulle piattaforme, veri e propri spot pubblicitari con immagini di auto potenti, armi e soldi. Il procuratore Gratteri: «Vogliono sedurre i ragazzi diffondendo messaggi di forza»
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C’era un tempo in cui la camorra parlava attraverso sguardi obliqui, patti non scritti, parole sussurrate, storie tramandate come leggende. Oggi quel mondo sopravvive solo come una scenografia in dissolvenza.
La nuova grammatica del crimine nasce altrove: negli smartphone, nei filtri di Instagram, su TikTok, nelle basi trap che scorrono sotto video girati di notte nei garage e nelle immagini meme costruite per essere consumate, imitate, condivise. Sui social la camorra non si limita a mostrarsi: si reinventa, si mette in posa, conquista pubblico. Trasforma l’impatto sociale in impatto social.
Lo slang criminale si è fuso con l’inglese masticato male dei quartieri e con il linguaggio secco della rete. Ne è nato un dialetto ibrido: rapido, graffiante, studiato per colpire. Una lingua che abita caption, reel e stories e che diventa strumento di seduzione e dominio.
Il reclutamento, oggi, non passa più solo dai bar di periferia ma dai post suggeriti dall’algoritmo: estetiche violente, oggetti di lusso, promesse di ascese rapide che scorrono negli schermi dei ragazzi come normali forme di intrattenimento. Gli affiliati più giovani maneggiano la comunicazione digitale con disinvoltura assoluta. Profili fake, dirette improvvisate, chat criptate: la distanza tra reale e virtuale si sfalda.
I mafiosi parlano su Facebook tutti i giorni e hanno persino consulenti che li guidano. Costruiscono un personal brand criminale: minacce ritualizzate, citazioni dal cinema, immagini che trasformano la mentalità mafiosa in presenza digitale. Una presenza che non resta confinata nel perimetro dei clan ma diventa cultura pop illegale.
In un report, il docente e storico Marcello Ravveduto individua tre fenomeni che definiscono questa nuova «mafiosfera». Il primo è il mobstering: ragazzi che non appartengono ai clan ma che imitano codici, pose e atteggiamenti dei boss.
Selfie con espressioni di sfida, dialetto iperperformato, nickname evocativi, auto di lusso affittate per qualche ora di scatti. Ogni arresto diventa un rito digitale collettivo: «La galera è il riposo del leone». «Chi nasce re, muore re». È un tifo dell’illegalità, unestetica del potere che si autoalimenta.
Il secondo fenomeno è il mobinfluencing, la versione patinata. Qui gli affiliati mettono in scena la propria normalità apparente: beneficenza, cene eleganti, abiti firmati, case curate. Si raccontano come uomini rispettabili, vincenti, autorevoli.
È una strategia di legittimazione, ma anche qualcosa di più profondo. Il linguaggio pubblicitario s’innesta nell’immaginario mafioso, standardizzando espressioni, gesti, comportamenti. Sui social si crea un insieme di rituali ripetuti, un’iper-ritualizzazione — direbbe Goffman — che consolida stereotype e li trasforma in modello.
La mafia comunica come un brand: slogan impliciti, colori ricorrenti, simboli di status. E come ogni brand, offre un mito. Quel mito promette felicità e successo attraverso i beni di consumo: orologi, suv, champagne, viaggi. E montagne di soldi mostrati nei post. È una religione laica che costruisce un eroe criminale perfettamente integrato nell’élite desiderata del capitalismo globale.
I mafiofili vi si specchiano come in una campagna pubblicitaria: la mafia come marca propone stili di vita, valori alternativi allo Stato, una realtà «coraggiosa» opposta al politicamente corretto.
Il terzo fenomeno è il ganginfluencing internazionale: armi, droga, violenza spettacolarizzata, auto modificate, donne come trofei. Video che sembrano trailer cinematografici, emoji come codici di rango, rivalità che si consumano anche a colpi di commenti.
Una mitologia globale che unisce Los Angeles, Rio de Janeiro, Marsiglia, Napoli in un’unica estetica delle gang. Il procuratore Nicola Gratteri lo spiega senza esitazione: «Mostrano ricchezza e potere per accalappiare i giovani. Vogliono sedurli: venite con noi, noi siamo il modello vincente». Ed è proprio in questa seduzione che i social diventano anche strumento operativo: dai cartelli messicani che vendono Fentanyl online fino ai clan che, in Italia, riciclano denaro attraverso dirette TikTok, trasformando donazioni in valuta ripulita.
Mobstering, mobinfluencing, ganginfluencing: tre volti di una stessa metamorfosi. La mafia digitale non si limita a raccontarsi: confeziona immaginari, promette ascese, costruisce appartenenza. È un laboratorio narrativo capace di trasformare il crimine in intrattenimento, il potere in estetica, l’illegalità in aspirazione. E di convincere molti ragazzi che il successo, ormai, si misura in follower più che in futuro.
6 dicembre 2025 ( modifica il 6 dicembre 2025 | 08:20)
fonte:https://napoli.corriere.it/notizie/cronaca/25_dicembre_06/il-codice-z-della-camorra-sui-social-fascino-del-lusso-e-status-da-boss-cosi-i-clan-reclutano-giovani-sui-social-5e1a0ea4-978d-4aa9-9721-1323dbccaxlk.shtml