19 Luglio 2026 | Topnews
Da Andorra al Libano: così il riciclaggio internazionale ha finanziato la latitanza di “U Siccu”.
Giuseppe Cirillo
Come può il sistema finanziario internazionale diventare uno strumento ideale per nascondere i proventi della criminalità organizzata? Il caso di Giacomo Tamburello, narcotrafficante siciliano ritenuto vicino agli ambienti di Cosa Nostra, può senz’altro aiutare a comprendere come le logiche della criminalità organizzata si siano intrecciate con quelle della finanza transfrontaliera, sfruttando sofisticati meccanismi di riciclaggio per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro, ovviamente di provenienza illecita.
Oggi, infatti, le organizzazioni criminali possono sfruttare gli stessi strumenti utilizzati quotidianamente da grandi multinazionali, investitori internazionali e grandi patrimoni privati per muovere capitali in tutto il mondo. È proprio questa sovrapposizione tra finanza lecita e finanza criminale che rende il riciclaggio uno dei fenomeni più difficili da contrastare.
Per decenni Tamburello avrebbe accumulato enormi ricchezze grazie al traffico internazionale di stupefacenti. Tuttavia, sembra che il vero elemento interessante non riguardi tanto la produzione di questi capitali, quanto il modo in cui sarebbero stati occultati.
A spiegarlo, questa volta, è stata un’inchiesta pubblicata da L’Espresso insieme al quotidiano spagnolo El País, alla rivista libanese Daraj e all’organizzazione giornalistica investigativa ICIJ. Ed è proprio dall’inchiesta de L’Espresso che partiremo per addentrarci nei meandri di un’indagine che ha portato alla luce il modus operandi tipico dei sistemi di riciclaggio che coinvolgono reti ben congeniate. Un sistema collaudato, utile per trasformare il denaro proveniente dal narcotraffico in un patrimonio finanziario legittimo, almeno in apparenza.
Al centro della ricostruzione c’è, appunto, Giacomo Tamburello che, secondo la Procura di Palermo, sarebbe legato a Matteo Messina Denaro. Ciò che emerge dalle indagini è soprattutto la sua straordinaria capacità di occultare e preservare un patrimonio che gli investigatori stimano in oltre 200 milioni di euro. Un risultato che, per gli inquirenti, sarebbe stato reso possibile grazie a una complessa rete finanziaria internazionale, capace di mantenere nascosta quella ricchezza per quasi quarant’anni.
Secondo gli inquirenti, il patrimonio sarebbe stato progressivamente trasferito e amministrato attraverso società offshore, conti correnti, fondi d’investimento e partecipazioni societarie distribuite in numerose giurisdizioni notoriamente favorevoli alla riservatezza finanziaria. Gibilterra, Panama, Andorra, Principato di Monaco, Isole Cayman, Lussemburgo e Libano rappresentano, in questo caso, solo alcune delle tappe principali di un lungo percorso, ben congegnato, che avrebbe permesso di allontanare il denaro dalla sua origine illecita.
La logica seguita è quella tipica del riciclaggio internazionale. I capitali non rimangono mai fermi nello stesso luogo, ma vengono continuamente trasferiti da una società all’altra, da una banca all’altra e da uno Stato all’altro. Ogni passaggio aggiunge un ulteriore livello di opacità, rendendo sempre più difficile ricostruire il percorso originario del denaro. Ecco perché uno degli aspetti più significativi emersi dall’inchiesta riguarderebbe proprio il ruolo delle società offshore. Parliamo di strutture di per sé legali, ma costituite all’interno di ordinamenti giuridici che garantiscono un elevato livello di riservatezza sull’identità dei proprietari e prevedono una fiscalità particolarmente favorevole.
Ed è proprio qui che le banche e le norme antiriciclaggio possono realmente fare la differenza.
Quando il Tesoro degli Stati Uniti mise nel mirino la Banca Privada d’Andorra
Per capirlo bisogna andare indietro nel tempo, fino al 2015. Più precisamente, nel marzo di quell’anno, quando la Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN), l’agenzia del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti specializzata nella lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento delle attività criminali, riuscì a portare a termine una delle mosse più significative degli ultimi anni contro una banca europea.
Grazie alla “Sezione 311” del noto Patriot Act, Washington poté classificare la Banca Privada d’Andorra (BPA) come “istituzione finanziaria estera di primaria preoccupazione per il riciclaggio di denaro”. Stiamo parlando di una definizione solitamente riservata agli istituti bancari ritenuti particolarmente vulnerabili all’infiltrazione della criminalità organizzata.
Secondo il FinCEN, il problema non riguardava soltanto l’insufficienza dei controlli antiriciclaggio. Le autorità statunitensi avevano infatti individuato pratiche che portarono alcuni dirigenti della banca a essere indicati come soggetti che avrebbero volontariamente favorito attività di riciclaggio. Lo avrebbero fatto attraverso servizi finanziari appositamente concepiti per occultare denaro “sporco” e agevolarne il trasferimento all’interno del sistema finanziario internazionale.
Infatti, anche per la Banca Privada d’Andorra il sistema era simile a quello adottato da altri istituti che avevano scelto di percorrere la stessa strada. Le organizzazioni criminali, impossibilitate ad accedere direttamente ai circuiti bancari internazionali a causa della natura illecita delle proprie attività, si affidano a intermediari specializzati, i cosiddetti third-party money launderers (riciclatori di denaro che operano per conto terzi). Questi professionisti, spesso affiancati da consulenti, avvocati, commercialisti e società di comodo, costruiscono strutture finanziarie in grado di separare il denaro dalla sua origine criminale, conferendogli un’apparenza di assoluta legittimità.
Secondo l’agenzia del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, proprio questo sarebbe avvenuto all’interno della BPA. L’istituto avrebbe facilitato operazioni riconducibili a organizzazioni criminali russe e cinesi, a reti coinvolte nella corruzione internazionale e a sofisticati schemi di riciclaggio collegati alla compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA. In uno di questi schemi, le autorità statunitensi parlarono di circa 2 miliardi di dollari movimentati attraverso il sistema finanziario. Se si considera che si trattava di un solo filone investigativo, è facile intuire come, sommando operazioni analoghe condotte ogni giorno su scala internazionale, i capitali illeciti che transitano attraverso questi circuiti possano raggiungere dimensioni difficili perfino da immaginare.
Nel provvedimento statunitense vengono citati alcuni casi emblematici, come quello di Andrei Petrov, ritenuto un riciclatore di denaro al servizio di organizzazioni criminali russe e arrestato in Spagna nel 2013 con l’accusa di riciclaggio. Oppure quello di Gao Ping, imprenditore cinese accusato dalle autorità spagnole di aver gestito una vasta rete di riciclaggio, evasione fiscale e tratta di esseri umani attraverso depositi in contanti e società di comodo. In entrambi i casi, alcuni dirigenti della BPA avrebbero accettato commissioni e benefici economici in cambio dell’elaborazione delle operazioni finanziarie.
Ovviamente, l’intervento del Tesoro americano ebbe effetti immediati. La proposta del FinCEN di interrompere i rapporti tra le banche statunitensi e la BPA ne provocò il rapido isolamento dal sistema finanziario internazionale, favorendone il commissariamento da parte delle autorità andorrane.
Lo stesso caso della BPA assume un significato particolare anche nella vicenda legata a Giacomo Tamburello. Secondo la ricostruzione della Procura di Palermo, tra il 2005 e il 2008, Maria Antonina Bruno e il figlio Luca Tamburello aprirono conti proprio presso la Banca Privada d’Andorra, alimentandoli attraverso versamenti in contanti e trasferimenti provenienti da altri istituti esteri.
Detto questo, ciò che colpisce dell’intervento del FinCEN del 2015 è il fatto che i fondi della famiglia Tamburello, ritenuta dagli inquirenti legata a Cosa Nostra e a Matteo Messina Denaro, non sarebbero stati bloccati, come ci si aspetterebbe in casi di questo tipo, ma trasferiti verso altri istituti. È un passaggio molto importante, perché dimostra come uno degli aspetti che rende questo sistema così difficile da contrastare sia proprio l’esistenza di una rete di intermediari e di diverse giurisdizioni, in grado di consentire ai capitali di essere spostati prima che vengano congelati in seguito ai controlli antiriciclaggio.
Se pensiamo a quanto emerso nel caso della Banca Privada d’Andorra e ai versamenti effettuati sui conti da Maria Antonina Bruno e dal figlio Luca Tamburello, poco dovrebbe meravigliare il fatto che, secondo le indagini, Giacomo Tamburello fosse ufficialmente privo di redditi significativi e risultasse avere, all’attivo, soltanto condanne definitive per narcotraffico. A gestire il patrimonio di famiglia, guarda caso, ci sarebbero stati i suoi familiari. Vale a dire, l’ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca. Entrambi hanno respinto ogni accusa, sostenendo che il loro patrimonio derivi esclusivamente da investimenti leciti realizzati nell’arco di quarant’anni.
Dalle indagini è emerso che il denaro sarebbe stato progressivamente reinvestito nel settore immobiliare spagnolo, nella gestione patrimoniale internazionale, nei mercati finanziari e perfino nell’acquisizione di partecipazioni bancarie. Ville di lusso, appartamenti, locali commerciali sulla Costa del Sol, portafogli d’investimento, lingotti d’oro e quote di una banca libanese avrebbero rappresentato soltanto alcune delle forme in cui questi capitali sarebbero stati reinvestiti.
Quei 79 milioni di euro che collegano i Tamburello a una banca libanese
Tra gli investimenti ricostruiti dalla Procura di Palermo, ce ne sarebbe uno che colpisce più di tutti, sia per dimensioni sia per caratteristiche. Questa volta, però, bisogna partire da una società: la Cinzano Ltd, registrata alle Isole Cayman e riconducibile, secondo l’accusa, a Maria Antonina Bruno e al figlio Luca Tamburello. Una società che, secondo gli investigatori, il 6 dicembre 2021 acquistò ben 682.240 azioni della Intercontinental Bank of Lebanon (IBL Bank), pari a circa il 3,5% del capitale dell’istituto, per un valore di circa 79 milioni di euro.
Secondo la Procura, la Cinzano Ltd sarebbe stata uno degli ultimi veicoli finanziari utilizzati per amministrare e reinvestire il patrimonio accumulato dal narcotrafficante siciliano Giacomo Tamburello. Oltre alla partecipazione nella banca libanese, il portafoglio della società comprendeva immobili, titoli obbligazionari, azioni di grandi società internazionali, metalli preziosi e disponibilità liquide distribuite tra diversi Paesi.
Va precisato che gli atti giudiziari non attribuiscono alla IBL Bank un coinvolgimento diretto nelle presunte attività di riciclaggio. Tuttavia, l’indagine ha evidenziato come l’istituto sia diventato il veicolo d’investimento della Cinzano Ltd e come le azioni costituissero la principale attività finanziaria detenuta dalla società. Il sequestro disposto dalle autorità italiane ha infatti riguardato anche la partecipazione azionaria, considerata dagli inquirenti parte del patrimonio riconducibile agli indagati.
Gli investigatori hanno ricostruito l’intera operazione finanziaria, che sarebbe stata realizzata attraverso una rete di società offshore registrate nelle Isole Vergini Britanniche e nelle Isole Cayman, mentre le quote erano custodite presso una banca privata in Lussemburgo. Una struttura che, secondo l’accusa, avrebbe consentito di trasformare il presunto denaro del narcotraffico in un patrimonio finanziario apparentemente legittimo, rendendone più difficile la tracciabilità.
Nello specifico, le azioni vennero acquistate da Mardeco S.A., una società registrata nelle Isole Vergini Britanniche, mentre la titolarità dell’investimento faceva capo alla Cinzano Ltd. I titoli, invece, erano custoditi in un portafoglio d’investimenti presso BEMO Europe Banque Privée, in Lussemburgo, un’altra giurisdizione utilizzata per amministrare il patrimonio internazionale della famiglia.
Insomma, l’investimento nella banca libanese rappresenta uno degli esempi più evidenti di come il presunto denaro proveniente dal narcotraffico non sarebbe stato semplicemente nascosto, ma progressivamente trasformato in un patrimonio finanziario globale, distribuito tra società offshore, immobili, oro, titoli di Stato, obbligazioni e partecipazioni societarie. Una strategia che avrebbe permesso ai capitali di assumere l’apparenza di investimenti perfettamente legittimi, rendendo molto più complessa la ricostruzione della loro origine.
Il caso della IBL Bank ha riacceso i riflettori sull’efficacia delle procedure dei sistemi bancari che dovrebbero contrastare questi fenomeni. In teoria, ogni banca e ogni intermediario finanziario sono tenuti a verificare l’identità dei clienti e l’origine dei fondi movimentati. Secondo la ricostruzione dei magistrati, però, queste verifiche vengono spesso effettuate in modo approssimativo. Talvolta si limiterebbero addirittura ad accettare per buone le dichiarazioni fornite dai clienti senza pretendere adeguati riscontri documentali. In alcuni casi, infatti, sarebbe stata sufficiente la semplice affermazione che il patrimonio provenisse da un’eredità perché il denaro continuasse a circolare liberamente all’interno del sistema finanziario internazionale.
A questo va aggiunto che, in determinati casi, basta che un istituto bancario si limiti a manifestare dubbi o decida di interrompere il rapporto con il cliente perché il patrimonio, non essendo bloccato in alcun modo, possa essere immediatamente trasferito presso un altro istituto di credito, spesso situato in una diversa giurisdizione, caratterizzata da controlli meno rigorosi.
La latitanza di Messina Denaro non si è mai finanziata da sola
Se le accuse formulate dalla Procura di Palermo saranno confermate nei successivi gradi di giudizio, quella dei Tamburello rappresenterà sicuramente una delle più articolate operazioni di riciclaggio internazionale ricostruite negli ultimi anni. L’indagine, culminata con gli arresti eseguiti nel maggio 2026 e con il sequestro di beni distribuiti in ben nove diverse giurisdizioni, ha dimostrato chiaramente come il narcotraffico non si limiti più alla movimentazione della droga, ma anche alla gestione di patrimoni finanziari sempre più sofisticati e globalizzati.
Secondo gli investigatori, Giacomo Tamburello avrebbe costruito la propria fortuna attraverso il traffico internazionale di hashish proveniente dal Marocco e, successivamente, di cocaina ed eroina, condividendo per anni una parte dei profitti con il boss di Castelvetrano Matteo Messina Denaro. Parliamo di capitali che, anziché essere semplicemente occultati, sarebbero stati progressivamente trasformati in un vero e proprio patrimonio internazionale composto, come abbiamo detto, da immobili, metalli preziosi, partecipazioni societarie, strumenti finanziari, criptovalute e quote bancarie, distribuiti tra Europa, Medio Oriente e vari paradisi fiscali.
L’ordinanza cautelare della Procura di Palermo, composta – ha fatto sapere l’ANSA – da oltre trecento pagine, ricostruisce nel dettaglio quella che gli inquirenti descrivono come una vera e propria architettura del riciclaggio. Ville di lusso sulla Costa del Sol, appartamenti in Sicilia, decine di società offshore registrate a Panama, Gibilterra e nelle Isole Cayman, cinquanta rapporti bancari aperti presso istituti di credito tra Lussemburgo, Monaco, Andorra e Libano, lingotti d’oro custoditi in Svizzera, investimenti in Bitcoin e una partecipazione del 3,5% nella banca libanese IBL. Insomma, ogni tassello di questo grande puzzle sembra rispondere alla stessa logica: frammentare il patrimonio e disperderlo in più giurisdizioni.
Ad ogni modo, l’inchiesta ha evidenziato anche un altro aspetto: il riciclaggio internazionale non si basa soltanto sulla disponibilità di paradisi fiscali o di società offshore. Per funzionare ha bisogno di una rete di professionisti, intermediari finanziari, consulenti, fiduciarie e istituti di credito che operano con strumenti perfettamente legali. Il problema è che quegli stessi strumenti possono essere utilizzati anche per riciclare denaro di provenienza illecita, rendendo sempre più difficile distinguere un investimento regolare da uno finalizzato a occultarne l’origine.
C’è poi un altro aspetto, certamente non nuovo, ma che vale la pena sottolineare: l’evoluzione del sistema criminale, che oggi, rispetto al passato, ha imparato anche a studiare. Giacomo Tamburello, entrato nel traffico di droga poco più che ventenne dopo un’esperienza come commerciante di abbigliamento, avrebbe progressivamente abbandonato il ruolo di semplice intermediario per trasformarsi, secondo gli investigatori, in un vero gestore di patrimoni internazionali. Al suo fianco sarebbe poi entrato il figlio Luca, formatosi in economia e finanza internazionale presso scuole europee di primissimo piano e, secondo l’accusa, chiamato ad amministrare investimenti sempre più complessi e a dialogare con operatori finanziari di diversi Paesi.
Tra i vari episodi ricostruiti dagli investigatori ci sarebbe anche il progetto di trasferire la residenza fiscale a Dubai, nel tentativo di spostare lingotti d’oro custoditi in Lussemburgo verso il Principato di Monaco. A questo si aggiunge l’investimento immobiliare in una villa di lusso a Marbella, acquistata mettendo a rischio gran parte della liquidità disponibile e successivamente affittata – secondo le intercettazioni – per circa 24 mila euro a settimana.
Per la Procura di Palermo, tutte queste operazioni sarebbero rimaste legate da un unico filo conduttore: il rapporto di contiguità con Cosa Nostra e, in particolare, con il mandamento di Castelvetrano guidato da Matteo Messina Denaro. Secondo l’accusa, proprio la protezione garantita dall’organizzazione mafiosa avrebbe consentito a Tamburello di sviluppare per decenni un traffico internazionale di stupefacenti, destinando una quota dei profitti al boss di Castelvetrano, che avrebbe così potuto finanziare parte della sua lunga ed evidentemente ricca latitanza.
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fonte:https://antimafiaduemila.com/home/mafie-news/topnews/i-soldi-di-messina-denaro