I NOMI. 8 nuovi imprenditori casertani indagati per la ricostruzione de L’Aquila

I NOMI. 8 nuovi imprenditori casertani indagati per la ricostruzione de L’Aquila
Indagini della Procura….

CASAL DI PRINCIPE – Come imprenditori e professionisti ritenuti vicini al clan camorristico dei Casalesi, si sarebbero infiltrati in due imprese aquilane impegnate nella ricostruzione post-terremoto 2009, arrivando a distrarre, anche con imposizioni e violenze, attraverso operazioni fiscali fittizie, oltre 1 milione di euro, fino a causare il fallimento delle stesse. Dieci persone sono finite sotto inchiesta da parte della procura della Repubblica dell’Aquila con le accuse a vario titolo di bancarotta fraudolenta, frode fiscale ed estorsione. A otto di loro viene contestata l’aggravante di aver commesso il fatto con le modalita’ operative utilizzate da “soggetti organicamente inseriti, ovvero fiancheggiatori dell’associazione camorristica denominata clan dei Casalesi”.

L’obiettivo era quello, come si legge nei documenti, “di introdursi nel circuito economico della ricostruzione, in particolare attraverso la gestione di cointeressenze economiche e societarie, nonche’ mediante l’interposizione fittizia di aziende riconducibili all’attivita’ dell’associazione camorristica attiva nell’area della provincia di Caserta, con propaggini anche in Emilia Romagna”. Ma il tentativo di infiltrazione nel cantiere piu’ grande d’Europa e’ stato scoperto e sgominato. Tra i dieci indagati ci sono otto persone residenti in provincia di Caserta, tutti piccoli imprenditori titolari di aziende nel settore delle costruzioni, un avvocato del foro di Modena e una donna dell’Aquila, accusata di bancarotta, la cui posizione e’ piu’ lieve visto che avrebbe subito la vicenda in quanto e’ subentrata come amministratore di una delle due societa’ fallite, dopo la morte in un incidente di montagna, del compagno, anch’egli aquilano, che in origine amministrava le due imprese. Secondo la ricostruzione dell’ accusa, portata avanti dai pm aquilani, David Mancini e Fabio Picuti, uno degli imprenditori era diventato amministratore di una delle due imprese. La distrazione di fondi sarebbe avvenuta, tra le altre cose, attraverso una cessione di rami di azienda. Ai dieci e’ stata notificato, secondo quanto appreso, l’avviso di garanzia nei giorni scorsi all’atto dell’avviso di conclusione delle indagini.

Si tratta di: Michele Cioffo, 33 anni di Maddaloni, residente ad Aversa, Mario Cecoro, 39 anni di San Cipriano residente a Scandiano (Reggio Emilia), Paolo Cecoro 41 anni nato a Caserta residente a Scandiano, Pietro Galeone, 42 anni di San Cipriano, Nunzio Piccolo, 42 anni nato a San Prisco residente a Casal grande, Patrizio Piccolo 37 anni residente a Scandiano, Ivano Fabio Schisano, 35 anni nato a Capua residente a Bellona Alessandro Bitonti, 43 anni di Modena e Mario Cardone 36 anni domiciliato a Villa Literno.

 

IL PROCESSO IN CORSO PER L’INCHIESTA DIRTY JOB 12 Luglio 2016

Primi verdetti con 2 patteggiamenti, un proscioglimento e 8 rinvii a giudizio, per gli imprenditori aquilani accusati, a vario titolo, di estorsione e intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro con il coinvolgimento del clan camorristico dei Casalesi nell’inchiesta “Dirty job”.

Ieri, nel corso dell’udienza preliminare, due noti costruttori del capoluogo, Dino Serpetti ed Elio Gizzi, già presidente dell’Aquila Calcio, hanno patteggiato 1 anno e 8 mesi di reclusione ciascuno dopo avere risarcito con 30 mila euro i 19 operai sfruttati in modo illecito.

Un altro imprenditore, Marino Serpetti, fratello di Dino, è stato prosciolto su richiesta del pubblico ministero di questo procedimento, David Mancini, che ha coordinato le indagini eseguite dalla Guardia di finanza con il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata (Scico) di Roma e il Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata (Gico) del capoluogo.

Per questi imprenditori le accuse che negli anni scorsi fecero clamore, si sono ridimensionate. «Il processo si chiude con un danno penale minimo, ma quello d’immagine resta – commenta l’avvocato Stefano Rossi, legale di Gizzi -. Sono cadute le aggravanti del metodo mafioso, però la scelta del patteggiamento è stata abbastanza forzata per contemperare alcune esigenze, in particolare per tentare di uscire dall’interdittiva antimafia, un provvedimento amministrativo che resta di sicuro finché c’è un processo penale».

Per gli altri imputati, sia pure con accuse molto diverse, il giudice per l’udienza preliminare Flavio Conciatori ha invece disposto il rinvio a giudizio in tribunale, con processo che comincerà il prossimo 5 dicembre.

Gli imputati sono Alfonso Di Tella, Domenico e Cipriano Di Tella, imprenditori casertani ma da molti anni all’Aquila, accusati di una serie di estorsioni e intimidazioni; Michele Bianchini, ingegnere di Avezzano, socio dei Di Tella e tecnico della loro azienda, accusato di intermediazione illecita nella manodopera. Accuse di peso minore pendono su Giuseppe Santoro, amico di Di Tella, Francesco Ponziani ed Emiliana Centi: gli ultimi due si sarebbero attribuiti la titolarità di un’auto di lusso e di una moto per eludere norme fiscali a favore di Santoro. Reati fiscali sono contestati, infine, a Gianna Di Carlo.

PUBBLICATO IL: 25 marzo 2017 ALLE ORE 12:35 fonte:www.casertace.net

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