09 Luglio 2026 | Giorgio Bongiovanni
Sarà impedito loro di salire sul palco di via d’Amelio
Giorgio Bongiovanni
Ieri Salvatore Borsellino ha fatto una vera e propria “chiamata alle armi” invitando la società civile ad essere presente in via d’Amelio per far sì che quel luogo in cui persero la vita Paolo Borsellino ed i ragazzi della sua scorta, Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Fabio Li Muli ed Eddie Walter Cosina non venga profanato da esibizioni di politici e dalla presenza, in forma ufficiale, di rappresentanti istituzionali che 34 anni dopo la strage “continuano ad occultare l’Agenda Rossa, la scatola nera di quella strage annunziata e che oggi stanno tentando, con l’ennesimo depistaggio, che questa volta si può a ragione definire istituzionale perché portato avanti dalla Commissione parlamentare antimafia, di banalizzarne le cause, attribuendole soltanto alla manovalanza mafiosa e svincolandola dalle altre stragi, soprattutto dalla strage di Capaci che invece ad essa è strettamente legata”. Un appello a cui noi rispondiamo con forza che “Ci saremo! E faremo la nostra parte”.
Il depistaggio nero
Il fratello del giudice Borsellino ha anche ricordato che nei giorni scorsi Gioventù Nazionale, movimento giovanile di Fratelli d’Italia, che oggi si presenta ben vestito e le cui radici storiche e politiche affondano nel Movimento Sociale Italiano (MSI), si è riunita davanti al murales dedicato a Paolo Borsellino, nei pressi di via d’Amelio.
Il motivo? Presentare alla stampa un documento politico dal titolo “La pista nera è depistaggio rosso”.
Un’operazione che, a poche settimane dalle commemorazioni della strage di via d’Amelio, mira indubbiamente a lanciare nuove cortine fumogene rilanciando le posizioni della Commissione Parlamentare Antimafia guidata da Chiara Colosimo, e del procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, che nelle sue audizioni aveva definito la “pista nera” uno “zero tagliato”.
I militanti di Gioventù nazionale, rafforzati anche dalla presenza del senatore Raoul Russo, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Parlamentare Antimafia, sono tornati ad indicare la pista mafia-appalti come l’unica da seguire per spiegare la strage di via d’Amelio ed anche, seppur in misura minore, quella di Capaci.
Inoltre hanno alzato i muri a difesa dell’ex parlamentare del MSI Guido Lo Porto, la cui figura sta emergendo in diverse dichiarazioni in cui viene indicato anche come stretto conoscente del boss Mariano Tullio Troia e contestano il fatto che Paolo Borsellino possa essere stato ucciso perché avrebbe scoperto quella che per loro è una “presunta convergenza tra neofascisti e mafiosi”.
A latere della conferenza stampa abbiamo avuto modo, con i nostri microfoni, di fare alcune domande ed è evidente da una parte la totale non conoscenza di fatti (tanto che proprio il senatore Russo è dovuto giungere in soccorso per dare delle risposte), dall’altra la precisa volontà di omettere anche quegli elementi ormai conclamati in inchieste e sentenze.
Se anche Mattarella muore di appalti
Addirittura, abbiamo ricordato che anche Giovanni Falcone, rispetto ad indagini come il delitto del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, aveva parlato in Commissione antimafia nel novembre del 1988 di una serie di rapporti e saldature con pezzi delle istituzioni e apparati deviati dello Stato. “L’indagine è estremamente complessa – diceva Falcone – perché si tratta di capire se e in quale misura ‘la pista nera’ sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa. Il che potrebbe significare altre saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani”.
Nel rispondere a quella vicenda il senatore Russo ha sostenuto che la strage di via d’Amelio, la strage di Capaci e l’omicidio di Mattarella sono “fatti gravissimi legati da un fatto estremamente importante, che la mafia quella vera, Totò Riina, Provenzano e poteri forti, traesse fortissimo giovamento dal legame indistricabile con quelle forze che garantivano il sostentamento attraverso gli appalti”. Ha affermato che le stragi del 1993, di cui l’attuale Commissione parlamentare antimafia non si è praticamente occupata come se fossero un contesto strano a ciò che accadde nel 1992, “sono una prosecuzione di una strategia che vede da un lato il tentativo della mafia di dimostrare di essere ancora in grado di esprimere un potere che fino allora, vedi la vicenda Lima, era stato garantito sul piano politico”. Infine, il senatore, ha difeso il lavoro della Commissione parlamentare, la cui relazione sarà pronta nei prossimi mesi, asserendo che sono state compiute indagini a 360°, “audendo tutti”. Quindi ha difeso anche la Presidente Chiara Colosimo, nonostante la foto ormai famosa assieme al conclamato terrorista Luigi Ciavardini, ex componente dei Nuclei Armati Rivoluzionari già condannato a 30 anni per la strage di Bologna, a 13 anni per l’omicidio del poliziotto Francesco Evangelista e a 10 anni per l’assassinio del giudice Mario Amato.
Successivamente, parlando con le agenzie di stampa, Russo è intervenuto anche sulla denuncia depositata in Procura a Roma dall’avvocato Luigi Li Gotti nei confronti del procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca.
“La denuncia dell’avvocato Li Gotti contro il procuratore De Luca è un atto grave e infondato. Gli atti dimostrano che la Commissione Antimafia ha ricevuto dalla Procura di Caltanissetta tutta la documentazione utile, comprese le carte sulla cosiddetta ‘pista nera’, rivelatasi inconsistente. Chi oggi accusa De Luca di occultamenti tenta solo di delegittimare un magistrato che ha avuto il coraggio di smontare ricostruzioni fragili e ideologiche sulle stragi del 1992. Noi difendiamo la verità degli atti contro ogni operazione di propaganda”.
Ignoranza o omissione voluta
Che certe “minchiate” siano dette dai giovani fascisti tornati a riemergere grazie alla presenza dei loro “padri fascisti” al governo, può anche essere “compreso”.
Ma che queste vengano dette da un senatore, stipendiato con i soldi del popolo in quanto parlamentare, è tanto insopportabile quanto grave.
Perché proprio in virtù del ruolo che ricopre dovrebbe conoscere perfettamente gli atti che invece sono stati omessi.
Ad esempio sono state volutamente messe da parte le considerazioni della Gip di Caltanissetta Graziella Luparello scritte nell’ordinanza con cui, lo scorso dicembre, ha respinto la richiesta dei pm di Caltanissetta di archiviare le indagini sui mandanti esterni delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, sempre rimaste a carico di ignoti.
“Il filone ‘mafia-appalti’, non scevro di una sua intrinseca plausibilità – scrive la giudice – non può spiegare gli eventi tellurici scatenatisi in Italia negli anni 90 né riesce a cogliere gli evidenti nessi sintattici tra i diversi eventi tragici che hanno mortificato la storia repubblicana del Paese”.
E poi ancora aggiungeva che concentrarsi su questa ricostruzione è una scelta “affetta da severa miopia”, in contrasto con “tutta una serie di elementi” che inducono a temere che “l’ostinata blindatura dell’affare mafia-appalti” possa comportare “un ingessamento dell’accertamento giudiziario intorno a un aspetto certamente importante e (verosimilmente) fondato dell’indagine, ma enucleato dal contesto storico-criminale complessivo e con brutale recisione del tessuto connettivo con le radici più profonde dei fatti oggetto di indagine”.
Si chiedeva dunque di “abbandonare qualunque approccio ‘mistico’ o dogmatico alla questione mafia-appalti” e di procedere anche con tutta una serie di approfondimenti che partono da vari elementi emersi nel corso del tempo.
Ben quarantatré i punti su cui si chiede di approfondire.
Tra gli elementi che i fascisti del nuovo millennio vogliono negare vi è la partecipazione accertata alla preparazione della strage Capaci, nella veste di artificiere, di una figura come Pietro Rampulla, appartenente al clan Santapaola e neonazista di Ordine Nuovo, capeggiato da Pierluigi Concutelli.
E che dire di Paolo Bellini, già noto come ladro d’arte, killer per una cosca di ’Ndrangheta, nonché appartenente di Avanguardia Nazionale, creatura del “nero” Stefano Delle Chiaie, condannato in via definitiva per la strage di Bologna del 2 agosto 1980?
Oggi si dovrebbe capire come mai Bellini, legato ad ambienti dell’estrema destra, si sia messo in contatto con gli appartenenti a Cosa nostra già tra il 1991 ed il 1992, in particolare Antonino Gioè, instillando il progetto di colpire proprio il patrimonio storico, artistico e monumentale della nazione. E si dovrebbe capire perché Antonino Gioè, che fu parte di questa trattativa con Bellini, sia morto in ragioni non del tutto chiarite nel carcere di Rebibbia nel luglio 1993.
Ma di tutto questo la Commissione parlamentare antimafia non si è mai voluta occupare.
Forse perché andando fino in fondo si scoprirebbero proprio il ruolo della destra eversiva dietro a quel progetto stragista?
Nelle inchieste di Firenze è emerso, ad esempio, che “il legale del Delle Chiaie, l’avvocato Stefano Menicacci (esponente del Msi, parlamentare per tre legislature, nonché animatore di movimenti federalisti confluiti poi nelle Leghe, ndr) aveva avuto contatti con l’odierno indagato (Bellini, ndr), quando quest’ultimo si trovava in stato di latitanza sotto la falsa identità di Roberto Da Silva, agevolandone l’irreperibilità”.
Un dato che era emerso in un’informativa della Dia del 7 giugno 1996 che è stato depositato in vari processi.
Perché è importante Menicacci lo ha ricordato proprio l’avvocato Luigi Li Gotti nelle sue denunce contro il procuratore capo nisseno Salvatore De Luca.
E a questo punto dobbiamo dedurre che il senatore Russo o non conosce gli atti o li ignora consapevolmente.
Il procuratore De Luca ha chiesto il rinvio a giudizio nel giugno 2024 nei confronti dell’ex parlamentare MSI, Menicacci e Romeo Domenico, dettandogli a telefono, il 23 maggio 2023, che avrebbe dovuto negare la presenza di Delle Chiaie in Sicilia, al tempo delle stragi di Capaci e via D’Amelio, e di averlo accompagnato.
Secondo quanto evidenziato da Li Gotti il Procuratore De Luca ha taciuto alla Commissione l’esistenza della richiesta di rinvio a giudizio di Menicacci e Romeo per depistaggio dalla convergenza, in ordine alle stragi, degli estremisti neri e cosa nostra.
Parliamo di un processo che è in corso nei confronti della sorella di Domenico Romeo e del luogotenente dei carabinieri Walter Giustini. La posizione di Romeo Domenico è stata stralciata per motivi di salute e l’ex parlamentare MSI, Stefano Menicacci, è deceduto nelle more.
Ma il fatto è lì. E’ evidente. Non è campato in aria.
Così come un fatto è che Paolo Borsellino si interessò delle dichiarazioni di Alberto Lo Cicero.
C’è il documento, la cui esistenza è emersa grazie all’avvocato Fabio Repici, in cui si attesta la presenza di Paolo Borsellino ad una riunione tra la Procura di Palermo e quella di Caltanissetta per uno scambio di informazioni riguardanti la strage di Capaci e altre informazioni sulle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nei confronti del collaboratore di giustizia Lo Cicero (nel frattempo deceduto) e della sua ex compagna Maria Romeo, nel corso delle quali si accennava proprio all’attentato di Capaci.
Quale memoria
Ma cosa dobbiamo aspettarci da chi non si scandalizza che la Presidente della Commissione antimafia si faccia fotografare con gli stragisti, giustificando che la stessa ha chiesto “già scusa”.
E’ una questione di rispetto e logica.
In un altro scatto era sempre Chiara Colosimo a sorridere, assieme all’imprenditrice dello spettacolo Pamela Perricciolo, con in primo piano anche un busto del Duce.
Ad accompagnare l’immagine pubblicata sul profilo social della Perricciolo, che fu svelata da Report, vi era un commento: “Stiamo lavorando con nonno Benito per creare il nostro angolo di relax”.
Tutto normale per lorsignori. Come normale è che Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato in qualità di Presidente del Senato, continui a tenere una collezione di busti di Mussolini, medaglie degli arditi e altri cimeli.
Quello stesso Ignazio La Russa che partecipò ai funerali di Nico Azzi, fascista e bombarolo, celebratisi il 13 gennaio 2007 nella basilica di Sant’Ambrogio, in un tripudio di svastiche e croci celtiche, durante i quali fece il saluto romano.
Normale è che tra le figure di riferimento dell’attuale Premier, Giorgia Meloni, vi sia un “protagonista del neofascismo” come Pino Rauti, fondatore del Centro Studi Ordine Nuovo e padre di Isabella Rauti, sottosegretario al ministero della difesa.
E’ normale, in questi tempi di revisionismo storico, tempo addietro in Parlamento è stato organizzato un convegno dedicato al generale Gianadelio Maletti, capo del reparto controspionaggio del Sid negli anni ‘70, condannato con sentenza definitiva a 18 mesi per favoreggiamento dei responsabili della strage di Piazza Fontana (altra strage neofascista).
Per noi tutto questo, il fascismo e la sua ideologia nefasta, non sono normali.
La nostra Costituzione è antifascista. Per questi i “fascisti del nuovo millennio” devono essere sbattuti fuori dal Parlamento e dal governo. Lontani dai luoghi di democrazia e dal popolo. Lontano dal palco di via d’Amelio. Prima di onorare la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, devono battersi il pugno nel petto e dire “mea culpa, mea maxima culpa”.
In copertina: Palermo, via D’Amelio. Uno scatto realizzato l’anno scorso dal palco durante la tradizionale fiaccolata diretta all’ulivo della pace, in memoria di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta. In primo piano, le Agende Rosse sollevate al cielo per chiedere verità e giustizia. © Paolo Bassani
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fonte:https://antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/i-fascisti-amici-degli-stragisti-che-omettono-i-fatti?start=3