Gli affari della camorra tra piazze di spaccio e business dei rifiuti

Bernardo Provenzano, nella sua tana sulla Montagna dei Cavalli, quando è stato arrestato dagli uomini di Renato Cortese stava guardando il Padrino , film cult degli Anni Settanta di Francis Ford Coppola, tratto dall’omonimo long seller di Mario Puzo.Allo stesso modo Giuseppe Bastone, 28 anni, napoletano, inserito nell’elenco dei cento latitanti più pericolosi d’Italia, considerato dagli inquirenti il “referente” del clan degli Scissionisti per lo spaccio di droga, stava guardando Gomorra , il film di Matteo Garrone tratto dal celeberrimo e celebrato libro di Roberto Saviano, quando è stato catturato dai carabinieri di Casoria che lo hanno rintracciato a Scampìa, quartiere “simbolo” alla periferia di Napoli, asserragliato in un bunker-galera di tre metri per tre dove, mentre a chi soffre di claustrofobia manca il respiro solo a dirlo, il camorrista si era organizzato con tanto di tivvù al plasma, megamonitor ultrapiatto, videoregistratore, lettore dvd, antenna parabolica, decoder e ogni altro gadget tecnologico in grado di alleviare e allietare la latitanza “in casa” del boss.
L’episodio, assieme all’arresto in un hotel di Rimini – dove si godeva la sua movida estiva pagandosi le vacanze spacciando hashish – di uno dei figli del capo dei Casalesi Francesco “Sandokan” Schiavone, è un buon “movente” per parlare di camorra, secondo i dati offerti dalla relazione della Direzione investigativa antimafia che alla mafia napoletana, o meglio alla “criminalità organizzata campana”, dedica un capitolo di 77 pagine articolato provincia per provincia con tanto di nomi, localizzazioni e filiere di business, difese da «dinamiche violente finalizzate a consolidare la propria influenza mafiosa sui territori di elezione».
Dice la Dia di aver voluto focalizzarsi «sugli indotti economico-patrimoniali dei sodalizi e sulle loro capacità di infiltrazione nella sfera imprenditoriale» che confermano «l’operatività complessiva di tale agglomerato criminale per la penetrazione nel bacino produttivo campano, con la correlativa capacità di inquinare segmenti di mercato particolarmente redditizi, quali il ciclo dei rifiuti. La pressione camorristica sulla società campana, proprio in ragione dei caratteri di pervasività e di profonda penetrazione di tale matrice criminale – insistono gli investigatori – costituisce un fenomeno parassitario di elevate dimensioni globali a livello regionale, tanto da costituire una pesantissima remora sulle prospettive di sviluppo».
Pare di leggere non solo il libro di Saviano ma anche le inchieste della giornalista della redazione di Caserta del Mattino Rosaria Capacchione e soprattutto le sentenze al processo “Spartacus” del magistrato Raffaele Cantone. Infatti, precisano gli esperti della Dia, usando quasi gli stessi termini identificativi: «Nell’alveo di tale sistema mafioso, definito appunto ‘o sistema dai medesimi sodali, si consolida progressivamente un’architettura di servizi delittuosi che riesce a saldare le forme associative più qualificate con la criminalità comune, favorendo alleanze e scomposizioni, anche con scontri violenti tra fazioni, che hanno diffuso nel tessuto sano della società una significativa percezione di insicurezza».
I contesti più pervasi e a rischio sono Napoli e il suo hinterland, dove perdura un «aggressivo modello gangsteristico»; e poi «l’intera provincia del capoluogo, anche a fronte di significative presenze di degrado urbano e sociale, con forti spinte attrattive del sistema criminale che drena costantemente nuove leve sollecitate dalle facili lusinghe di arricchimento rapido garantito dai mercati illegali esistenti, primo quello degli stupefacenti».
Di «un’endemica presenza criminale» sono impestati anche i comuni a nord della provincia di Salerno, nell’Agro Nolano, nel Vallo di Lauro e in molti comuni avellinesi, marchiati oltre che dal traffico di droga anche da una diffusa pratica estorsiva; e poi nell’Agro Aversano, sul litorale domizio, in provincia di Caserta dove si registra, scrive la Dia, «l’espressione più evoluta del “sistema camorristico”, che nell’arco di un ventennio è riuscita ad evolvere dal paradigma predatorio classico a un modello di “camorra imprenditrice”, con traffici illeciti estesi in un assetto geo-economico-criminale di livello addirittura transnazionale».
Si arriva così al “triangolo della morte” di Casal di Principe, Castelvolturno, Mondragone, dominio incontrastato dei Casalesi, che comprende anche luoghi simbolo, come Villa Literno, dello sfruttamento non solo criminale di migranti e manodopera al nero.
Attraverso il sapiente dosaggio di attività di infiltrazione economica e di un’indiscussa organizzazione “militare”, i Casalesi, secondo la Dia, «si sono espansi nell’intera provincia e nel Basso Lazio, giungendo a esercitare una sensibile pressione criminale sul territorio, atta a indurre forme di collusione passiva in determinati settori della società civile».
La Dia, tuttavia, incentra la massima parte del suo “schema interpretativo” riferito all’organizzazione mafiosa campana, attorno a quello che considera l’attività prevalente – quasi esclusiva – della camorra, e cioè il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti: «Il fenomeno complessivo, caratterizzato da assetti gestionali a carattere transnazionale, viene sviluppato dalle consorterie camorristiche attraverso: l’individuazione delle aree di produzione e di approvvigionamento, in sinergia con le organizzazioni che producono le droghe; i rapporti con i vari brokers (produttore, importatore, distributore); strategie finanziare ad hoc per il supporto ai traffici che comprendono le tecniche volte a dissimulare le transazioni economico-finanziarie e ad occultare i proventi illecitamente acquisiti; la creazione di canali di traffico che assicurano flussi costanti di droghe e vanno ad alimentare i mercati di competenza; l’individuazione di tutti quei mezzi ritenuti idonei a garantirne il trasporto in sicurezza nelle varie fasi di importazione e successiva distribuzione sul territorio nazionale; la realizzazione di basi logistiche adibite allo stoccaggio della merce in attesa delle sue destinazioni e dello spaccio; l’individuazione e la gestione delle reti di distribuzione all’ingrosso e al dettaglio, in sinergia con un vasto insieme di soggetti, procacciatori, spacciatori e vedette, che costituiscono la rete delle piazze di spaccio».
Il numero dei sodalizi attivi, secondo la Dia, sarebbero di 35 più 5 gruppi minori a Napoli città, di 41 gruppi più 14 minori nella provincia di Napoli, 6 più 3 a Benevento e provincia, 4 ad Avellino, 13 a Salerno, e un solo cartello” a Caserta, egemonizzato dai Casalesi, da cui dipendono vari “gruppi di fuoco”.
Nel 2008 le segnalazioni di fatti-reati per associazione mafiosa sono state 59 contro le 74 in media ogni anno nel triennio precedente (2005-2007). Quelle per associazione a delinquere “semplice” sono state 111 contro le 150 del 2007, 180 nel 2006, 235 nel 2005. Gli omicidi di tipo mafioso sono stati 58 nel 2008, 88 nel 2007, 65 sia nel 2006 che nel 2005, 102 nel 2004. «Il territorio della provincia di Caserta è stato teatro dei reati più cruenti, tra i quali sicuramente l’eclatante agguato compiuto a Castelvolturno il 18 settembre 2008 nei confronti di sei soggetti africani».
Le estorsioni e il connesso circuito dell’usura «rappresentano per la criminalità organizzata campana una fonte primaria di reddito, con 1097 segnalazioni di fatti-reati di estorsione e 88 di usura nel 2008. Il fenomeno delle estorsioni, che nell’ultimo anno ha visto un numero di segnalazioni in calo, aveva raggiunto quota 1380 nel 2007, 1198 nel 2006, 1085 nel 2005, 1002 nel 2004. Quello dell’usura presenta una “serie storica” di 130 segnalazioni nel 2007, 70 nel 2006, 99 nel 2005, 58 nel 2004.
I reati spia di successive estorsioni, come i danneggiamenti, hanno raggiunto quota 14423 nel 2008, 15000 nel 2007, 14000 nel 2006, poco meno di 13000 nel 2005 e poco più di 10000 nel 2004. Hanno subito un’impennata invece gli incendi (altro reato spia) che nel 2008 sono stati segnalati in 1467 casi, contro i 1150 del 2007, 1010 nel 2006, 998 nel 2005, 980 nel 2004.
Come si vede, contro un numero di reati spia pari a quasi 15000 danneggiamenti e 1500 incendi, le segnalazioni di estorsione sono state 1100, meno del 10% delle minacce avvenute con danneggiamento materiale o incendio di beni. Il che la dice lunga da un lato sul grado di “controllo” mafioso del territorio, ma dall’altro è rivelatore anche di una sorta di impotenza, se non di inesistenza, delle organizzazioni “civili”, dalle associazioni antimafia alle organizzazioni delle categorie economiche come la Confindustria, la Confcommercio, la Confesercenti, eccetera, ma anche Istituzioni e amministrazioni locali, a far sentire una voce di condanna limpida e ferma contro la camorra e le troppe acquiescenze di cui riesce ad avvalersi. Silenzio tanto più inquietante essendo la Campania, dice la Direzione investigativa antimafia, «la regione ove i segnali di infiltrazione e di condizionamento della Pubblica Amministrazione sono stati più forti e visibili, tanto da detenere il primato di Enti commissariati» (Comuni, Asl, altri consorzi locali).
Infine, «in relazione al fenomeno di riciclaggio, va evidenziato da un lato l’assetto estremamente diversificato delle attività economiche presenti sul territorio – scrive la Dia – e dall’altro l’alto livello di illegalità registrato nella regione, ove non mancano i soggetti in grado di coniugare interessi illeciti ed operazioni apparentemente legali».
L’insieme dei fattori elencati,concludono gli uomini della Dia, permette di affermare che «la Campania è costituita da un terreno estremamente fertile per il riciclaggio-reinvestimento di proventi illeciti, specialmente tramite l’acquisizione di unità immobiliari, attività commerciali, esercizi pubblici, mediante prestanome che tendono ad allontanare formalmente l’effettivo titolare dei beni dall’utilizzo di proventi di natura illecita: il riciclaggio quindi è spesso collegato al fenomeno del reimpiego dei capitali».
Ed è, questo, un aspetto peculiare delle attività delle mafie, che consente ai boss di rientrare in possesso e di poter utilizzare i patrimoni criminali alla luce del sole, sotto falso nome, con investimenti, inquinamenti finanziari, forzature e falsificazioni dei fenomeni economici, che andranno appositamente analizzati e messi in luce.

Gemma Contin
(Tratto da Sottoosservazione’s Blog)

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