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Giovanni Falcone fuori dalla retorica dell’eroe solitario

Il Manifesto, Sabato 23 maggio 2026

Giovanni Falcone fuori dalla retorica dell’eroe solitario

Vincenzo Scalia

23 maggio 1992 – 2026 Il giudice stesso non si considerava un eroe, ma un funzionario pubblico animato da spirito di servizio. Che all’inizio era riluttante ad occuparsi di mafia

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La definizione di eroe viene applicata a persone che si ritengono dotate di qualità taumaturgiche, quasi soprannaturali. In nome delle quali emergono da un contesto anonimo, indifferente, che cercano di migliorare abbracciando una causa e portandola avanti pervicacemente. E che, per le loro capacità taumaturgiche e per gli scopi nobili che si prefiggono, non vanno intralciati. Anzi, vanno dotati di ulteriori spazi e strumenti per portare avanti il loro obiettivo. La figura dell’eroe, soprattutto, ha l’effetto di deresponsabilizzare la collettività, consentendole altresì di proiettare su figure singole le proprie aspirazioni e positività. E di ignorare il contesto.

La figura di Giovanni Falcone, o meglio, la ricostruzione che ne opera la retorica ufficiale, al pari degli altri esponenti dell’antimafia vittime di attentati, rientra in questo schema. Sin dalla strage di Capaci, di cui oggi ricorre il 34esimo anniversario, la commemorazione del magistrato palermitano è servita da scudo a due distinte tipologie di attori. Quelli che non hanno alcuna intenzione di svolgere analisi e indagini accurate sui fenomeni mafiosi fanno in fretta a pronunciare il nome di Falcone (o di qualsiasi altra vittima della mafia) nelle conferenze stampa come nelle cerimonie ufficiali, come fosse una formula liturgica. Con lo scopo di auto-attribuirsi la patente anti-mafiosa e mettersi al riparo da ogni critica.

L’altra tipologia, quelli che dell’antimafia fanno la loro ragione di vita, cercano invece di tirarlo per la giacca post-mortem. Per esempio, quando si tratta di legittimare azioni repressive efficaci sul piano spettacolare ma sterili sul piano pratico. Oppure quando vogliono ribadire la legittimità di provvedimenti come il 41 bis o il 4 bis (più noto come ergastolo ostativo), attribuendo al magistrato della Kalsa posizioni che non aveva mai espresso. Come non aveva mai teorizzato l’esistenza del famoso terzo livello, la famosa Spectre che includerebbe mafia, massoneria, neofascisti e servizi segreti, e determinerebbe tuttora i destini dell’Italia. Con una battuta, aveva affermato che, se esistesse, basterebbe James Bond a sconfiggerlo.

A preoccupare maggiormente, tuttavia, è la tendenza a isolare Falcone, come Borsellino, Impastato e le altre figure storiche dell’antimafia, dal contesto in cui operarono. Un modo di procedere che sembra calibrato a misura dell’individualismo contemporaneo, col risultato di produrre e mettere in circolazione logiche che allontanano da ogni prassi collettiva. Falcone stesso non si considerava un eroe, ma un funzionario pubblico animato da spirito di servizio. Che all’inizio era riluttante ad occuparsi di mafia. Il suo lavoro investigativo decollò grazie a una coincidenza, ovvero alla scoperta che le indagini sue e quelle di Paolo Borsellino, attraverso la ricostruzione di alcuni versamenti bancari, portavano dalla stessa parte. La cosiddetta via del denaro che Leonardo Sciascia, vent’anni prima, aveva teorizzato nel Giorno della Civetta.

Le indagini dei magistrati palermitani non sarebbero mai decollate senza il sostegno dei loro superiori (Chinnici prima, Caponnetto poi). E senza il supporto di funzionari di polizia in seguito rimasti vittime. Insomma, si era creata, per la prima volta, all’interno degli apparati giudiziari e di polizia palermitani, una sinergia senza precedenti. Che faceva i conti con una legge penale che codificò l’esistenza della mafia soltanto dopo l’omicidio Dalla Chiesa. Il cerchio sinergico, tuttavia, non si sarebbe chiuso senza il sostegno della società civile palermitana. La sinistra istituzionale ed extraparlamentare, il giornale L’Ora, i cattolici del rinnovamento e del dissenso da anni puntavano il dito su Cosa Nostra, e sul sostegno di cui godeva presso settori importanti dell’imprenditoria e della politica, locale e nazionale. Subendo ritorsioni e isolamento da parte di chi rimuoveva o sottovalutava, a vario titolo, la questione mafiosa.

Finalmente, nelle stanze del potere, venivano ascoltati.

È in questo contesto che va compresa la figura di Falcone. Il cui eroismo consiste nell’avere semplicemente svolto il proprio lavoro. L’impresa eccezionale, diceva qualcuno, è essere normale.

Aggiornamenti

22/05/2026, 18:51 articolo aggiornato

fonte:https://ilmanifesto.it/giovanni-falcone-fuori-dalla-retorica-delleroe-solitario