Giovani, pregiudicati e… spregiudicati. Ecco il modus operandi delle nuove leve del pericoloso clan Di Silvio, finite in manette

Il caffè, n. 386 – dall’8 al 14 dicembre 201

Giovani, pregiudicati e… spregiudicati. Ecco il modus operandi delle nuove leve del pericoloso clan Di Silvio, finite in manette
Estorsioni e minacce, quattro nuovi arresti

di Clemente Pistilli

 

All’alba del 3 novembre gli uomini della Squadra Mobile della Questura di Latina hanno arrestato 4 persone, in esecuzione di una Ordinanza di Custodia Cautelare in Carcere emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Latina il 1° dicembre, per i reati di estorsione e minacce in danno di un imprenditore pontino. Si tratta di Ferdinando Pupetto Di Silvio, 27 anni, Samuele Di Silvio, 26enne, Renato Pugliese, 29enne e Agostino Riccardo di 33 anni, quest’ultimo già recluso nel carcere di Benevento. Tutti e quattro hanno precedenti. ECCO CHI SONO – Forti dell’appartenenza al più pericoloso clan rom presente a Latina, espressione in provincia dei temuti Casamonica di Roma, ma allo stesso tempo ormai privi di un capo carismatico, i giovani Di Silvio sono pronti ad alleanze anche anomale, a stringere rapporti con quanti in passato hanno avuto forti contrasti e a farlo in base alla convenienza del momento. Sono pronti a mettersi a disposizione di chi, per risolvere qualche problema, intende ricorrere al potere di intimidazione che solo chi appartiene a una struttura che incute generalizzato timore è in grado di avere. E sono pronti anche a rischiare pesanti denunce pur di fare un po’ di cassa. Tanto dall’arrivare a chiedere 15mila euro e poi ad accontentarsi, almeno in prima battuta, di duemila. Questo appaiono i giovani di origine nomade alla luce della nuova indagine portata avanti dai pm Luigia Spinelli e Claudio De Lazzaro, che ha portato il gip Mara Mattioli a disporre quattro ordinanze di custodia cautelare e a far finire così in carcere Renato Pugliese, figlio di Costantino Cha Cha Di Silvio, condannato nel processo Don’t touch in quanto ritenuto a capo di un’associazione per delinquere, e a sua volta, seppur giovane, già dal notevole curriculum criminale, Riccardo Agostino, anche lui pregiudicato e fiancheggiatore del clan, che di recente, pendendo su di lui un ordine di carcerazione per una vecchia condanna e sentendo probabilmente aria di altri guai, è andato a costituirsi a Benevento, cercando forse di tenersi lontano dal carcere di Latina dove temeva forse di avere più di qualche problema, Ferdinando Pupetto Di Silvio, condannato per l’attentato nel 2010 ad Alessandro Zof e nel processo “Caronte”, e il fratello Samuele Di Silvio, anche lui ormai abituato a entrare e uscire dalle patrie galere. Secondo gli inquirenti i quattro, per dei problemi di pagamenti relativi a un ristorante di Sermoneta dato in affitto da Valentina Riccio e Victor Mastrovecchio – quest’ultimi indagati a piede libero – a un ristoratore, dopo aver ricevuto dai padroni del locale l’incarico di “avvicinare” l’inquilino, a quest’ultimo avrebbero a loro volta estorto denaro, dicendo che doveva ricompensarli per avergli evitato problemi seri e facendosi consegnare, il 19 settembre scorso, duemila euro. Agostino, in particolare, insieme a Pugliese avrebbe detto alla presunta vittima di aver bloccato ritorsioni violente nei suoi confronti da parte del clan rom: “Ti ho salvato da loro che sono tre giorni che ti stanno cercando. Ti ho salvato perché sei un bravo ragazzo”. Pupetto avrebbe invece detto al ristoratore: “Ma tu sai chi sono io? Io sono quello che ha sparato a Zof”. I quattro, insieme a Riccio e Marcovecchio, sono inoltre indagati per tentata violenza privata, avendo cercato di far ritirare alla vittima la denuncia presentata nei confronti di Riccio per diffamazione su Facebook. In- fine Pugliese e Agostino sono indagati per violazioni degli obblighi della sorveglianza speciale a cui erano sottoposti. Il gip Mattioli ha disposto le misure cautelari ritenendo concreti il pericolo di reiterazione del reato e quello di inquinamento delle prove. Il carcere? Secondo il giudice l’unica misura adeguata per i quattro.

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