Giorgia Meloni candida l’ex prefetto Pecoraro che non vedeva la mafia a Roma

Giorgia Meloni candida l’ex prefetto Pecoraro che non vedeva la mafia a Roma

NELLO TROCCHIA

23 agosto 2022 • 06:00

  • L’ex vicecapo della Polizia Giuseppe Pecoraro è uno dei candidati di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni lo schiera tra i volti che danno lustro alle liste del partito.
  • Già prefetto, commissario e capo della procura generale della Ficg (federazione italia giuoco calcio), Pecoraro ha una lunga e luminosa carriera alle spalle, buono per ogni stagione, stimato a destra e difeso anche dal Pd quando scivoloni e passi falsi ne hanno segnato il percorso fino alle dimissioni in polemica con il governo guidato dal professore Mario Monti.
  • Il governo Berlusconi, ministro Roberto Maroni, lo nomina prefetto di Roma dove resta fino all’aprile 2015. In quel governo Giorgia Meloni è ministra della Gioventù.

L’ex vicecapo della polizia Giuseppe Pecoraro è uno dei candidati di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni lo schiera tra i volti che danno lustro alle liste del partito.

Già prefetto, commissario e capo della procura generale della Ficg (federazione italia giuoco calcio), Pecoraro ha una lunga e luminosa carriera alle spalle, buono per ogni stagione, stimato a destra e difeso anche dal Pd quando scivoloni e passi falsi ne hanno segnato il percorso fino alle dimissioni da commissario in polemica con il governo guidato dal professore Mario Monti.

Inizia da prefetto a Rovigo, poi Prato, ma è nel 2008 che arriva la sede più ambita. Il governo Berlusconi, ministro Roberto Maroni, lo nomina prefetto di Roma dove resta fino all’aprile 2015, in quel governo Giorgia Meloni è ministra della Gioventù.

BASTA ALLARMISMI

Anni complicati quelli romani che precedono l’indagine mafia capitale, poi ribattezzata mazzetta capitale, che terremota un sistema di potere. Pecoraro è lì, tiene botta, interviene quando necessario e rassicura. Nel 2011 la capitale vive il suo anno nero, a fine anno si contano 33 morti ammazzati.

«La capitale, come tutto il resto di questo paese, è in un momento di grave tensione sociale ed è ovvio che in questa situazione drammatica qualcosa possa sfuggire di mano, come negli anni settanta. Non c’è un allarme sicurezza: i 28 delitti che si sono consumati in questa città dall’inizio dell’anno sono nella media. E poi sono delitti che hanno come sfondo questioni passionali o la lotta per il traffico di droga e non sono legati al terrorismo o alla mafia. Bisogna stare attenti a creare allarmismi infondati che danno un’immagine sbagliata della nostra città e del nostro Paese», dice Pecoraro nell’agosto 2011.

Parole ripetute e confermate anche nelle sedi istituzionali, «non bisogna ledere l’immagine della città, né a Ostia, né a Roma c’è il controllo del territorio da parte della criminalità organizzata», ribadisce Pecoraro. In quell’anno, 2011, Ostia è terra controllata palmo a palmo dal clan Spada come confermeranno collaboratori di giustizia, indagini e sentenze.

Una sottovalutazione che diventa scontro aperto dopo i primi arresti nell’indagine mondo di mezzo. «Se nel 2013 il prefetto escludeva ci fosse la mafia a Roma, come faceva un povero sindaco?», dice Alfonso Sabella, oggi giudice a Roma, e all’epoca assessore alla Legalità della seconda giunta di Ignazio Marino. Pecoraro risponde di aver segnalato nelle sedi preposte le infiltrazioni delle cosche nella capitale e nel litorale.

LETTA E BISIGNANI

Lo scandalo giudiziario che coinvolge Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative, costringe Pecoraro, estraneo all’indagine, a una precisazione durante un’udienza del maxi-processo. «Non ho mai favorito Buzzi, in vita mia l’ho incontrato una sola volta: mi chiamò l’allora sottosegretario Gianni Letta e mi chiese se potevo riceverlo», dice Pecoraro, nel 2016, quando viene ascoltato come testimone.

Gianni Letta è amico di Luigi Bisignani, quest’ultimo è stato condannato nell’inchiesta Enimont nella tangentopoli milanese di tre decenni fa e ha patteggiato nell’inchiesta P4. Proprio mentre la procura di Napoli indaga sulla presunta loggia segreta (P4) e su Luigi Bisignani spuntano le sue intercettazioni con uomini di potere, tra questi Giuseppe Pecoraro.

L’uomo d’affari e il prefetto di Roma discutono di un ordine del giorno del Copasir, il comitato parlamentare sui servizi segreti, ma anche di un problema legato a un parco giochi. Il prefetto è completamente estraneo all’indagine, ma conferma la conoscenza. «Dal 2004, da quando ero capo della segretaria del capo della Polizia De Gennaro. Io parlo con Bisignani come si parla ad un amico. Siamo amici di famiglia, conosco anche la moglie», dice Pecoraro ai magistrati che lo ascoltano nel 2011.

LA DISCARICA E LA VILLA DI ADRIANO

Il prefetto ottiene incarichi, la politica si affida all’uomo di legge per risolvere problemi, non solo di sicurezza. Nel 2011 il governo Berlusconi lo nomina commissario per l’emergenza rifiuti a Roma con il compito di trovare una discarica in vista della chiusura di Malagrotta, la buca che per decenni ha ingoiato il pattume capitale. Renata Polverini governa la regione, Gianni Alemanno è sindaco, ma non sono in grado di risolvere la questione, ma fallisce anche Pecoraro che si dimette dopo uno scontro feroce con il governo guidato da Mario Monti. Cosa aveva proposto Pecoraro?

Il commissario decide di realizzare una discarica a Tivoli, a 700 metri dalla zone di protezione della villa di Adriano, sito patrimonio dell’Unesco. Urbano Barberini, Franca Valeri, Adriano Celentano, artisti e cittadini intervengono per scongiurare quell’ipotesi disastrosa che naufraga insieme all’incarico di Pecoraro che si dimette. Ora l’ex prefetto è pronto a tornare, il paese ha di nuovo bisogno di lui.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/fatti/giorgia-meloni-candida-ex-prefetto-che-non-vedeva-la-mafia-a-roma-t1bpvoeb

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