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Falcone, attentato all’Addaura. Le prove che si trattava di strage

Falcone, attentato all’Addaura. Le prove che si trattava di strage

AMDuemila 25 Giugno 2021

“L’attentato è risultato diretto a uccidere, l’ordigno era nelle condizioni di esplodere e aveva un raggio di letalità pari a circa 60 metri” e “fu preceduto da una raffinata intossicazione dell’informazione finalizzata al discredito e all’umiliazione di Falcone” sono state queste le parole con cui il pm Luca Tescaroli su un articolo pubblicato oggi dal Fatto Quotidiano ha rimesso in luce uno degli aspetti più nefasti del fallito attentato all’Addaura: la massiccia campagna di disinformazione messa in atto da molti organi di stampa prima e dopo l’attentato nei confronti di Giovanni Falcone. “Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è la tua che non l’hai fatta esplodere” disse Falcone accusato al tempo “di aver impiegato il collaboratore di giustizia Salvatore Contorno per catturare latitanti e per eliminare appartenenti al gruppo dei ‘corleonesi’ e con la diffusione della falsa notizia di un incontro a Palermo di Tommaso Buscetta con il barone Antonino D’Onufrio” ha scritto Tescaroli, aggiungendo che quell’attività di delegittimazione stava colpendo anche i “collaboratori di giustizia, che costituivano gli elementi probatori fondamentali del processo ‘maxi uno”, istruito dallo stesso Falcone, di scardinare il sistema antimafia con le sue proiezioni internazionali”.
E le prove che si trattava di una strage programmata le ha descritte proprio il giudice Tescaroli, “verso le 11 del mattino del 9 luglio 1996, mi trovavo nel mio ufficio di Caltanissetta e ricevetti una telefonata dell’avvocato Alessandro Bonsignore, con la quale mi comunicò che il suo assistito Giovan Battista Ferrante, uomo d’onore di San Lorenzo, voleva urgentemente essere sentito da me, ma che poi non avrebbe più potuto curare la sua difesa. Nel pomeriggio mi recai a Palermo e iniziai l’interrogatorio. Ferrante ammise la sua partecipazione alla strage di Capaci, manifestando il proposito di dissociarsi da Cosa Nostra. Pochi giorni dopo, iniziò a collaborare a pieno titolo e, il 15 luglio” ha parlato “del fallito attentato all’Addaura, a Mondello, che avrebbe dovuto essere eseguito il 20 giugno 1989, ai danni del giudice Giovanni Falcone e dei componenti della delegazione elvetica (il giudice istruttore Claudio Lehmann e il pm sottocenerino Carla Del Ponte; il commissario di polizia Clemente Gioia). “Ferrante mi raccontò che tre giorni prima, Antonino Madonia aveva richiesto a Salvatore Biondino di procurargli l’esplosivo e che quest’ultimo, avuta l’autorizzazione da Salvatore Riina, si era attivato per recuperarlo, chiedendo il suo aiuto” e che successivamente “raccontò di essere certo che “l’artefice di tutto” fosse stato Madonia” e in seguito Francesco Onorato confessò il proprio coinvolgimento nell’attentato e consentì con le sue dichiarazioni di ampliare le conoscenze sulle modalità organizzative ed esecutive, riferendo di una riunione preparatoria tenutasi presso l’abitazione di Mariano Tullio Troia e che era stato Angelo Galatolo a collocare “la borsa” contenente l’ordigno”.
Le attività di indagine, grazie anche alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia – tra cui Giovanni Brusca, Antonino Giuffrè e Baldassare Ruvolo – hanno consentito di ottenere importanti “granitiche verità, riconosciute da un duplice verdetto della corte di Cassazione del 6 maggio 2004 e del 26 marzo 2007, che hanno individuato: Riina, quale mandante; Biondino, Madonia, Onorato, Vincenzo e Angelo Galatolo, quali esecutori del delitto di strage; Ferrante quale responsabile della detenzione e del porto dell’esplosivo. Una verità che è stata corroborata, a seguito di una successiva indagine, dal rinvenimento dell’impronta del Dna di Galatolo sulla maglietta rinvenuta a ridosso dell’ordigno e che ha resistito ai tentativi di depistaggio dell’artificiere Francesco Tumino e derivanti dalle dichiarazioni del mafioso Angelo Fontana, che si è accusato falsamente di aver partecipato all’agguato”. Infine il magistrato ha voluto sottolineare che “Falcone doveva essere ucciso per motivi di vendetta, ma non solo” e che “a distanza di 32 anni, non c’è più tempo per la verità giudiziaria perché il reato di strage si è prescritto. Non sarà più possibile dare un volto a quelle menti raffinatissime, che potrebbero avere avuto un interesse convergente nell’ideazione dell’attentato e agli ulteriori esecutori intravisti, e per sciogliere i nodi irrisolti che vi ruotano attorno”.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/84531-falcone-attentato-all-addaura-le-prove-che-si-trattava-di-strage.html