Luca Grossi 21 Novembre 2025
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Giugno 1992: un mese chiave nella storia dello stragismo politico-mafioso.
Paolo Borsellino fu impegnato in una corsa contro il tempo. Sapeva quello che gli sarebbe accaduto. In quei giorni si recò spesso a Roma, andò alla Dia, all’Alto Commissariato per la lotta alla mafia; si confrontò con colleghi, cercò negli archivi.
A sua insaputa, però, mentre le indagini sulla strage di Capaci continuavano a ritmo serrato qualcuno si diede da fare per cercare un dialogo non ufficiale con Cosa nostra per istaurare una trattativa.
La storia la sappiamo, è inutile far finta che non sia mai esistita: gli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno si incontrarono più volte con Don Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo.
Per cosa?
Risponde Mori il 21 gennaio del 1998 davanti alla Corte di Assise di Firenze: “Incontro per la prima volta Vito Ciancimino… a Roma, nel pomeriggio del 5 agosto 1992 (subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, all’insaputa della Procura di Palermo e del comandante dell’Arma, ndr)”. “Signor Ciancimino, cos’è questa storia, questo muro contro muro? Da una parte c’è Cosa Nostra dall’altra parte c’è lo Stato. Ma non si può parlare con questa gente?’. La buttai lì, convinto che lui dicesse: ‘Cosa vuole da me, colonnello?’. Invece disse: ‘Si può, io sono in condizioni di farlo’… Ciancimino mi chiedeva se rappresentavo solo me stesso o anche altri. Certo, io non gli potevo dire: ‘Be’, signor Ciancimino, lei si penta, collabori che vedrà che l’aiutiamo’. Gli dissi: ‘Lei non si preoccupi, lei vada avanti’. Lui capì e restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa”.
L’hanno detto loro, e ricordiamo, a scanso di equivoci, che sono stati assolti assieme agli altri imputati del processo Trattativa; ma la storia resta, ed è carica di pesi morali.
Una storia che si gioca sulle date, sugli incontri.
Ma andiamo al punto.
Recentemente l’ex procuratore della Repubblica Gian Carlo Caselli è stato sentito in commissione parlamentare antimafia: grazie a Davide Mattiello si è scoperto che nel libro scritto dai due ex militari “L’Altra Verità”, edito Piemme, del 2024, le date dei primi incontri con Don Vito, hanno delle imprecisioni.
Il capitolo ‘Il primo incontro’ inizia con le parole “fine giugno 1992”. Il secondo incontro, sempre stando al libro di Mori e De Donno, avvenne un paio di settimane dopo (pagina 48). Quindi, se consideriamo fine giugno più quindici giorni, siamo al 15 luglio circa. A pagina 52, invece, si descrive questo secondo incontro. “De Donno entra nella stanza di Ciancimino, che non alza nemmeno gli occhi dal giornale. Si limita con un gesto della mano a indicare dove accomodarsi. Ciancimino sta leggendo con attenzione un articolo sul Corriere della Sera in taglio alto, sopra un pezzo dedicato al mostro di Firenze, Pacciani. Il capitano De Donno riesce a scorrere il titolo: I diari con i segreti di Falcone”. Tale numero del Corriere però risulta essere del 21 giugno 1992.
Quindi sarebbe anche errata la data del primo incontro come riferita da De Donno.
E di conseguenza anche le date successive potrebbero essere errate.
Siamo ancora sicuri che il terzo incontro tra Ciancimino, Mori e De Donno sia avvenuto il 5 agosto? Il dubbio è più che legittimo. E il peso dei ragionamenti si fa più pesante se si pensa a ciò che è accaduto in quel periodo.
Il terribile giugno del 1992
Per capire il contesto limitiamoci a ricordare alcuni avvenimenti.
5 giugno 1992: l’agenda grigia di Borsellino, un documento chiave per ricostruire i suoi ultimi giorni, riporta che il 5 giugno 1992 il magistrato si recò alla Caserma Carini, sede del Gruppo carabinieri Palermo 1, dove operavano Walter Giustini e Antonio Coscia. Questa visita, avvenuta tre giorni prima dell’informativa dell’8 giugno, suggerisce che Borsellino stesse già discutendo con i carabinieri delle informazioni di Alberto Lo Cicero.
La presenza di Borsellino alla caserma e l’informativa successiva rafforzano l’idea che il magistrato stesse approfondendo le rivelazioni di Lo Cicero, che includevano dettagli su Capaci e possibili collegamenti con la “pista nera”.
8 giugno 1992: i carabinieri Walter Giustini e Antonio Coscia redigono un’informativa a cui era allegato un rapporto del 1988 firmato dal maggiore Mauro Obinu. Questo rapporto riguardava imprese vicine a Cosa nostra operanti a ovest di Palermo, inclusa Capaci.
Il rapporto del maggiore Obinu conteneva informazioni su attività economiche legate alla mafia nel territorio di Capaci e menzionava Giuseppe Senzale, un soggetto che, secondo Repici, era anche al centro delle rivelazioni di Lo Cicero nella primavera-estate del 1992. Questo collegamento è cruciale: il fatto che Borsellino abbia richiesto il rapporto di Obinu suggerisce che stesse cercando di incrociare informazioni vecchie e nuove per approfondire le indagini sulla strage di Capaci. L’allegazione del rapporto di Obinu all’informativa dell’8 giugno 1992 indica, inoltre, che i carabinieri stavano riesaminando materiali precedenti alla luce delle nuove dichiarazioni di Alberto Lo Cicero.
15 giugno 1992: Paolo Borsellino partecipò ad una riunione alla quale presero parte Pietro Giammanco, procuratore capo, Vittorio Aliquò e procuratori aggiunti, Vittorio Teresi, sostituto procuratore, e Pietro Maria Vaccara, sostituto procuratore a Caltanissetta. Nel verbale emerge che i magistrati presenti alla riunione si scambiarono informazioni riguardanti la strage di Capaci e altre informazioni sulle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nei confronti del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (nel frattempo deceduto) e della sua ex compagna Maria Romeo, nel corso delle quali si accennava proprio all’attentato di Capaci. Ricordiamo che Alberto Lo Cicero non era un mafioso ‘punciuto’ (ritualmente affiliato a Cosa nostra, ndr) ma era cugino del boss Armando Bonanno e autista del boss di San Lorenzo e membro della Cupola di Cosa nostra Mariano Tullio Troia, detto ‘u Mussolini’ per le sue simpatie di destra.
La figura di Lo Cicero, quindi, era particolarmente attenzionata da Paolo Borsellino, soprattutto per il suo peso nelle indagini inerenti alla cosiddetta ‘pista nera’ dietro l’attentato del 23 maggio 1992.
22-23 giugno 1992: De Donno informò Liliana Ferraro (subentrata a Falcone agli Affari penali del ministero della Giustizia) che Ciancimino aveva accettato di mediare con Riina in cambio di “garanzie politiche”. La Ferraro chiese a De Donno di informare Borsellino, poi riferì al ministro Martelli, che la pregò di informare Borsellino. Il magistrato saprà di questo fatto solo tre giorni dopo.
25 giugno 1992: Paolo Borsellino si incontrò in segreto con il generale Mario Mori, allora colonnello, con l’allora capitano Giuseppe De Donno per il tramite dell’allora maresciallo Carmelo Canale, alla Caserma Carini di Palermo. Nell’agenda grigia di Borsellino non trova al riguardo alcuna annotazione. Tuttavia, in base alle dichiarazioni di chi vi fu presente, l’incontro ci fu. Paolo Borsellino stesso volle l’incontro riservato, secondo alcuni, per avere informazioni sull’anonimo che circolò nel giugno 1992, convenzionalmente ridenominato “Corvo-bis”. L’avvocato Fabio Repici aveva segnalato in comm. antimafia che insieme agli altri procedimenti dei quali era assegnatario, Borsellino fu assegnatario pure del fascicolo relativo al documento anonimo del “Corvo-bis”. Secondo altri l’incontro ci fu per discutere del dossier mafia-appalti.
25 giugno 1992 (sera): il magistrato Borsellino presenzia ad un incontro alla biblioteca comunale ‘Casa Professa’. “Io, in questo momento, oltre che magistrato sono un testimone” e che “le conoscenze che porto dentro di me” le dovrò “riferire all’autorità giudiziaria” di Caltanissetta.
Borsellino non venne mai chiamato per parlare di ciò che aveva appreso. Ricordiamo che Brusca dice di aver ricevuto da Riina l’input per anticipare l’attentato a Borsellino nel periodo compreso tra Capaci e i primi giorni di luglio, ben compatibile con il 25 giugno, data dell’intervento a Casa Professa. Borsellino parlò anche dei diari di Falcone pubblicati da Liana Milella su il Sole 24 Ore il 24 giugno 1992 e ne garantì l’autenticità. Nei diari Falcone raccontò diffusamente dei suoi forti contrasti con Giammanco, specie per gli ostacoli che questi frapponeva a un’inchiesta che Falcone voleva fare su Gladio in collegamento con la procura di Roma-Priore.
Fine giugno 1992 (data rimasta imprecisata): poi abbiamo Alessandra Camassa e Massimo Russo, sostituti nella procura di Marsala quando Borsellino ne era capo. I due ebbero con lui un rapporto di amicizia che li portò a incontrare Borsellino più volte anche nel nuovo ufficio di Palermo. In una di queste occasioni, Paolo Borsellino lasciò la scrivania, raggiunse il divano, praticamente vi si sdraiò, scoppiò in lacrime e disse: “Non avrei mai creduto, non posso credere che un amico mi abbia tradito”. Camassa e Russo non chiesero né ebbero da Borsellino spiegazioni. Nell’occasione, Borsellino parlò anche della procura di Palermo come di un “nido di vipere”.
28 giugno 1992 (Roma Fiumicino): Paolo Borsellino e sua moglie si imbarcano dall’aeroporto di Bari per rientrare a Palermo. Poco prima il giudice aveva telefonato a Liliana Ferraro, il nuovo direttore dell’ufficio affari penali al Ministero di Grazia e Giustizia, per darle appuntamento all’aeroporto di Fiumicino dove il suo aereo avrebbe fatto scalo. Ferraro raccontò a Borsellino dei contatti con il Ros e Don Vito: “Adesso ci penso io”, disse il magistrato per nulla sorpreso. Ma quella domenica di fine giugno, nella saletta di Fiumicino, le sorprese non finirono. D’improvviso arrivò il nuovo ministro della Difesa Salvo Andò. Si avvicinò a Borsellino e gli disse di dovergli parlare. Agnese si mise in disparte: Il ministro, raccontò la moglie, disse: “So che è arrivata una lettera bruttissima di minacce contro di lei, di morte, oltre che un rapporto del Ros dei carabinieri. E c’è anche una minaccia per me. Però per lei che cosa hanno fatto?”, allora mio marito si stravolge perché… mio marito questo me l’ha raccontato perché non hanno voluto che assistessi a questa conversazione, ma ero a due passi da lui, l’ho visto completamente stravolto. Dice: “Guardi, il procuratore… questa lettera è arrivata a lui, ma il procuratore non mi ha assolutamente informato di questa lettera dove si diceva che mi stavano… uccidendo e cose varie!”. In sostanza era arrivato il tritolo per Borsellino a Palermo ma il procuratore Giammanco non recapitò mai la notizia Borsellino. Fu quest’ultimo a recarsi in procura sbattendo violentemente i pugni sul tavolo del procuratore capo esigendo risposte.
Conclusioni finali
Se retrodatiamo il secondo contatto operativo tra il capitano De Donno e Vito Ciancimino già intorno al 21 giugno 1992 il quadro diventa ancora più inquietante. Significherebbe che: mentre Paolo Borsellino, dal 5 giugno in poi, date in cui potrebbe essere avvenuto il primo incontro, sta battendo con insistenza la pista di Alberto Lo Cicero e la “pista nera”, sta prendendo il via il canale riservato Ros-Ciancimino per trattare con Totò Riina; e che il secondo incontro De Donno-Ciancimino potrebbe essere avvenuto a ridosso con l’incontro del 25 giugno alla Caserma Carini tra Borsellino, Mori e De Donno. Cosa era venuto a sapere Borsellino in seguito? Cosa lo portò a dire quelle parole a Casa Professa?
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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/107032-da-capaci-a-via-d-amelio-quando-iniziarono-i-contatti-tra-mori-de-donno-e-vito-ciancimino.html