Giustizia Una banale questione organizzativa diventa pietra dello scandalo. Salta l’incontro della settimana prossima
Il Manifesto, Venerdì 9 Maggio 2025
La questione è molto burocratica, ma la spaccatura che si è venuta clamorosamente a creare tra il Consiglio superiore della magistratura e le toghe antimafia ha in realtà un sapore molto politico. La storia è quella di una circolare diramata dal Csm lo scorso luglio sull’organizzazione degli uffici delle procure. Qualche giorno fa, però, a palazzo Bachelet è arrivata una lettera di 25 pagine firmata da «i procuratori distrettuali della repubblica e il procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo» con una grande mole di osservazioni critiche.
DA QUI la decisione di annullare l’incontro che avrebbe dovuto tenersi martedì tra la VII commissione del Csm e le toghe delle procure distrettuali. Lo scontro, al di là del merito della questione, fa parecchio rumore proprio per il suo carattere istituzionale, cioè per gli attori coinvolti nella vicenda. Da un lato un organo di rilievo costituzionale come il Csm, dall’altro i procuratori distrettuali e il capo della Dna Giovanni Melillo. E così, quando la notizia si è diffusa, parlarne è diventato inevitabile, con il riemergere di una questione vecchia come l’antimafia: come si organizza una procura del genere? Per il Csm i criteri organizzativi devono essere pressoché fissi, con il capo praticamente obbligato a confrontarsi con i sostituti, con l’obiettivo di evitare, o quantomeno di evitare il più possibile, le assegnazioni arbitrarie. Un fatto di trasparenza, in teoria.
Peraltro già in uso presso la magistratura giudicante e conforme a dettami stabiliti dalla riforma Cartabia. E però, i procuratori antimafia ribattono che stabilire queste regole significherebbe aggravare il lavoro quotidiano e, soprattutto, limitare la propria indipendenza. Si legge nella lettera che i procuratori «non mettono in discussione l’impianto di fondo della circolare che, meritoriamente ha inteso, da una parte garantire a tutti magistrati delle procure (ed era ovvio) indipendenza e pari dignità (oltre che spazi ed opportunità per concorrere alla organizzazione dell’Ufficio) e, dall’altra – si legge – rendere gli uffici inquirenti trasparenti nelle assegnazioni degli affari e nella loro struttura interna». Da qui una lunga fila di emendamenti e modifiche alla circolare del Csm.
IL PROBLEMA di fondo lo sintetizza al manifesto una toga di lunga esperienza: «Il consiglio deve tutelare l’autonomia ed indipendenza dei magistrati non solo dall’esterno degli uffici, ma anche dall’interno ed avere un dirigente senza controlli e senza trasparenza è sempre un pericolo». All’interno del consiglio la posizione più diffusa, al momento, è quella attendista: a palazzo Bachelet nessuno vorrebbe che scoppiasse una guerra con i procuratori antimafia e, assicurano diversi togati, il confronto che non si terrà martedì è soltanto rinviato. Del resto, si sottolinea ancora, il documento fatto arrivare al Csm è «lungo e complesso» e necessita di approfondimenti e riflessioni. Più combattiva la posizione del consigliere indipendente Andrea Mirenda. «La lettera aperta del partito dei procuratori disvela l’inconsistenza dello zoccolo ideologico su cui quell’unità si fonderebbe, specie lì dove punta a differenziare le procure dai tribunali persino sul piano organizzativo, vero cardine dell’uguaglianza dei magistrati». Dunque, secondo Mirenda, «per bocca del Partito dei Procuratori, giunge la miglior prova dell’insuperabile solco culturale tra uffici requirenti e giudicanti, con i primi che si vorrebbero gerarchizzati, persino organizzativamente, a differenza dei secondi, tabellarizzati e soggetti soltanto alla legge. Unità della giurisdizione, addio».
LA QUESTIONE, sul filo della formalità, è destinata a far discutere ancora. Certo una tensione così alta tra Csm e procuratori antimafia non si era mai registrata. Serviranno calma e sangue freddo per riportare la situazione alla normalità.
Fonte:https://ilmanifesto.it/