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Castellammare, il maxi processo ai D’Alessandro: «Condannate a 88 anni di cella il boss e i suoi colletti bianchi»

Michele De Feo

«Il comune di Castellammare e l’ospedale San Leonardo sono alla mercé del clan D’Alessandro». Ha aperto così la sua requisitoria il pm dell’Antimafia Giuseppe Cimmarotta che al processo che vede alla sbarra il boss Vincenzo D’Alessandro, i suoi fedelissimi e due colletti bianchi, ha chiesto la condanna a 88 anni di carcere complessivi per 11 imputati accusati a vario titolo di associazione mafiosa, porto abusivo d’armi ed estorsione. Al termine di una discussione di oltre due ore il magistrato della Dda ha ripercorso i punti salienti di un’inchiesta – denominata Domino III – che ha ricostruito le dinamiche criminali della cosca di Scanzano tra il 2020 e il 2022, quando il clan era retto da Vincenzo D’Alessandro, il terzo genito del padrino defunto Michele. In particolare la Procura Antimafia ha chiesto la condanna per il boss D’Alessandro a 14 anni di reclusione, 8 anni per Carmela Elefante, 4 anni per Giovanni D’Alessandro, 10 anni e 4 mesi per Michele Abbruzzese, 10 anni e 6 mesi per Giuseppe Oscurato, 8 anni per Ugo Lucchese, 10 anni e 6 mesi per Antonio Salvato, 8 anni per Vincenzo Spista, 4 anni per Giuseppe Donnarumma, 8 anni per Angelo Schettino, 3 anni per Fabrizio Jucan Sicignano. Gli imputati sono tutti in carcere dallo scorso giugno, quando scattò il blitz dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata, ad eccezione di Angelo Schettino, Fabrizio Jucan Sicignano, e Giuseppe Donnarumma a cui sono stati concessi gli arresti domiciliari. Al processo è costituito parte civile il comune di Castellammare. L’inchiesta degli 007 è partita dal ritorno a Scanzano del boss Vincenzo D’Alessandro che aveva appena terminato di scontare una lunga condanna per associazione a delinquere di stampo camorristico. Più precisamente nel 2017 quando gli investigatori captarono un colloquio in carcere tra il boss D’Alessandro e la moglie, Carmela Elefante. «Quando esco mi riprendo tutto io», disse il boss, e, come affermato dal pm Giuseppe Cimmarotta ieri in aula, «così è poi accaduto». Il rampollo di Michele D’Alessandro, infatti, da quanto emerso dall’inchiesta, avrebbe ripreso subito in mano le redini del clan avvalendosi della collaborazione di due vecchi affiliati di spicco della cosca: Michele Abbruzzese e Ugo Lucchese. A coadiuvare il boss nelle attività criminali del clan erano, secondo l’accusa, Giovanni D’Alessandro, figlio di Vincenzo, Carmela Elefante, che svolgeva il ruolo di cassiera dell’organizzazione criminale, Antonio Salvato, che gestiva l’affare del racket ai cantieri edili, Vincenzo Spista, altro esattore del clan, Giuseppe Oscuato, factotum del boss, e Giuseppe Donnarumma, che agiva sulle direttive di Oscurato. Nell’inchiesta è stato ricostruito anche il ruolo del geometra Angelo Schettino, per l’accusa il gancio del clan nel Comune di Castellammare e nell’ufficio tecnico dell’ente. L’uomo in particolare, grazie alle sue conoscenze, si sarebbe occupato di informare gli uomini del clan sulla presenza o meno delle telecamere nei luoghi dove si sarebbero dovuti commettere i reati. Fabrizio Jucan Sicignano, dipendente del Comune di Ercolano, avrebbe invece assunto il ruolo di mediatore di un’estorsione tra Antonio Salvato e un imprenditore edile. L’uomo è costituito parte civile al procedimento perchè sarebbe stato a sua volta vittima di un’estorsione. La prossima udienza del processo – che si sta tenendo con il rito abbreviato di fronte al gup Marco Giordano – è stata fissata per la prossima settimana. In calendario ci sono le prime discussioni difensive. La sentenza potrebbe essere emessa già nel mese di febbraio.

Fonte:https://www.metropolisweb.it/2025/12/10/castellammare-maxi-processo-ai-dalessandro-condannate-88-anni-cella-boss-suoi-colletti-bianchi/