Giorgio Bongiovanni e Jamil El Sadi 15 Febbraio 2026
Senza collaborazione il patto mafioso resta intatto. Servono vigilanza e responsabilità per non lasciare soli chi denuncia Cosa nostra
L’inchiesta pubblicata da Il Fatto Quotidiano sui boss scarcerati impone una riflessione seria e responsabile: decine di uomini riconducibili a famiglie storicamente legate ai vertici di Cosa nostra – gli “eredi” delle stagioni di Totò Riina e Matteo Messina Denaro – sono oggi tornati in libertà per decorrenza dei termini di custodia cautelare o per fine pena. Non si tratta di scarcerazioni “illegittime”: sono il prodotto delle norme vigenti, di quel principio cardine dello Stato di diritto secondo cui nessuno può restare detenuto oltre i limiti fissati dalla legge o senza una condanna definitiva nei tempi previsti.
Ed è giusto partire da qui. La legalità vale per tutti, anche per i mafiosi. Ma la legalità formale non esaurisce la questione. Perché stiamo parlando di soggetti che, per storia giudiziaria e profilo criminale, hanno ricoperto ruoli apicali o comunque strategici all’interno di Cosa nostra. Parliamo di uomini cresciuti dentro una struttura che non è un’associazione qualunque, ma un sistema di potere che si fonda su vincoli di sangue, omertà, rapporti con il potere (anche istituzionale), e – a volte – anche su segreti indicibili, come quelli sulle stragi del ’92-’93.
Nel corso dell’intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano, abbiamo sottolineato un punto essenziale: la libertà conquistata per fine pena non coincide con una automatica rescissione del legame con Cosa nostra. L’organizzazione mafiosa è un patto che storicamente si scioglie solo in due modi: con la collaborazione con la giustizia o con la morte. Chi non collabora resta, per definizione, uomo d’onore.
È questa la vera questione sociale e giudiziaria che oggi si pone. Gli scarcerati sono liberi per legge, ma restano – in molti casi – portatori di un capitale relazionale, simbolico e criminale. Hanno memoria storica, contatti, legittimazione interna. Possono rappresentare, soprattutto in territori ancora ad alta densità mafiosa, un punto di riferimento per la ricostituzione di assetti organizzativi o per la ripresa di traffici illeciti rimasti temporaneamente quiescenti.
Questo non significa criminalizzare la libertà né invocare misure arbitrarie. Né tanto meno gridare allo scandalo. Significa chiedere che gli strumenti già previsti dall’ordinamento – sorveglianza speciale, misure di prevenzione, controlli patrimoniali – vengano applicati con rigore e tempestività. Il monitoraggio costante da parte delle autorità competenti è una forma di prevenzione, e va applicata subito. È la tutela concreta della sicurezza collettiva.
Diverso, e per molti aspetti ancora più preoccupante, è il tema dei permessi premio concessi negli ultimi anni anche a boss di alto rango. Non si tratta più di fine pena, ma di benefici penitenziari concessi a soggetti che non hanno mai preso le distanze dall’organizzazione mafiosa.
Dal 2019, una sentenza della Corte costituzionale ha stabilito che anche i boss possono accedere ai benefici penitenziari, purché non vi sia la prova di una partecipazione ancora attiva all’associazione mafiosa né il rischio concreto di ricontatti con i clan. Successivamente la Cassazione ha aggiunto un criterio che dovrebbe essere vincolante: l’obbligo di risarcire le vittime dei reati commessi. Un principio sacrosanto sul piano giuridico e morale, che tuttavia nella prassi sembra essere applicato molto raramente, poiché quasi tutti i condannati dichiarano di non possedere più nulla a causa dei sequestri e delle confische subite. Si apre così una frattura evidente tra il requisito formale e la sua effettiva realizzazione, con il rischio di trasformare una condizione stringente in un adempimento svuotato di contenuto.
Su questo punto, magistrati come Sebastiano Ardita hanno lanciato ripetuti allarmi, sottolineando il rischio che tali concessioni vengano percepite all’esterno come un “segnale di attenuazione” della pressione dello Stato nei confronti delle strutture criminali.
Ardita ha evidenziato come il ritorno sulla scena di figure carismatiche, anche solo temporaneamente, possa alimentare nuove gerarchie e nuove fedeltà, rafforzando l’idea che il carcere non interrompa davvero la catena di comando. È un messaggio pericoloso non solo per la tenuta del sistema repressivo, ma anche per chi, ogni giorno, sceglie di stare dalla parte della barricata denunciando.
Il segnale è delicatissimo per i collaboratori di giustizia, che hanno rotto quel patto di sangue pagando un prezzo altissimo, personale e familiare. Ed è altrettanto delicato per gli imprenditori che denunciano il racket, per i commercianti che si oppongono al pizzo, per i cittadini che si espongono contro i clan. Se la percezione è che i boss possano tornare a esercitare un’influenza concreta sui territori, il rischio è l’isolamento di chi denuncia e il rafforzamento della paura.
La storia di Cosa nostra insegna che l’appartenenza non si cancella con il passare del tempo, o perché non si spara più come ai tempi dei corleonesi. Un affiliato che non collabora resta appartenente all’organizzazione mafiosa a vita. È una regola non scritta ma ferrea, ribadita da decine di sentenze e da centinaia di dichiarazioni di collaboratori.
Per questo, pur nel rispetto delle garanzie costituzionali e delle decisioni della magistratura, riteniamo necessario un presidio attento e costante. Le procure competenti, a partire dalla Procura di Palermo, sono chiamate a mantenere alta la soglia di attenzione su questi soggetti che rientrano nei territori di origine e che, per passato e ruolo, possono ambire a tornare a comandare.
Le mafie prosperano quando si abbassa la guardia, quando il tempo attenua l’indignazione, quando la normalizzazione prende il posto della vigilanza. La libertà concessa dalla legge è un principio irrinunciabile dello Stato; ma lo è anche la prevenzione dei reati. Ed è su questo equilibrio sottile, ma decisivo, che si gioca oggi una partita cruciale per la credibilità delle istituzioni e per la sicurezza dei cittadini.
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Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/107975-boss-scarcerati-tra-fine-pena-e-benefici-penitenziari-il-rischio-e-il-ritorno-al-comando.html