Il Messaggero, Sabato 21 Febbraio 2026
Assedio, prima condanna «Fu associazione mafiosa»
di Alessandro Piazzolla
Prime condanne per il processo Assedio. Ieri al tribunale di Roma, Sergio Gangemi è stato condannato dal Gup alla pena di 3 anni e 4 mesi di reclusione. Il 52enne è stato riconosciuto colpevole di concorso esterno nell’associazione mafiosa capeggiata da Patrizio Forniti. Gangemi aveva scelto il rito abbreviato. La sua condanna è in continuazione con un’altra sentenza, per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso, passata in giudicato nel 2021, per fatti commessi nel 2017 contro alcuni imprenditori di Pomezia e Torvaianica. Intimidazioni ed estorsioni violente commesse sempre insieme al sodale Forniti. Il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Roma Alessandra Boffi ha riconosciuto la partecipazione esterna di Sergio Gangemi al clan del boss pontino, il “capo dei capi” di Aprilia arrestato pochi mesi fa in Marocco e ancora in attesa di essere estradato in Italia. Il giudice ha disposto anche il risarcimento del danno in favore delle parti civili costituitesi al processo, tra cui Reti di Giustizia e l’associazione nazionale per la lotta contro le illegalità e le mafia Antonino Caponnetto. Nel procedimento sono stati condannati anche Gianluca Vinci a otto anni di reclusione, Gianluca Mangiapelo a sei anni e sei mesi e J. Singh, a sei anni di carcere. Le indagini dell’operazione “Assedio”, avviate nel 2018 dalla direzione investigativa antimafia e dal comando provinciale dei carabinieri di Latina, erano partite ponendo l’attenzione proprio sulla complessa rete di relazioni intessute negli anni dalla famiglia Gangemi, originaria della Calabria ma da tempo stabilitasi nella zona pontina. Da qui sono partite le attività tecniche che hanno poi consentito di ricostruire gli interessi dei Gangemi, affari e investimenti che spesso si sono intrecciati ad altri soggetti di rilevanza criminale come i fratelli Nicoletti, figli dell’ex boss della Banda della Magliana. È soprattutto Sergio Gangemi a farsi spazio nel mondo della malavita romana, capace di movimentare milioni di euro ed attirare così l’interesse dei clan capitolini. Per gli investigatori Gangemi è il “titolare di una vera e propria holding attraverso la quale capitali illecitamente accumulati vengono accuratamente reimpiegati”. Inoltre “risulta accertato che i Gangemi, attraverso società controllate e prestanome e contando sulla disponibilità di alcuni commercialisti e notai con studi prevalentemente a Latina hanno acquistato negli ultimi anni numerosi immobili ad Aprilia”. Ma il suo impero sconfinava anche nel capoluogo dove aveva avviato diverse attività commerciali. E anche grazie a lui sarebbe cresciuto nel tempo anche Patrizio Forniti, suo sodale e a capo di un’organizzazione criminale che regnava incontrastata su Aprilia. Secondo l’antimafia Gangemi avrebbe “favorito e agevolato il gruppo criminale capeggiato da Forniti mettendo a disposizione capacità economiche, risorse organizzative e logistiche, l’influenza e il potere derivante dalla sua storica figura di imprenditore espressione della consorteria di ‘ndrangheta garantendo il rafforzamento e la conservazione dell’associazione medesima”. Un legame, quello tra Sergio Gangemi e Patrizio Forniti, che emerge anche da alcune ricostruzioni fatte da diversi collaboratori di giustizia. È il caso di Agostino Riccardo che agli investigatori illustrò come Gangemi creò un “contatto” tra Forniti e il clan Travali che, nel 2018, stava perpetrando un’estorsione ad un imprenditore vicino a Forniti. Gangemi riuscì a stoppare Travali, prospettandogli un accordo con Forniti nell’approvvigionamento di cocaina.
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Il Messaggero, Sabato 21 Febbraio 2026
Sorveglianza speciale a Massimo Picone è uno degli uomini del boss del narcotraffico
di Laura Pesino
C’è un’altra misura di prevenzione a carico di uno degli uomini di Patrizio Forniti, il “capo dei capi” di un’associazione di stampo mafioso ad Aprilia che l’operazione Assedio, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo, aveva sgominato nel luglio del 2024. Questa volta la sorveglianza speciale riguarda Massimo Picone, 53enne apriliano, tuttora imputato nel processo penale scaturito da quell’ondata di arresti. Il provvedimento, emesso dal tribunale di Roma- sezione specializzata misure di prevenzione, è stato richiesto dalla procura di Latina dopo le indagini dei militari guidati dal tenente colonnello Antonio De Lise, che hanno consentito di ricostruire la carriera criminale dell’indagato, accertando la sua “pericolosità sociale”. Picone è infatti considerato una persona che “vive abitualmente con i proventi di attività delittuose ed è dedito alla commissione di reati”. Come documentato nell’ambito delle attività investigative, fin da quando era ancora minorenne si era reso responsabile di reati contro il patrimonio e contro la persona, di violazioni in materia di armi e di reati associativi nell’ambito del traffico di stupefacenti. Proprio di questo si occupava del resto, secondo l’accusa, nell’ambito dell’organizzazione apriliana. Per il boss Patrizio Forniti, arrestato lo scorso novembre in Marocco dopo una lunga latitanza, si occupava della gestione dello spaccio sui territori di influenza del gruppo. Insieme ad altri sodali, gestiva l’acquisto, la cessione, il trasporto e il commercio della sostanza stupefacente che riforniva le piazze di spaccio della provincia controllate dall’organizzazione. Era uno dei referenti del traffico, che forniva la merce ai pusher e poi rendicontava a Forniti l’attività consegnando gli incassi. Fra gli episodi contestati in “Assedio” ci sono cessioni di ingenti quantitativi di marijuana, hashish e cocaina, anche per 20mila, 70mila e 116mila euro. Ora il provvedimento della sorveglianza speciale, che avrà durata di quattro anni, impone al 53enne diversi obblighi, come quello di fissare la propria dimora comunicandola all’autorità di pubblica di sicurezza, di non allontanarsi dal comune di residenza, di non uscire dalla sua abitazione nella fascia oraria compresa tra le 21 e le 7, di darsi alla ricerca di un lavoro e di non frequentare persone condannate o sottoposte ad analoghe misure di prevenzione.
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Il Messaggero, Sabato 21 Febbraio 2026
Risarcimento a Comune e associazioni «Ma la pena non è proporzionata ai reati»
di Raf. Pat
Assedio, risarcimenti per le parti civili. È quanto ha deciso il giudice Boffi al termine dell’udienza preliminare di ieri al Tribunale di Roma. Oltre al Comune di Aprilia, rappresentato dall’avvocato Sesselego, ci sono anche le associazioni antimafia Caponnetto e Reti di Giustizia. Quest’ultima si è detta soddisfatta della decisione: «Non entrando nel merito della portata della pena – sottolinea l’associazione antimafia – non possiamo che ritenerci soddisfatti della decisione relativa alle parti civili, soprattutto per il significato di portata collettiva che questa sottende. Il Tribunale ha riconosciuto gli interessi generali di cui è portatrice per statuto la nostra associazione – ha sottolineato Irene Giusti – come effettivamente lesi dai reati di stampo mafioso contestati agli imputati: si tratta di un’occasione fondamentale per far emergere, come la parte sana della comunità sia stata danneggiata e violata dalle condotte criminali perpetrate nel territorio. La nostra presenza nel giudizio abbreviato, come nel processo principale con rito ordinario in corso al Tribunale di Latina era ed è finalizzata unicamente a rappresentare le istanze dell’antimafia sociale, a conferire concretezza e visibilità ai principi di tutela del bene comune, di giustizia e di dignità. L’importo del risarcimento riconosciuto a nostro favore (ancora da liquidarsi) verrà interamente devoluto per finalità sociali». «La condanna rappresenta il primo, se pur incidentale, riconoscimento dell’esistenza dell’associazione mafiosa operante ad Aprilia e nel Basso Lazio – ha detto invece l’associazione Caponnetto rappresentata dalle avvocate Felicia D’Amico e Benedetta Manasseri – tuttavia risulta evidente l’esiguità della pena, non proporzionata alla gravità del reato contestato ed alla caratura criminale dell’imputato».