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Agromafie: una (triste) eccellenza italiana

9 Settembre 2026 Redazione

ripreso da Globalinitiative.net. Con una breve nota della “bottega”.

Come la criminalità organizzata è diventata incorporata nel settore agricolo italiano

di Giulia D’Amico

All’inizio di giugno 2026, quattro braccianti agricoli migranti sono stati bruciati a morte in un’auto in una stazione di servizio in Calabria, nel sud Italia, a seguito di una presunta disputa sui salari non pagati. Questo caso ha portato ancora una volta l’attenzione internazionale sulla cosiddetta ‘agromafia’, le vaste reti criminali incorporate nel settore agricolo italiano.  

Secondo quanto riferito, i filmati di sorveglianza dell’attacco hanno mostrato due uomini che hanno dato fuoco al veicolo e bloccano le porte per impedire agli occupanti di fuggire. Si dice che le vittime, tre cittadini afghani e un pakistano, si siano lamentati di essere costretti a lavorare in cambio di cibo e vitto, senza ricevere stipendio. Due cittadini pakistani, ritenuti intermediari, sono stati arrestati con l’accusa di omicidio aggravato.  

L’agromafia italiana è un ecosistema della criminalità organizzata che si estende ben oltre lo sfruttamento del lavoro e l’industria agricola. La sua attività illecita abbraccia la contraffazione alimentare, la fissazione dei prezzi, il furto di terreni, l’appropriazione indebita di fondi pubblici e l’estorsione e genera una stima di € 25 miliardi all’anno.  

Non è la prima volta che lo sfruttamento del lavoro in Italia diventa mortale. Nel 2024, ad esempio, Satnam Singh, un lavoratore agricolo indiano senza documenti nel Lazio, è morto dopo che il suo datore di lavoro lo ha abbandonato a bordo strada a seguito di un incidente sul posto di lavoro che gli ha reciso il braccio. Quasi un decennio prima, l’italiana Paola Clemente è morta di infarto durante un turno di 12 ore in un vigneto in Puglia. Tali incidenti hanno scatenato l’indignazione nazionale e sono stati ampiamente descritti come prove di condizioni che ammontano alla schiavitù moderna.  

Questi casi suggeriscono un modello sistemico, in cui accordi di lavoro informali e mal regolamentati consentono agli ecosistemi criminali di prosperare e dove il contrabbando di migranti, il traffico di esseri umani e altre attività illecite correlate si rafforzano a vicenda.  

Il business dello sfruttamento

Nel corso del tempo, l’agromafia si è infiltrata in ogni fase della filiera agricola italiana, dall’acquisizione di terreni alla distribuzione al dettaglio. Caporalato, il sistema gangmaster attraverso il quale gli intermediari illeciti forniscono e controllano il lavoro agricolo, è uno dei principali meccanismi attraverso i quali vengono estratti profitti. È fiorito insieme al declino strutturale del settore: negli ultimi dieci anni, l’Italia ha perso quasi 500 000 aziende agricole, in gran parte a causa del consolidamento del settore, della pressione economica e dell’ invecchiamento della forza lavoro. Nel frattempo, l’occupazione irregolare si è trincerata, creando terreno fertile per lo sfruttamento.  

Mentre le autorità italiane spesso descrivono  il caporalato come una pratica di lavoro irregolare, questo minimizza la sua portata e la sua raffinatezza. Opera come un sistema di governance del lavoro parallelo, con i broker, alcuni dei quali gestiscono attività di reclutamento o trasporto legittimi, controllando l’accesso dei lavoratori a viaggi, alloggi e documentazione. I lavoratori pagano prezzi gonfiati per il trasporto in campi remoti e alloggi in insediamenti informali, e può essere negato cibo, acqua o anche l’opportunità di lavorare. Anche laddove esistono contratti formali, i datori di lavoro spesso dichiarano solo una frazione del tempo lavorato, pagando il resto “fuori dai libri” e privando così i lavoratori delle pensioni e di altre prestazioni. Laddove gli intermediari controllino anche l’alloggio e la mobilità, impedendo di fatto alle persone di andarsene, la pratica può equivalere al lavoro forzato.  

La violenza testimoniata in Calabria è un’estrema manifestazione di un sistema basato sulla coercizione e sul controllo. Sebbene il caporalato sia spesso associato al sud Italia, il tradizionale cuore agricolo del paese, le indagini hanno rivelato tali reti in regioni come Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte. I modelli di sfruttamento comparabili sono stati identificati anche in settori quali la logistica, l’edilizia e il tessile. Le prove suggeriscono che il caporalato ora opera come un sistema nazionale di sfruttamento.  

Una rete di reclutamento transnazionale

Il reclutamento di manodopera nel sistema caporalato si sta spostando sempre più al largo e nel regno del traffico di esseri umani. I potenziali lavoratori provenienti da Pakistan, India, Bangladesh e Marocco sono contattati dalle reti di broker nei loro paesi di origine, a volte sotto false promesse di lavoro legittimo attraverso la Decreto, la quota annuale dell’Italia per la migrazione di manodopera extra-UE. Molti pagano migliaia di euro di tasse, lasciandoli pesantemente in debito prima ancora che raggiungano l’Europa.   […]

CONTINUA QUI: ripreso da https://globalinitiative.net/analysis/organized-crime-italys-agricultural-sector-agromafie/

Fonte:https://www.labottegadelbarbieri.org/agromafie-una-triste-eccellenza-italiana/