Il Manifesto, Mercoledì 17 Dicembre 2025
Affari, omicidi e ’ndrangheta tra i gradoni di San Siro
Mario Di Vito
Criminalità Nella sentenza sulle curve di Inter e Milan, il business criminale intorno alle partite. Racket sui biglietti e controllo dei parcheggi. Ma anche sparatorie e aggressioni. Il capo ultrà nerazzurro pentito e «l’intelligenza spietata» di quello rossonero
Leggi ancheSan Siro venduto a Milan e Inter ma la procura apre un’inchiesta
Nelle curve di Milan e Inter, a San Siro, c’erano due associazioni a delinquere. E quella nerazzurra era pure infiltrata dalla ’ndrangheta. Nelle 293 pagine con cui Rossana Mongiardo motiva i 90 anni di condanne inflitte lo scorso giugno a 16 imputati in abbreviato c’è tutto il romanzo criminale del tifo milanese. Una storia di violenza, intimidazioni e minacce. Business illeciti. Omicidi tentati e riusciti. Rapporti ambigui con il crimine organizzato e le società che stavano a guardare, anzi subivano certi traffici (e infatti si sono costituite come parti civili al processo).
I DUE IMPUTATI principali erano il capo ultrà del Milan Luca Lucci e quello dell’Inter Andrea Beretta, entrambi usciti dal processo con dieci anni di condanna. I profili descritti nelle carte giudiziarie, però, sono molto diversi tra loro: Beretta si è pentito, ha avuto l’attenuante della collaborazione con la giustizia e ha dato un grande contributo alle indagini, tra le altre cose, con l’individuazione dei responsabili dell’omicidio dell’aprile del 2022 di un altro ultrà nerazzurro, Vittorio Boiocchi. Tra questi c’era anche lui stesso. Scrive allora la giudice che Beretta «si è difeso» con «una spietata sincerità, nient’affatto opportunistica», ammettendo «di essere mosso dall’egida del denaro e del potere». Diverso il caso di Lucci, «apparso particolarmente scaltro, dotato di una mentalità a tratti sopraffina» e «nello stesso tempo di un’intelligenza spietata» venuta fuori nel tentativo – sia pure «a tratti maldestro» – di «mitigare i fatti» a lui addebitati. La differenza tra Beretta e Lucci trarrebbe origine dal fatto che il primo viveva il tifo come «mera facciata» ed «era interessato più che altro agli interessi di natura economica»; mentre il secondo era «un vero tifoso, un combattente» che ha sì ammesso «di aver commesso degli errori nel corso della propria vita» ma «di aver agito solo e soltanto nell’interesse della propria squadra del cuore».
PER LA GIUDICE Mongiardo, che ha accolto in tutto i risultati delle indagini condotte dai pm Paolo Storari e Sara Ombra, la curva nord interista aveva attirato su di sé «le attenzioni della ’ndrangheta» tanto da determinare «equilibri di tipo mafioso», con il «rischio» che venissero destabilizzati «in Calabria, nelle dinamiche di gestione delle relazioni fra cosche, in quanto diverse erano le famiglie interessate oltre ai Bellocco». In questo contesto si inserisce il triumvirato che, fino al 2020, ha gestito quella parte dello stadio: c’erano al vertice il pentito Beretta, il rampollo di ’ndrangheta Antonio Bellocco (ucciso un anno ancora da Beretta) e Marco Ferdico, che a un certo punto si era messo in testa di far sparare proprio a Beretta. Una questione di soldi e di patti non mantenuti. Gli affari derivavano per lo più dalla gestione del merchandising e dei parcheggi intorno allo stadio. I profitti, stando alle intercettazioni, erano di «almeno 260 mila euro» e «parte delle somme era destinata alla cosca Bellocco per il sostegno ai detenuti». In tutto questo l’Inter «si trovava in una situazione di sudditanza nei confronti degli esponenti della curva nord, finendo, di fatto, per agevolarli, seppur obtorto collo».
QUESTI ESPONENTI avevano rapporti economici anche con gli esponenti della curva sud milanista, altra associazione a delinquere, ma senza l’aggravante mafiosa. Lucci dirigeva «un gruppo di tifosi ristretto, pronto a difendere il potere conquistato, se necessario, con l’uso delle armi da fuoco» e con azioni «volte anche all’eliminazione fisica» dei nemici interni, come dimostrato ad esempio il tentato omicidio di Enzo Anghinelli, colpito con cinque colpi di pistola nell’aprile del 2019 e miracolosamente sopravvissuto all’agguato. I soldi arrivavano soprattutto dal bagarinaggio, attraverso due Milan club. Per le partite normali c’era un euro di sovrapprezzo sui biglietti, per quelle «di cartello» gli euro salivano a undici. Il totale annuo sarebbe stato «pari a circa 80-100 mila euro, somme al netto delle ulteriori fonti di guadagno».
DALLE CARTE emergono anche altri episodi di violenza, come l’aggressione avvenuta il 22 aprile del 2024 contro il personal trainer Cristiano Iovino. «Una vera e propria spedizione punitiva», scrive la giudice. Tra gli altri parteciparono anche Federico Lucia, ai più noto come Fedez, e la sua guardia del corpo Cristian Rosiello. Nel suo interrogatorio, comunque, Lucci ha voluto chiarire che quel fatto non c’entrava niente con le dinamiche della curva e che, anzi, lui si era pure trovato costretto a redarguire Rosiello. E poi ha ammesso di «aver favorito una soluzione transattiva in merito all’episodio».
MA SE QUESTA VICENDA non ha direttamente a che fare con il processo agli ultrà, per la giudice serve lo stesso a «rimarcare, ancora una volta, il legame esistente tra Lucci e Fedez, che condividevano un progetto economico». Il cantante avrebbe voluto vendere la sua bibita allo stadio, ma non se n’è mai fatto nulla.
Aggiornamenti
16/12/2025, 21:02 articolo aggiornato