Sono centocinquanta tra uomini e donne, tutti inseriti nel programma di protezione dello Stato per aver avuto il coraggio di denunciare la criminalità organizzata. Hanno contribuito a maxiprocessi, fatto condannare boss e sicari, messo a disposizione la propria esistenza e rischiato concretamente la vita per la loro coraggiosa scelta. Ma oggi, segnati da una vita di sacrifici, i testimoni di giustizia lanciano un grido di allarme e dolore, denunciando l’assenza di tutele pensionistiche adeguate e il mancato riconoscimento dei contributi previdenziali. Il tutto nonostante gli impegni politici assunti negli ultimi mesi dal Parlamento e dalla Commissione Antimafia, che non si sono tradotti in realtà. Raccogliendo le loro istanze, il Movimento 5 Stelle ha presentato un’interrogazione in Parlamento, chiedendo conto al governo della situazione.
Dietro le grandi inchieste antimafia e i processi che hanno segnato la storia giudiziaria italiana ci sono storie di persone comuni, i “testimoni di giustizia”, che hanno deciso di collaborare con lo Stato senza aver mai fatto parte di organizzazioni criminali (nonostante ancora in molti li confondano con i “collaboratori di giustizia”, ovvero ex appartenenti alle consorterie mafiose che, in cambio di benefici penitenziari, scelgono di dire ai magistrati quello che sanno). Alcuni di loro hanno testimoniato contro il racket delle estorsioni, altri hanno fornito elementi decisivi per ricostruire omicidi e attività mafiose. Da quel momento, però, la loro esistenza è cambiata radicalmente, con trasferimenti obbligati, interruzione delle attività lavorative, isolamento sociale e difficoltà economiche. In molti casi è stato impossibile continuare una normale carriera professionale: per questo motivo, i testimoni di giustizia chiedono allo Stato il minimo sindacale: «Non chiediamo — scrivono — privilegi, ma il riconoscimento di un diritto fondamentale: la tutela previdenziale di chi, per servire lo Stato e difendere la legalità, ha sacrificato stabilità lavorativa, carriera e futuro».
Nel dicembre 2025 è stato approvato un ordine del giorno, presentato dalla maggioranza, che impegnava l’esecutivo a intervenire per colmare il vuoto normativo concernente il riconoscimento e la copertura dei contributi pensionistici per i testimoni di Giustizia. Secondo quanto denunciato da questi ultimi, però, i contributi pensionistici non sarebbero ancora coperti, lasciando molte persone in una situazione di forte incertezza mentre avanzano con l’età. Una condizione che non può che aggravare ulteriormente il peso dei sacrifici sostenuti per collaborare con la giustizia e, dunque, per rafforzare la lotta contro la criminalità organizzata.
L’interrogazione depositata dal Movimento 5 Stelle chiede dunque conto ai ministri dell’Interno e del Lavoro dell’inerzia, sollecitando un intervento urgente. «La mancata copertura contributiva – sottolineano – rischia di produrre conseguenze gravemente lesive per persone che hanno già subito rilevanti sacrifici personali e professionali». Tra le altre cose, come L’Indipendente ha potuto leggere nel documento, i pentastellati chiedono «quali iniziative i Ministri interessati abbiano adottato o intendano adottare per dare concreta attuazione agli impegni assunti» circa «il riconoscimento e alla copertura dei contributi pensionistici per i Testimoni di Giustizia», «se intendano promuovere con urgenza un intervento normativo volto a garantire una piena tutela previdenziale ai Testimoni di Giustizia e ai loro nuclei familiari» e quali siano «il numero aggiornato dei soggetti potenzialmente destinatari del provvedimento» e «le relative stime finanziarie».
«Ogni volta che si tratta di compiere anche solo un piccolo passo nei confronti dei Testimoni di giustizia, emerge sempre un’ipocrisia di fondo – dice a L’Indipendente uno dei testimoni di giustizia che ha sposato l’iniziativa, che chiede di rimanere anonimo -. Le iniziative legislative non vengono mai portate all’ordine del giorno, perché nessuno vuole esporsi pubblicamente dicendo “no”: sarebbe come ammettere di stare dalla parte avversaria, quella della mafia. Così, alla fine, siamo tutti antimafia solo a parole». «Un’altra ipocrisia costante – prosegue l’uomo – riguarda il colore politico. La stragrande maggioranza dei movimenti e delle associazioni antimafia è riconducibile all’area della sinistra e, di conseguenza, chi governa spesso evita di affrontare certi temi per non offrire argomenti all’opposizione. Infine, i Testimoni di giustizia sono pochissimi e non garantiscono alcun ritorno elettorale. Per la politica rappresentano un pessimo investimento, e per questo si preferisce concentrare l’attenzione su altro».
25 Maggio 2026 – 18:01
fonte:https://www.lindipendente.online/2026/05/25/abbandonati-dallo-stato-dopo-aver-denunciato-la-mafia-lappello-dei-testimoni-di-giustizia/