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A Torino parlano i broker del narcotraffico Raso e Pasquino. «Ho fatto tanti lavori: traffico di droga, bruciare locali, sparare». «E io negoziavo con i narcos sudamericani»

Il Corriere della Sera

A Torino parlano i broker del narcotraffico Raso e Pasquino. «Ho fatto tanti lavori: traffico di droga, bruciare locali, sparare». «E io negoziavo con i narcos sudamericani»

di Ludovica Lopetti

I pentiti Vittorio Raso e Vincenzo Pasquino nel maxiprocesso per traffico di droga: «Arriviamo dallo stesso quartiere di Torino, Barriera di Milano. Caricavamo la droga con le arance nel camion frigo, ogni 15-20 giorni un trasporto»

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Una gavetta criminale che comincia a Torino, l’ascesa inarrestabile nel business del narcotraffico internazionale, l’affiliazione alla ‘ndrangheta e infine la collaborazione con la giustizia. Vincenzo Pasquino, torinese classe 1990, e Vittorio Raso, 46 anni, hanno due curricula quasi sovrapponibili. «Conobbi Raso quando ero ragazzino — ha raccontato ieri il primo, sentito in videoconferenza nell’Appello di un maxiprocesso per traffico di droga — vivevamo nello stesso quartiere. Era come un idolo quando ero ragazzino, era un riferimento per noi ragazzi di Barriera di Milano. Era rispettato da tutti in città, anche a livello criminale».

«Caricavamo la droga con le arance»

Pasquino è stato arrestato in Brasile nel 2021 dopo una lunga latitanza, per poi iniziare a collaborare con le Dda di Torino e Reggio Calabria, fino all’estradizione, a marzo 2024. «I coimputati mi avevano minacciato di morte. Poi mi è nata una bambina, ma al 41 bis non potevo avere colloqui, né vedere mia figlia. Per questo mi sono deciso», spiega rispondendo alle domande del pubblico ministero Valerio Longi. Gli esordi sono scanditi da rapine a mano armata e assalti ai portavalori: «I sardi non avevano armi grosse, kalashnikov, fucili a pompa: li portammo noi prima del colpo». Poi Pasquino si mette al servizio di Vittorio Raso, all’epoca già condannato per un tentativo di estorsione alla discoteca «Life» di corso Massimo d’Azeglio, nel 2007. «Io vendevo fumo, rubavo. Facevamo fumo e cocaina io e lui, con suo cugino Davide facevamo la logistica. Quando sono uscito per una rapina di fine dicembre 2012 sono andato in Spagna da Vittorio. Caricavamo la droga insieme alle arance nel camion frigo, avevamo anche le bolle false se ci fermavano alla frontiera. Da Torino poi smistavamo il fumo a Roma, in Liguria… ogni 15-20 giorni facevamo un trasporto. Era il 2014-2015». 

«Ovunque andassimo facevamo quello che volevamo»

L’affiliazione rituale si svolge in una carrozzeria a Brandizzo: «Diventai picciotto — racconta — ma l’ho fatto per Vittorio, non avevamo bisogno di questo. La mia famiglia era già rispettata, poi avevo già lui a fianco. Ovunque andassimo facevamo quello che volevamo». Al business della cocaina, Pasquino e Raso si affacciano insieme. «Mico (Domenico Alvaro classe ‘77, esponente della ‘ndrina Alvaro di Sinopoli, ndr) e Vittorio conoscevano gente a Milano. Io andavo a prendere la droga a Susa, la portavamo in un capannone a Pianezza. La tagliavamo e da un pacco ne facevamo 1 e mezzo, due». Quando Pasquino è in carcere, è Raso che provvede. «Ogni mese mi mandava 200 euro, più i vestiti: tutte le necessità che avevo le mandavo a dire a lui. Mi pagava anche gli avvocati».

Insieme con i narcos sudamericani

Negli anni successivi Pasquino conquisterà un ruolo di spicco nella spartizione della cocaina destinata ai porti europei — Rotterdam e Gioia Tauro —, negoziando direttamente con i narcos sudamericani. Ma per allora la rottura con Raso si sarà già consumata. «Nel 2015 mi sono separato e sono andato con Versaci (Michelangelo, condannato a 14 anni e mezzo nel processo Cerbero sulla ‘ndrangheta a Volpiano e San Giusto Canavese, ndr) e Michael Assisi».

«Ho fatto tanti lavoritraffico di droga, bruciare locali, sparare»

Nel racconto di Raso la carriera nel business della droga assume toni epici, tanto che il pm lo interrompe: «Non la rivendichi con troppo orgoglio». I numeri, del resto, sono da capogiro: «Portavamo 300-360 chili di cocaina ogni 15-20 giorni», ha spiegato l’ex narcos. Anche lui muove i primi passi nella microcriminalità: «Sono sempre stato buttato in mezzo alla strada — racconta — sono un ragazzo d’azione. Ero un uomo fidato di Renato MacrìHo fatto un sacco di lavoritraffico di droga, bruciare locali, sparare. Sono uno che non aveva problemi, se doveva bruciare un locale o sparare. Per questo mi chiamavano il cane o l’esaurito. In carcere mi attaccavo con le guardie e se c’era da picchiare qualcuno, non mi tiravo indietro».

«Mise la pistola in bocca a uno: “A Torino comando io”»

Il racconto è puntellato di aneddoti e digressioni su altre figure di spicco della ‘ndrangheta. «Ero un simpatizzante di Renato Macrì e temevano che andassi a uccidere uno dei Crea, ero tra incudine e martello». E ancora: «Cosimo Crea mise la pistola in bocca a uno perché importava hashish e lo minacciò. Disse: “A Torino comando io”. Così andai a parlare con i Crea, perché non facessero niente a questo ragazzo». Era un asso, a modo suo: «Ero bravo nel traffico di droga, così ero tenuto riservato: pure la ‘ndrangheta deve avere un colpo in canna». S’è pentito dopo lunga latitanza: «Volevo dare una svolta alla mia vita e a quella dei miei figli, togliermi da questa vita marcia». Ora, parla da un luogo protetto.

18 novembre 2025 ( modifica il 18 novembre 2025 | 10:43)