17 Maggio 2026 | Primo piano
Stragi ’92-’94, ”lectio magistralis” di Luca Tescaroli: ”Ecco cosa fu il biennio di sangue”
AMDuemila
L’intervento del procuratore capo di Prato a Udine nel corso dell’iniziativa organizzata da Casa Giovani del Sole
Nella stagione più oscura della Repubblica, tra il 1992 e il 1994, l’Italia venne attraversata da una strategia stragista che non mirava soltanto a uccidere magistrati, uomini delle istituzioni e cittadini innocenti, ma a piegare lo Stato attraverso il terrore. A oltre trent’anni da quelle bombe, restano ancora domande senza risposta: perché Cosa nostra fermò improvvisamente la campagna stragista? Quali convergenze di interessi si crearono attorno a quella stagione di sangue? E chi, oltre ai mafiosi, trasse vantaggio da quella destabilizzazione?
Sono questi i nodi affrontati dal procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, per anni impegnato nelle indagini sulle stragi mafiose e sui mandanti esterni di Cosa nostra, nel corso della lectio magistralis tenuta ieri a Udine durante l’iniziativa dedicata all’attualità delle stragi del ’92-’94.
Partendo da una riflessione tanto semplice quanto necessaria — ovvero se oggi esista davvero una piena consapevolezza storica di ciò che accadde in quegli anni — Tescaroli ha ricostruito l’intera escalation terroristico-eversiva di Cosa nostra: dalle stragi di Capaci e via d’Amelio agli attentati del 1993 a Firenze, Milano e Roma, fino al fallito attentato allo Stadio Olimpico del gennaio 1994. Una lunga sequenza di sangue che, secondo il magistrato, non può essere letta soltanto come vendetta mafiosa, ma come un tentativo di condizionare gli equilibri politici e istituzionali del Paese.
Nel suo intervento Tescaroli ha inoltre richiamato le zone d’ombra ancora aperte: il ruolo di soggetti esterni a Cosa nostra, le interlocuzioni avviate da appartenenti alle istituzioni con ambienti mafiosi, la convergenza di interessi tra mafia ed eversione nera e, soprattutto, il grande interrogativo rimasto irrisolto: perché quella campagna stragista cessò improvvisamente dopo il 1994. Una domanda che, ha sottolineato il procuratore, riguarda direttamente la qualità della democrazia italiana e il rapporto tra verità, giustizia e memoria collettiva.
Di seguito pubblichiamo integralmente la lectio magistralis del procuratore Luca Tescaroli.
Il biennio di sangue
“Nel corso di vari incontri mi sono chiesto: siamo davvero tutti nelle condizioni di parlare di questo sin dall’esordio di un dibattito pubblico? O forse il divario temporale rispetto a quei fatti impone una preliminare ricostruzione storica di ciò che è accaduto? Perché il 1992 e il 2026 appartengono a due epoche completamente diverse. Dal ’92 al 2026 sono passati vari decenni e molte persone qui presenti non erano ancora nate quando quelle stragi furono commesse.
Allora, se mi consente l’amico relatore, vorrei fare una breve carrellata per ricordare ciò che è avvenuto, proprio perché credo sia importante ragionare sui fatti che si sono verificati, perché i fatti hanno la testa dura, i fatti parlano per ciò che è stato fatto. Con questo, però, non voglio sottrarmi alla risposta, perché ci sarà anche una risposta al quesito.
Abbiamo una prima fase, quella del ’92, in cui si verificarono due stragi. Abbiamo visto i volti delle vittime principali nel bellissimo filmato artistico e storico-narrativo proiettato all’inizio di questo incontro: la strage di Capaci e quella di via Mariano d’Amelio, del 23 maggio ’92 e del 19 luglio ’92. Cinquantacinque giorni separano queste due stragi. Stragi che rappresentarono qualcosa di unico nella storia della criminalità, sia rispetto al passato sia rispetto al futuro, perché due stragi di queste dimensioni, con l’impiego di grandi quantitativi di esplosivo, non si erano mai verificate in un arco temporale così ravvicinato.
A Capaci venne sventrata un’autostrada. Oltre a Giovanni Falcone morirono Francesca Morvillo e tre agenti della scorta che viaggiavano sulla prima auto del corteo. Poi, il 19 luglio del ’92, oltre al giudice Paolo Borsellino, morirono cinque agenti della scorta. E quindi i primi undici morti di quella campagna stragista.
In quell’anno vi furono anche due omicidi eccellenti: l’assassinio dell’europarlamentare della Democrazia Cristiana Salvo Lima, il 12 marzo del ’92, che era il referente di Cosa nostra nella provincia di Palermo e il vettore che portava esponenti politici di primaria importanza a livello nazionale; e poi, il 17 settembre ’92, l’uccisione di Ignazio Salvo, referente della Democrazia Cristiana per la provincia di Trapani. Era un uomo d’onore, faceva parte della famiglia di Salemi e riscuoteva le imposte per conto dello Stato, poiché gestiva delle esattorie.
Cosa nostra decide di eliminare i nemici, quindi Falcone e Borsellino, e di colpire gli amici che avevano tradito. Perché questo è stato dimostrato da sentenze passate in giudicato, diventate definitive per la prima volta nell’ambito del cosiddetto maxiprocesso, quello istruito inizialmente da Rocco Chinnici, consigliere istruttore di Palermo, al quale subentrò il giudice Antonino Caponnetto dopo l’assassinio di Chinnici, il 29 luglio 1983. Il pool era composto da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Di Lello e Leonardo Guarnotta.
Un lavoro che portò, per la prima volta, al riconoscimento da parte dell’autorità giudiziaria — quindi dello Stato — dell’esistenza di Cosa nostra, delle sue regole di funzionamento, dei suoi organismi decisionali e all’individuazione dei responsabili di molti delitti. Fu quindi una sorta di rivoluzione copernicana.
Perciò venne attivata quella strategia che ebbe le sue manifestazioni nel triennio ’92-’94. Nel ’92 abbiamo detto ciò che accadde: l’uccisione dei nemici storici, Falcone e Borsellino, e l’uccisione degli amici che avevano tradito. Tradito perché non erano stati in grado di assicurare l’aggiustamento del maxiprocesso di cui parlavo prima. Quelle sentenze erano diventate definitive.
I mafiosi, Riina e compagni, erano disposti ad accettare anche anni di carcere, ma non accettavano l’idea che quelle sentenze potessero diventare definitive. Il mito dell’impunità di Cosa nostra era venuto meno e quindi occorreva porre rimedio.
Una strategia che prevedeva l’eliminazione dei tradizionali referenti politico-istituzionali, come Lima e Salvo, e che aveva come prospettiva quella di riallacciare i rapporti con altri soggetti ritenuti in grado di assicurare il raggiungimento delle aspettative che Cosa nostra nutriva rispetto a questo tipo di relazioni.
Nell’escalation criminale del 1993 si assiste a qualcosa di ancora più cruento rispetto a quanto avvenuto nel 1992. I vertici di Cosa nostra alzano il tiro e portano la strategia stragista terroristico-eversiva oltre i confini della Sicilia, nel continente, colpendo le città più note al mondo: Roma, Firenze e Milano, tra le città italiane più conosciute a livello internazionale. E lo fanno inondando di sangue e di tritolo i punti nevralgici di queste città.
E che cosa accadde in quell’anno e in quello seguente? Furono giuridicamente poste in essere sette stragi.
Si partì dalla strage di via Ruggero Fauro, compiuta giovedì 14 maggio 1993 alle 21:40, quando Salvatore Benigno azionò un telecomando per cercare di colpire l’auto sulla quale viaggiava il giornalista televisivo Maurizio Costanzo, con l’intento di ucciderlo. Costanzo era insieme alla moglie e all’autista, ma Benigno non riuscì nel suo intento perché azionò il telecomando con un lieve ritardo rispetto al momento in cui avrebbe dovuto essere centrato l’obiettivo.
Furono utilizzati 100 kg di esplosivo, vi furono 24 feriti, devastazioni di strade, edifici e strutture; 60 automobili vennero danneggiate. Gli effetti della strage si propagarono per 100 metri attorno a quel cratere.
Tredici giorni dopo quel 14 maggio avvenne un’altra strage: la strage di Firenze, in via dei Georgofili. All’1:04 del mattino esplose un Fiorino imbottito di esplosivo, circa 250 kg. Morirono cinque persone: i componenti della famiglia Nencioni, i genitori Angela e Fabio e le figlie Caterina e Nadia. Caterina era una bambina nata da appena una cinquantina di giorni. Vi furono inoltre 38 feriti.
Dodici ettari del centro storico furono interessati dagli effetti dell’esplosione. La Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, venne distrutta e di fronte scoppiò un violento incendio. Nelle vicinanze si trovava il celebre museo degli Uffizi, conosciuto in tutto il mondo, che subì gravi danni.
Fu il primo episodio concreto di strage contro il patrimonio storico, artistico e monumentale della nazione. Mafiosi che decidono non di colpire nemici o amici ritenuti traditori, ma di colpire lo Stato nel cuore, attraverso ciò che della storia del nostro Paese è più conosciuto nel mondo.
E ancora, il 2 giugno 1993 si verificò un enigmatico attentato, o progetto di attentato, a ridosso di Palazzo Chigi. Venne rinvenuta un’autovettura imbottita di esplosivo pronta a deflagrare. Quell’attentato non si verificò. Nessuno dei collaboratori di giustizia ha saputo parlare di questo attentato che avrebbe dovuto avvenire in via dei Sabini, proprio a ridosso di Palazzo Chigi, sede del Governo.
Poi si assistette alle tre stragi simultanee, o quasi simultanee, nelle città di Milano e Roma.
A Milano, in via Palestro 14, di fronte al Padiglione d’Arte Contemporanea, il 27 luglio, intorno alle 23:14, esplose un’autovettura imbottita di esplosivo. Morirono cinque persone: i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l’agente della polizia municipale Alessandro Ferrari e un immigrato marocchino, Mostafa Driss, che si trovava disteso su una panchina nei pressi dell’esplosione. Vi furono inoltre 12 feriti.
A distanza di circa tre quarti d’ora si verificarono due stragi a Roma. Era il 28 luglio 1993: poco dopo la mezzanotte venne collocato un ordigno costituito da un’autovettura imbottita di esplosivo, con all’interno 100 kg di tritolo e altre tipologie di esplosivo, davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano e al Palazzo Lateranense. Vi furono una decina di feriti. Secondo le stime effettuate dai consulenti tecnici furono impiegati tra i 100 e i 120 kg di esplosivo.
E proprio in simultanea, a distanza di circa cinque minuti, esplose un’altra autobomba nel centro di un’altra chiesa, anch’essa simbolo della cristianità: la Basilica di San Giorgio al Velabro. Vi furono tre feriti. Anche lì venne impiegato un quantitativo di esplosivo stimato tra i 100 e i 120 kg.
In contemporanea con queste due stragi si verificò inoltre un blackout delle comunicazioni, con l’interruzione dei collegamenti a Palazzo Chigi. Palazzo Chigi, cioè la sede del Governo, fu isolato proprio in quei momenti.
Va poi detto, sempre sul piano della ricostruzione storica, che queste due stragi contro chiese cattoliche, simboli della cristianità, seguirono l’anatema che il Papa dell’epoca, Giovanni Paolo II, pronunciò il 9 maggio 1993 dalla Valle dei Templi: una vera e propria scomunica nei confronti dei mafiosi, invitati a convertirsi.
Fu l’annuncio di una rottura, la rottura di un patto che esisteva in precedenza e che si concretizzò, dal lato mafioso, nella risposta a quell’anatema: i due attentati di cui vi ho appena parlato, contro la basilica di San Giovanni in Laterano e la basilica di San Giorgio al Velabro, e poi l’uccisione, il 15 settembre 1993, di don Pino Puglisi, assassinato a Palermo proprio nel quartiere di Brancaccio, controllato dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano.
Complessivamente, nel ’93, le vittime furono dieci: cinque a Firenze e cinque a Milano, che si aggiunsero alle undici del ’92 per Capaci e via d’Amelio. Nel 1993 vi furono inoltre almeno 84 feriti.
Subito dopo queste tre stragi quasi simultanee, i mafiosi diffusero delle lettere anonime inviate a due quotidiani nazionali: il Messaggero e il Corriere della Sera. È interessante sottolineare ciò che venne scritto, perché è poco conosciuto ma dovrebbe far riflettere.
In quelle lettere anonime — qui ne ho una copia — vi erano cinque righe in cui si diceva:
‘Tutto quello che è accaduto è soltanto il prologo. Dopo queste ultime bombe informiamo la nazione che le prossime a venire saranno collocate soltanto di giorno e in luoghi pubblici, poiché saranno esclusivamente alla ricerca di vite umane. P.S. Garantiamo che saranno a centinaia.’
Quelle lettere anonime furono volute dai mafiosi. Fu Giuseppe Graviano a incaricare alcuni dei soggetti poi condannati per le stragi di attivarsi per spedirle.
E i mafiosi mantengono sempre le loro promesse.
Infatti, iniziarono le attività preparatorie per compiere quello che avrebbe dovuto essere l’attentato più grave: un attentato la cui tempistica venne individuata direttamente dai mafiosi e, in particolare, da Giuseppe Graviano.
Nell’autunno del 1993 si tenne una riunione a Misilmeri. Nel corso di quell’incontro Giuseppe Graviano disse, come riferirono alcuni collaboratori di giustizia — in particolare Gaspare Spatuzza — che, per eseguire l’attentato, avrebbero dovuto attendere una sua indicazione.
Quell’attentato, il 23 gennaio 1994, fortunatamente non riuscì, ma fallì per un problema eminentemente tecnico: il telecomando che inviò il segnale non funzionò, la ricevente non recepì quel segnale e l’ordigno predisposto non esplose.
Vi erano tre cariche da 60 kg ciascuna, quindi 180 kg complessivi, collocate all’interno di una Lancia Thema. L’ordigno, per espressa volontà di Giuseppe Graviano, venne potenziato con l’inserimento di tondini di ferro, in modo che l’esplosione producesse effetti ancora più devastanti.
L’obiettivo dichiarato dei mafiosi era colpire i carabinieri, in particolare il pullman dell’Arma che, dopo la partita del campionato di Serie A allo Stadio Olimpico — Roma-Udinese — transitava in quella zona. Un pullman può trasportare più di cinquanta carabinieri e quindi quell’attentato, se fosse riuscito e se l’ordigno fosse esploso, avrebbe provocato la morte di un numero molto elevato di appartenenti all’Arma dei Carabinieri.
Ancora, il 18 gennaio 1994, quindi cinque giorni prima, venne compiuto un omicidio sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, all’altezza dello svincolo di Scilla. Furono uccisi Antonio Fava e Vincenzo Garofalo, due carabinieri in servizio.
L’epilogo della campagna stragista avvenne con due attentati compiuti nell’aprile del 1994, diretti a uccidere il collaboratore di giustizia Salvatore Contorno, uno dei pentiti che avevano contribuito a costruire la base probatoria che portò alle condanne definitive del cosiddetto maxiprocesso, quello di cui vi ho parlato prima, istruito dai magistrati Falcone, Borsellino e dagli altri componenti del pool.
Vi fu un primo attentato agli inizi di aprile, lungo una strada vicino al cimitero di Formello. Anche in quel caso si verificò un guasto: il telecomando inviò il segnale, la ricevente lo recepì, il detonatore esplose, ma non riuscì a trasmettere l’innesco all’esplosivo utilizzato. Probabilmente quell’esplosivo era troppo vecchio e non più in grado di funzionare correttamente.
Ma quel proposito di colpire quel collaboratore rappresentava una vera ossessione per i mafiosi, soprattutto per i corleonesi. Perché? Perché Contorno aveva dato un contributo fondamentale alle indagini, perché era considerato un killer freddo e spietato e, soprattutto, perché aveva ucciso Michele Graviano, padre dei fratelli Graviano. Inoltre, veniva ritenuto responsabile dell’uccisione del fratello da Gaspare Spatuzza, soggetto molto vicino ai Graviano, che poi decise di collaborare con la giustizia nel 2008.
L’altro attentato avvenne intorno alle ore 19 del 14 aprile 1994 lungo la via Formellese Sud, al chilometro 3,8, verso l’incrocio con la Cassia Bis, a Roma. Anche questo attentato non riuscì perché venne segnalata la presenza dell’esplosivo e gli artificieri riuscirono a disinnescare l’ordigno, che era già stato attivato.
Questi sono i fatti: una lunga catena di sangue, una lunga catena di attentati.
È stata letta una parte della sentenza del giugno 1998 e in quella sentenza venne recepito il movente di queste stragi, riconosciute come stragi terroristico-eversive.
Naturalmente tutti compresero, con quelle stragi e soprattutto con la strage di via dei Georgofili, che il terrore era stato seminato nel Paese.
Nessuno poteva più sentirsi al sicuro, nemmeno durante la notte e all’interno delle proprie abitazioni. I membri della famiglia Nencioni morirono nel sonno. Dario Capolicchio, l’altra vittima, uno studente universitario proveniente dalla Liguria, morì avvolto dalle fiamme mentre si trovava nella propria abitazione.
Nessuno poteva più dubitare del fatto che la sicurezza fosse venuta meno nel nostro Paese.
Stragi eversive perché? Perché i mafiosi, Salvatore Riina e gli altri membri dell’organizzazione, volevano condizionare la politica legislativa affidata dalla Costituzione al Parlamento e al Governo. Volevano infatti, come è stato accertato con sentenze passate in giudicato, ripristinare le condizioni di vivibilità dell’organizzazione mafiosa. Questo era il movente generale, perché soprattutto dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio erano stati introdotti provvedimenti restrittivi di straordinaria rilevanza, mai conosciuti prima dai mafiosi.
Volevano quindi intervenire, attraverso il ricatto terroristico-eversivo condotto a colpi di bombe, affinché venisse modificata la legislazione in materia carceraria, con l’abolizione del cosiddetto carcere duro, il regime del 41 bis. Quel regime venne introdotto per i mafiosi la sera stessa della strage di via d’Amelio, quando il Ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca, Claudio Martelli, firmò una serie di provvedimenti che disposero il trasferimento e la sottoposizione a quel regime di tutti i boss mafiosi detenuti nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, trasferendoli nelle carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara.
I mafiosi volevano che venissero chiuse anche le carceri di Pianosa e dell’Asinara, oltre all’eliminazione del 41 bis.
Ancora, volevano neutralizzare la normativa sui sequestri e sulle confische dei beni, perché colpiva l’arricchimento derivante dall’attività delittuosa, che rappresentava lo scopo principale della vita dell’organizzazione mafiosa.
E poi volevano la sterilizzazione della normativa sui collaboratori di giustizia. È sempre stato un chiodo fisso per i mafiosi.
Salvatore Cancemi, collaboratore di giustizia oggi deceduto, raccontò che, durante una riunione, Riina disse di essere disposto a giocarsi anche i denti pur di raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione dei collaboratori. E i mafiosi cercarono di fare davvero di tutto contro di loro, utilizzando gli strumenti che sanno maneggiare con estrema ferocia.
Vi ricordo alcune delle iniziative più macabre che misero in atto.
L’uccisione del figlio di Mario Santo Di Matteo, per punirlo della sua collaborazione con la giustizia e delle accuse rivolte contro coloro che avevano organizzato e voluto la strage di Capaci. Un bambino venne prima rapito, poi tenuto segregato, infine ucciso e sciolto nell’acido. La decisione di ucciderlo venne presa da Giovanni Brusca quando apprese dalla televisione della propria condanna all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo.
Oppure l’assassinio organizzato del padre di Gioacchino La Barbera, altro collaboratore di giustizia decisivo per le indagini sulla strage di Capaci. Simularono il suicidio del padre di Gioacchino La Barbera, Domenico La Barbera. Lo costrinsero a impiccarsi in un casolare, inscenando un suicidio, tanto che il medico legale certificò inizialmente che si fosse trattato davvero di un suicidio. Solo successivamente, grazie alle collaborazioni di Giovanni Brusca e di altri, venne chiarita la modalità con cui era stato indotto a togliersi la vita mediante impiccagione.
E i casi sono davvero numerosissimi. A Tommaso Buscetta sterminarono la famiglia, così come accadde a Marino Mannoia.
I mafiosi vivevano quindi l’esperienza dei collaboratori di giustizia come qualcosa che arrecava un danno mortale all’organizzazione e ne metteva in pericolo la stessa sopravvivenza. Per questo la loro eliminazione rappresentava uno degli obiettivi di primaria importanza.
Abbiamo poi un altro dato da segnalare e mi avvio rapidamente a dare anche la risposta al quesito dal quale siamo partiti. Una premessa forse un po’ lunga — come vedo mia moglie scuotere la testa, giustamente — ma l’importante è arrivare al punto. E credo che questa scelta sia stata deliberata, perché ricordare questi fatti forse consentirà di comprendere meglio la risposta che verrà data.
Ora, queste stragi del ’93 e del ’94 coincisero soprattutto con un particolare contesto politico-istituzionale che si sviluppò e si consumò proprio in quel torno temporale.
La campagna stragista iniziò il 14 maggio 1993 con l’attentato di via Ruggero Fauro, appena due giorni dopo l’insediamento del governo Ciampi, un governo che aveva un carattere rivoluzionario. Rivoluzionario perché, per la prima volta, vedeva la partecipazione nella compagine governativa di esponenti del vecchio Partito Comunista, divenuto nel frattempo PDS.
Cosa nostra indebolì quel governo attraverso lo stragismo, perché gli attentati che vi ho ricordato dimostrarono che quel governo non era in grado di assicurare la garanzia principale: la sicurezza collettiva dei cittadini.
E l’ultimo attentato, quello di via dei Gladiatori, allo Stadio Olimpico, di cui vi ho parlato, non ebbe una data casuale, ma una data voluta dai mafiosi. Qualche giorno prima, infatti, Giuseppe Graviano si recò a Roma, incontrò Gaspare Spatuzza al bar Doney, in via Veneto, e diede il via libera all’esecuzione dell’attentato.
L’attentato, come vi ho detto, avvenne il 23 gennaio 1994.
Il governo Ciampi si era dimesso il 13 gennaio 1994 e le Camere erano state sciolte tre giorni dopo, il 16 gennaio 1994. Dunque, quell’attentato avrebbe dovuto verificarsi in un momento di vuoto di potere, in un contesto nel quale vi era la possibilità di determinare una destabilizzazione e di agevolare l’affermazione di una nuova compagine politica che potesse presentarsi come capace di garantire sicurezza.
In effetti quell’attentato rappresentò il momento conclusivo dell’azione stragista mafiosa. Gli attentati contro Contorno dell’aprile 1994 avevano infatti una finalità diversa: una finalità punitiva nei confronti di un collaboratore di giustizia. Tutti gli altri attentati, invece, avevano una finalità terroristico-eversiva, nel senso che vi ho spiegato.
L’attentato di via dei Gladiatori non venne più ripetuto, e non venne ripetuto deliberatamente.
Attraverso i processi noi siamo riusciti a dimostrare soltanto in negativo le ragioni della cessazione della campagna stragista. E certamente essa non dipese dall’impossibilità di Cosa nostra di replicare quell’attentato, perché ne aveva pienamente la capacità.
Nell’aprile del 1994 vennero eseguiti due attentati contro Contorno, seppure con finalità differenti. Molti mafiosi erano ancora in libertà: Leoluca Bagarella venne arrestato nel 1995, Giovanni Brusca nel 1996, Matteo Messina Denaro addirittura nel 2023. Bernardo Provenzano era ancora latitante. Vi erano dunque numerosissimi mafiosi che avrebbero potuto replicare quell’attentato, ma ciò non avvenne.
E vi è un altro dato di fatto: il 27 e il 28 marzo 1994 si tennero le elezioni politiche e una nuova compagine acquisì il potere. Da allora quelle stragi, con quelle finalità, non si ripeterono più.
Stabilire in positivo perché la campagna stragista cessò è uno dei quesiti rimasti senza risposta, ed è una questione di particolare importanza, perché ha inciso profondamente sulla democrazia del nostro Paese.
La spinta a colpire il patrimonio storico, artistico e monumentale derivò anche da una sorta di inoculazione ideologica operata da un esponente dell’estrema destra, Paolo Bellini, appartenente ad Avanguardia Nazionale.
Bellini incontrò il mafioso Antonino Gioè nel corso del 1992. Il primo contatto tra loro avvenne il 20 marzo 1992. In quel periodo Antonino Gioè era impegnato nell’organizzazione della strage di Capaci e Paolo Bellini, guarda caso, scese da Reggio Emilia in Sicilia proprio per incontrarlo.
Nel corso di questi incontri, che proseguirono durante tutto il 1992 fino al dicembre di quell’anno, Paolo Belliniinvitò il proprio interlocutore, Gioè, a riflettere su un punto preciso: se voi uccidete dei magistrati, questi vengono sostituiti da altri magistrati; ma se colpite un bene del patrimonio storico, artistico o monumentale, una volta distrutto esso è perduto per sempre. Al massimo può essere ricostruito, ma la perdita resta netta e irreparabile.
E citò come esempio la Torre di Pisa, proprio in Toscana.
Ad alcuni di questi colloqui assistette segretamente anche Giovanni Brusca, il quale ci ha riferito che, all’interno di Cosa nostra, questa idea venne elaborata e inizialmente attuata attraverso un’azione intimidatoria: la collocazione di un proiettile d’artiglieria nel Giardino di Boboli, a Firenze, nell’ottobre del 1992.
Successivamente quell’idea venne trasformata: non più semplici azioni intimidatorie, ma le stragi di cui vi ho parlato, la strage di via dei Georgofili del 27 maggio 1993 e la strage di Milano, in via Palestro, del 27 luglio 1993.
Una campagna stragista che proseguì e si intensificò anche dopo l’arresto di Salvatore Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993.
Vi fu dunque un soggetto, riconosciuto nelle sentenze come suggeritore della strategia stragista, appartenente all’estrema destra, che contribuì a orientare quella campagna. Ed è un dato che rientra nel movente e nel percorso ricostruttivo delineato dalle sentenze ormai passate in giudicato.
L’azione di Paolo Bellini si inserisce inoltre in un contesto di trattativa: una prima trattativa avviata da esponenti delle istituzioni o da soggetti collegati alle istituzioni. Perché, guardate, furono costoro — non i mafiosi — a intraprendere quelle interlocuzioni con Cosa nostra.
Paolo Bellini era in contatto con alcuni esponenti delle istituzioni e riferiva loro ciò che accadeva durante gli incontri. Si era infiltrato in Cosa nostra.
Si era così instaurato uno scambio, perché l’idea che aveva mosso l’attività di Bellini era quella di recuperare alcune opere d’arte sottratte in seguito a un furto commesso alla Pinacoteca di Modena, opere di grandissimo valore. Per questo si rivolse a Gioè, chiedendo aiuto per recuperarle.
A fronte di quella richiesta, Riina e gli altri mafiosi comunicarono, tramite Gioè, che quelle specifiche opere non potevano essere restituite, ma che ne avrebbero potute far ritrovare altre. Ne mostrarono persino delle fotografie e, in cambio, chiesero vantaggi per i mafiosi: per cinque boss, capimandamento di Cosa nostra, domandavano come contropartita la concessione degli arresti domiciliari o degli arresti ospedalieri.
Quella trattativa proseguì e se ne innestò un’altra.
Altri esponenti delle istituzioni, due appartenenti al ROS dei Carabinieri, tra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio, decisero autonomamente — senza informare l’autorità giudiziaria, che non venne messa a conoscenza neppure della prima trattativa, benché alcuni appartenenti alle istituzioni ne fossero informati tramite Bellini — di contattare Vito Ciancimino.
Secondo il loro racconto, lo fecero per catturare Riina e Provenzano.
Tuttavia, questa iniziativa, per come fu percepita da Cosa nostra e per quanto riferito da collaboratori di giustizia come Giovanni Brusca, venne interpretata — e ciò è riportato nelle sentenze passate in giudicato — come un segnale che rafforzò nei mafiosi la convinzione di dover proseguire con le stragi. Avevano infatti compreso che quella strategia stava funzionando, tanto che gli appartenenti alle istituzioni ‘si erano fatti sotto’, per usare l’espressione dei collaboratori di giustizia.
E tra gli obiettivi delle stragi del ’93 vi fu anche quello di colpire proprio i carabinieri coinvolti in quella trattativa.
Infatti, vennero uccisi i due militari il 18 gennaio 1994, allo svincolo di Scilla dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, e si tentò poi di colpire, con l’attentato di via dei Gladiatori, oltre cinquanta carabinieri trasportati su un autobus dopo un servizio di ordine pubblico allo Stadio Olimpico.
Vi sono dunque dati di fatto che alimentano l’ipotesi del coinvolgimento di soggetti diversi dai mafiosi, accomunati da una convergenza di interessi con quelli predominanti dell’organizzazione mafiosa.
È un terreno sul quale non esistono ancora sentenze passate in giudicato, ma sono elementi che stimolano — o dovrebbero stimolare — a proseguire nel difficile percorso di ricerca della verità”.
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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/stragi-92-94-lectio-magistralis-di-luca-tescaroli-ecco-cosa-fu-il-biennio-di-sangue
17 Maggio 2026 | Primo piano
Stragi ’92-’94, ”lectio magistralis” di Luca Tescaroli: ”Ecco cosa fu il biennio di sangue”
AMDuemila
L’intervento del procuratore capo di Prato a Udine nel corso dell’iniziativa organizzata da Casa Giovani del Sole
Link video:https://www.youtube.com/watch?v=IahBj-beXlc&time_continue=16&source_ve_path=NzY3NTg&embeds_referring_euri=https%3A%2F%2Fwww.antimafiaduemila.com%2F
Nella stagione più oscura della Repubblica, tra il 1992 e il 1994, l’Italia venne attraversata da una strategia stragista che non mirava soltanto a uccidere magistrati, uomini delle istituzioni e cittadini innocenti, ma a piegare lo Stato attraverso il terrore. A oltre trent’anni da quelle bombe, restano ancora domande senza risposta: perché Cosa nostra fermò improvvisamente la campagna stragista? Quali convergenze di interessi si crearono attorno a quella stagione di sangue? E chi, oltre ai mafiosi, trasse vantaggio da quella destabilizzazione?
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Di seguito pubblichiamo integralmente la lectio magistralis del procuratore Luca Tescaroli.
Il biennio di sangue
“Nel corso di vari incontri mi sono chiesto: siamo davvero tutti nelle condizioni di parlare di questo sin dall’esordio di un dibattito pubblico? O forse il divario temporale rispetto a quei fatti impone una preliminare ricostruzione storica di ciò che è accaduto? Perché il 1992 e il 2026 appartengono a due epoche completamente diverse. Dal ’92 al 2026 sono passati vari decenni e molte persone qui presenti non erano ancora nate quando quelle stragi furono commesse.
Allora, se mi consente l’amico relatore, vorrei fare una breve carrellata per ricordare ciò che è avvenuto, proprio perché credo sia importante ragionare sui fatti che si sono verificati, perché i fatti hanno la testa dura, i fatti parlano per ciò che è stato fatto. Con questo, però, non voglio sottrarmi alla risposta, perché ci sarà anche una risposta al quesito.
Abbiamo una prima fase, quella del ’92, in cui si verificarono due stragi. Abbiamo visto i volti delle vittime principali nel bellissimo filmato artistico e storico-narrativo proiettato all’inizio di questo incontro: la strage di Capaci e quella di via Mariano d’Amelio, del 23 maggio ’92 e del 19 luglio ’92. Cinquantacinque giorni separano queste due stragi. Stragi che rappresentarono qualcosa di unico nella storia della criminalità, sia rispetto al passato sia rispetto al futuro, perché due stragi di queste dimensioni, con l’impiego di grandi quantitativi di esplosivo, non si erano mai verificate in un arco temporale così ravvicinato.
A Capaci venne sventrata un’autostrada. Oltre a Giovanni Falcone morirono Francesca Morvillo e tre agenti della scorta che viaggiavano sulla prima auto del corteo. Poi, il 19 luglio del ’92, oltre al giudice Paolo Borsellino, morirono cinque agenti della scorta. E quindi i primi undici morti di quella campagna stragista.
In quell’anno vi furono anche due omicidi eccellenti: l’assassinio dell’europarlamentare della Democrazia Cristiana Salvo Lima, il 12 marzo del ’92, che era il referente di Cosa nostra nella provincia di Palermo e il vettore che portava esponenti politici di primaria importanza a livello nazionale; e poi, il 17 settembre ’92, l’uccisione di Ignazio Salvo, referente della Democrazia Cristiana per la provincia di Trapani. Era un uomo d’onore, faceva parte della famiglia di Salemi e riscuoteva le imposte per conto dello Stato, poiché gestiva delle esattorie.
Cosa nostra decide di eliminare i nemici, quindi Falcone e Borsellino, e di colpire gli amici che avevano tradito. Perché questo è stato dimostrato da sentenze passate in giudicato, diventate definitive per la prima volta nell’ambito del cosiddetto maxiprocesso, quello istruito inizialmente da Rocco Chinnici, consigliere istruttore di Palermo, al quale subentrò il giudice Antonino Caponnetto dopo l’assassinio di Chinnici, il 29 luglio 1983. Il pool era composto da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Di Lello e Leonardo Guarnotta.
Un lavoro che portò, per la prima volta, al riconoscimento da parte dell’autorità giudiziaria — quindi dello Stato — dell’esistenza di Cosa nostra, delle sue regole di funzionamento, dei suoi organismi decisionali e all’individuazione dei responsabili di molti delitti. Fu quindi una sorta di rivoluzione copernicana.
Perciò venne attivata quella strategia che ebbe le sue manifestazioni nel triennio ’92-’94. Nel ’92 abbiamo detto ciò che accadde: l’uccisione dei nemici storici, Falcone e Borsellino, e l’uccisione degli amici che avevano tradito. Tradito perché non erano stati in grado di assicurare l’aggiustamento del maxiprocesso di cui parlavo prima. Quelle sentenze erano diventate definitive.
I mafiosi, Riina e compagni, erano disposti ad accettare anche anni di carcere, ma non accettavano l’idea che quelle sentenze potessero diventare definitive. Il mito dell’impunità di Cosa nostra era venuto meno e quindi occorreva porre rimedio.
Una strategia che prevedeva l’eliminazione dei tradizionali referenti politico-istituzionali, come Lima e Salvo, e che aveva come prospettiva quella di riallacciare i rapporti con altri soggetti ritenuti in grado di assicurare il raggiungimento delle aspettative che Cosa nostra nutriva rispetto a questo tipo di relazioni.
Nell’escalation criminale del 1993 si assiste a qualcosa di ancora più cruento rispetto a quanto avvenuto nel 1992. I vertici di Cosa nostra alzano il tiro e portano la strategia stragista terroristico-eversiva oltre i confini della Sicilia, nel continente, colpendo le città più note al mondo: Roma, Firenze e Milano, tra le città italiane più conosciute a livello internazionale. E lo fanno inondando di sangue e di tritolo i punti nevralgici di queste città.
E che cosa accadde in quell’anno e in quello seguente? Furono giuridicamente poste in essere sette stragi.
Si partì dalla strage di via Ruggero Fauro, compiuta giovedì 14 maggio 1993 alle 21:40, quando Salvatore Benigno azionò un telecomando per cercare di colpire l’auto sulla quale viaggiava il giornalista televisivo Maurizio Costanzo, con l’intento di ucciderlo. Costanzo era insieme alla moglie e all’autista, ma Benigno non riuscì nel suo intento perché azionò il telecomando con un lieve ritardo rispetto al momento in cui avrebbe dovuto essere centrato l’obiettivo.
Furono utilizzati 100 kg di esplosivo, vi furono 24 feriti, devastazioni di strade, edifici e strutture; 60 automobili vennero danneggiate. Gli effetti della strage si propagarono per 100 metri attorno a quel cratere.
Tredici giorni dopo quel 14 maggio avvenne un’altra strage: la strage di Firenze, in via dei Georgofili. All’1:04 del mattino esplose un Fiorino imbottito di esplosivo, circa 250 kg. Morirono cinque persone: i componenti della famiglia Nencioni, i genitori Angela e Fabio e le figlie Caterina e Nadia. Caterina era una bambina nata da appena una cinquantina di giorni. Vi furono inoltre 38 feriti.
Dodici ettari del centro storico furono interessati dagli effetti dell’esplosione. La Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, venne distrutta e di fronte scoppiò un violento incendio. Nelle vicinanze si trovava il celebre museo degli Uffizi, conosciuto in tutto il mondo, che subì gravi danni.
Fu il primo episodio concreto di strage contro il patrimonio storico, artistico e monumentale della nazione. Mafiosi che decidono non di colpire nemici o amici ritenuti traditori, ma di colpire lo Stato nel cuore, attraverso ciò che della storia del nostro Paese è più conosciuto nel mondo.
E ancora, il 2 giugno 1993 si verificò un enigmatico attentato, o progetto di attentato, a ridosso di Palazzo Chigi. Venne rinvenuta un’autovettura imbottita di esplosivo pronta a deflagrare. Quell’attentato non si verificò. Nessuno dei collaboratori di giustizia ha saputo parlare di questo attentato che avrebbe dovuto avvenire in via dei Sabini, proprio a ridosso di Palazzo Chigi, sede del Governo.
Poi si assistette alle tre stragi simultanee, o quasi simultanee, nelle città di Milano e Roma.
A Milano, in via Palestro 14, di fronte al Padiglione d’Arte Contemporanea, il 27 luglio, intorno alle 23:14, esplose un’autovettura imbottita di esplosivo. Morirono cinque persone: i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l’agente della polizia municipale Alessandro Ferrari e un immigrato marocchino, Mostafa Driss, che si trovava disteso su una panchina nei pressi dell’esplosione. Vi furono inoltre 12 feriti.
A distanza di circa tre quarti d’ora si verificarono due stragi a Roma. Era il 28 luglio 1993: poco dopo la mezzanotte venne collocato un ordigno costituito da un’autovettura imbottita di esplosivo, con all’interno 100 kg di tritolo e altre tipologie di esplosivo, davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano e al Palazzo Lateranense. Vi furono una decina di feriti. Secondo le stime effettuate dai consulenti tecnici furono impiegati tra i 100 e i 120 kg di esplosivo.
E proprio in simultanea, a distanza di circa cinque minuti, esplose un’altra autobomba nel centro di un’altra chiesa, anch’essa simbolo della cristianità: la Basilica di San Giorgio al Velabro. Vi furono tre feriti. Anche lì venne impiegato un quantitativo di esplosivo stimato tra i 100 e i 120 kg.
In contemporanea con queste due stragi si verificò inoltre un blackout delle comunicazioni, con l’interruzione dei collegamenti a Palazzo Chigi. Palazzo Chigi, cioè la sede del Governo, fu isolato proprio in quei momenti.
Va poi detto, sempre sul piano della ricostruzione storica, che queste due stragi contro chiese cattoliche, simboli della cristianità, seguirono l’anatema che il Papa dell’epoca, Giovanni Paolo II, pronunciò il 9 maggio 1993 dalla Valle dei Templi: una vera e propria scomunica nei confronti dei mafiosi, invitati a convertirsi.
Fu l’annuncio di una rottura, la rottura di un patto che esisteva in precedenza e che si concretizzò, dal lato mafioso, nella risposta a quell’anatema: i due attentati di cui vi ho appena parlato, contro la basilica di San Giovanni in Laterano e la basilica di San Giorgio al Velabro, e poi l’uccisione, il 15 settembre 1993, di don Pino Puglisi, assassinato a Palermo proprio nel quartiere di Brancaccio, controllato dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano.
Complessivamente, nel ’93, le vittime furono dieci: cinque a Firenze e cinque a Milano, che si aggiunsero alle undici del ’92 per Capaci e via d’Amelio. Nel 1993 vi furono inoltre almeno 84 feriti.
Subito dopo queste tre stragi quasi simultanee, i mafiosi diffusero delle lettere anonime inviate a due quotidiani nazionali: il Messaggero e il Corriere della Sera. È interessante sottolineare ciò che venne scritto, perché è poco conosciuto ma dovrebbe far riflettere.
In quelle lettere anonime — qui ne ho una copia — vi erano cinque righe in cui si diceva:
‘Tutto quello che è accaduto è soltanto il prologo. Dopo queste ultime bombe informiamo la nazione che le prossime a venire saranno collocate soltanto di giorno e in luoghi pubblici, poiché saranno esclusivamente alla ricerca di vite umane. P.S. Garantiamo che saranno a centinaia.’
Quelle lettere anonime furono volute dai mafiosi. Fu Giuseppe Graviano a incaricare alcuni dei soggetti poi condannati per le stragi di attivarsi per spedirle.
E i mafiosi mantengono sempre le loro promesse.
Infatti, iniziarono le attività preparatorie per compiere quello che avrebbe dovuto essere l’attentato più grave: un attentato la cui tempistica venne individuata direttamente dai mafiosi e, in particolare, da Giuseppe Graviano.
Nell’autunno del 1993 si tenne una riunione a Misilmeri. Nel corso di quell’incontro Giuseppe Graviano disse, come riferirono alcuni collaboratori di giustizia — in particolare Gaspare Spatuzza — che, per eseguire l’attentato, avrebbero dovuto attendere una sua indicazione.
Quell’attentato, il 23 gennaio 1994, fortunatamente non riuscì, ma fallì per un problema eminentemente tecnico: il telecomando che inviò il segnale non funzionò, la ricevente non recepì quel segnale e l’ordigno predisposto non esplose.
Vi erano tre cariche da 60 kg ciascuna, quindi 180 kg complessivi, collocate all’interno di una Lancia Thema. L’ordigno, per espressa volontà di Giuseppe Graviano, venne potenziato con l’inserimento di tondini di ferro, in modo che l’esplosione producesse effetti ancora più devastanti.
L’obiettivo dichiarato dei mafiosi era colpire i carabinieri, in particolare il pullman dell’Arma che, dopo la partita del campionato di Serie A allo Stadio Olimpico — Roma-Udinese — transitava in quella zona. Un pullman può trasportare più di cinquanta carabinieri e quindi quell’attentato, se fosse riuscito e se l’ordigno fosse esploso, avrebbe provocato la morte di un numero molto elevato di appartenenti all’Arma dei Carabinieri.
Ancora, il 18 gennaio 1994, quindi cinque giorni prima, venne compiuto un omicidio sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, all’altezza dello svincolo di Scilla. Furono uccisi Antonio Fava e Vincenzo Garofalo, due carabinieri in servizio.
L’epilogo della campagna stragista avvenne con due attentati compiuti nell’aprile del 1994, diretti a uccidere il collaboratore di giustizia Salvatore Contorno, uno dei pentiti che avevano contribuito a costruire la base probatoria che portò alle condanne definitive del cosiddetto maxiprocesso, quello di cui vi ho parlato prima, istruito dai magistrati Falcone, Borsellino e dagli altri componenti del pool.
Vi fu un primo attentato agli inizi di aprile, lungo una strada vicino al cimitero di Formello. Anche in quel caso si verificò un guasto: il telecomando inviò il segnale, la ricevente lo recepì, il detonatore esplose, ma non riuscì a trasmettere l’innesco all’esplosivo utilizzato. Probabilmente quell’esplosivo era troppo vecchio e non più in grado di funzionare correttamente.
Ma quel proposito di colpire quel collaboratore rappresentava una vera ossessione per i mafiosi, soprattutto per i corleonesi. Perché? Perché Contorno aveva dato un contributo fondamentale alle indagini, perché era considerato un killer freddo e spietato e, soprattutto, perché aveva ucciso Michele Graviano, padre dei fratelli Graviano. Inoltre, veniva ritenuto responsabile dell’uccisione del fratello da Gaspare Spatuzza, soggetto molto vicino ai Graviano, che poi decise di collaborare con la giustizia nel 2008.
L’altro attentato avvenne intorno alle ore 19 del 14 aprile 1994 lungo la via Formellese Sud, al chilometro 3,8, verso l’incrocio con la Cassia Bis, a Roma. Anche questo attentato non riuscì perché venne segnalata la presenza dell’esplosivo e gli artificieri riuscirono a disinnescare l’ordigno, che era già stato attivato.
Questi sono i fatti: una lunga catena di sangue, una lunga catena di attentati.
È stata letta una parte della sentenza del giugno 1998 e in quella sentenza venne recepito il movente di queste stragi, riconosciute come stragi terroristico-eversive.
Naturalmente tutti compresero, con quelle stragi e soprattutto con la strage di via dei Georgofili, che il terrore era stato seminato nel Paese.
Nessuno poteva più sentirsi al sicuro, nemmeno durante la notte e all’interno delle proprie abitazioni. I membri della famiglia Nencioni morirono nel sonno. Dario Capolicchio, l’altra vittima, uno studente universitario proveniente dalla Liguria, morì avvolto dalle fiamme mentre si trovava nella propria abitazione.
Nessuno poteva più dubitare del fatto che la sicurezza fosse venuta meno nel nostro Paese.
Stragi eversive perché? Perché i mafiosi, Salvatore Riina e gli altri membri dell’organizzazione, volevano condizionare la politica legislativa affidata dalla Costituzione al Parlamento e al Governo. Volevano infatti, come è stato accertato con sentenze passate in giudicato, ripristinare le condizioni di vivibilità dell’organizzazione mafiosa. Questo era il movente generale, perché soprattutto dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio erano stati introdotti provvedimenti restrittivi di straordinaria rilevanza, mai conosciuti prima dai mafiosi.
Volevano quindi intervenire, attraverso il ricatto terroristico-eversivo condotto a colpi di bombe, affinché venisse modificata la legislazione in materia carceraria, con l’abolizione del cosiddetto carcere duro, il regime del 41 bis. Quel regime venne introdotto per i mafiosi la sera stessa della strage di via d’Amelio, quando il Ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca, Claudio Martelli, firmò una serie di provvedimenti che disposero il trasferimento e la sottoposizione a quel regime di tutti i boss mafiosi detenuti nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, trasferendoli nelle carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara.
I mafiosi volevano che venissero chiuse anche le carceri di Pianosa e dell’Asinara, oltre all’eliminazione del 41 bis.
Ancora, volevano neutralizzare la normativa sui sequestri e sulle confische dei beni, perché colpiva l’arricchimento derivante dall’attività delittuosa, che rappresentava lo scopo principale della vita dell’organizzazione mafiosa.
E poi volevano la sterilizzazione della normativa sui collaboratori di giustizia. È sempre stato un chiodo fisso per i mafiosi.
Salvatore Cancemi, collaboratore di giustizia oggi deceduto, raccontò che, durante una riunione, Riina disse di essere disposto a giocarsi anche i denti pur di raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione dei collaboratori. E i mafiosi cercarono di fare davvero di tutto contro di loro, utilizzando gli strumenti che sanno maneggiare con estrema ferocia.
Vi ricordo alcune delle iniziative più macabre che misero in atto.
L’uccisione del figlio di Mario Santo Di Matteo, per punirlo della sua collaborazione con la giustizia e delle accuse rivolte contro coloro che avevano organizzato e voluto la strage di Capaci. Un bambino venne prima rapito, poi tenuto segregato, infine ucciso e sciolto nell’acido. La decisione di ucciderlo venne presa da Giovanni Brusca quando apprese dalla televisione della propria condanna all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo.
Oppure l’assassinio organizzato del padre di Gioacchino La Barbera, altro collaboratore di giustizia decisivo per le indagini sulla strage di Capaci. Simularono il suicidio del padre di Gioacchino La Barbera, Domenico La Barbera. Lo costrinsero a impiccarsi in un casolare, inscenando un suicidio, tanto che il medico legale certificò inizialmente che si fosse trattato davvero di un suicidio. Solo successivamente, grazie alle collaborazioni di Giovanni Brusca e di altri, venne chiarita la modalità con cui era stato indotto a togliersi la vita mediante impiccagione.
E i casi sono davvero numerosissimi. A Tommaso Buscetta sterminarono la famiglia, così come accadde a Marino Mannoia.
I mafiosi vivevano quindi l’esperienza dei collaboratori di giustizia come qualcosa che arrecava un danno mortale all’organizzazione e ne metteva in pericolo la stessa sopravvivenza. Per questo la loro eliminazione rappresentava uno degli obiettivi di primaria importanza.
Abbiamo poi un altro dato da segnalare e mi avvio rapidamente a dare anche la risposta al quesito dal quale siamo partiti. Una premessa forse un po’ lunga — come vedo mia moglie scuotere la testa, giustamente — ma l’importante è arrivare al punto. E credo che questa scelta sia stata deliberata, perché ricordare questi fatti forse consentirà di comprendere meglio la risposta che verrà data.
Ora, queste stragi del ’93 e del ’94 coincisero soprattutto con un particolare contesto politico-istituzionale che si sviluppò e si consumò proprio in quel torno temporale.
La campagna stragista iniziò il 14 maggio 1993 con l’attentato di via Ruggero Fauro, appena due giorni dopo l’insediamento del governo Ciampi, un governo che aveva un carattere rivoluzionario. Rivoluzionario perché, per la prima volta, vedeva la partecipazione nella compagine governativa di esponenti del vecchio Partito Comunista, divenuto nel frattempo PDS.
Cosa nostra indebolì quel governo attraverso lo stragismo, perché gli attentati che vi ho ricordato dimostrarono che quel governo non era in grado di assicurare la garanzia principale: la sicurezza collettiva dei cittadini.
E l’ultimo attentato, quello di via dei Gladiatori, allo Stadio Olimpico, di cui vi ho parlato, non ebbe una data casuale, ma una data voluta dai mafiosi. Qualche giorno prima, infatti, Giuseppe Graviano si recò a Roma, incontrò Gaspare Spatuzza al bar Doney, in via Veneto, e diede il via libera all’esecuzione dell’attentato.
L’attentato, come vi ho detto, avvenne il 23 gennaio 1994.
Il governo Ciampi si era dimesso il 13 gennaio 1994 e le Camere erano state sciolte tre giorni dopo, il 16 gennaio 1994. Dunque, quell’attentato avrebbe dovuto verificarsi in un momento di vuoto di potere, in un contesto nel quale vi era la possibilità di determinare una destabilizzazione e di agevolare l’affermazione di una nuova compagine politica che potesse presentarsi come capace di garantire sicurezza.
In effetti quell’attentato rappresentò il momento conclusivo dell’azione stragista mafiosa. Gli attentati contro Contorno dell’aprile 1994 avevano infatti una finalità diversa: una finalità punitiva nei confronti di un collaboratore di giustizia. Tutti gli altri attentati, invece, avevano una finalità terroristico-eversiva, nel senso che vi ho spiegato.
L’attentato di via dei Gladiatori non venne più ripetuto, e non venne ripetuto deliberatamente.
Attraverso i processi noi siamo riusciti a dimostrare soltanto in negativo le ragioni della cessazione della campagna stragista. E certamente essa non dipese dall’impossibilità di Cosa nostra di replicare quell’attentato, perché ne aveva pienamente la capacità.
Nell’aprile del 1994 vennero eseguiti due attentati contro Contorno, seppure con finalità differenti. Molti mafiosi erano ancora in libertà: Leoluca Bagarella venne arrestato nel 1995, Giovanni Brusca nel 1996, Matteo Messina Denaro addirittura nel 2023. Bernardo Provenzano era ancora latitante. Vi erano dunque numerosissimi mafiosi che avrebbero potuto replicare quell’attentato, ma ciò non avvenne.
E vi è un altro dato di fatto: il 27 e il 28 marzo 1994 si tennero le elezioni politiche e una nuova compagine acquisì il potere. Da allora quelle stragi, con quelle finalità, non si ripeterono più.
Stabilire in positivo perché la campagna stragista cessò è uno dei quesiti rimasti senza risposta, ed è una questione di particolare importanza, perché ha inciso profondamente sulla democrazia del nostro Paese.
La spinta a colpire il patrimonio storico, artistico e monumentale derivò anche da una sorta di inoculazione ideologica operata da un esponente dell’estrema destra, Paolo Bellini, appartenente ad Avanguardia Nazionale.
Bellini incontrò il mafioso Antonino Gioè nel corso del 1992. Il primo contatto tra loro avvenne il 20 marzo 1992. In quel periodo Antonino Gioè era impegnato nell’organizzazione della strage di Capaci e Paolo Bellini, guarda caso, scese da Reggio Emilia in Sicilia proprio per incontrarlo.
Nel corso di questi incontri, che proseguirono durante tutto il 1992 fino al dicembre di quell’anno, Paolo Belliniinvitò il proprio interlocutore, Gioè, a riflettere su un punto preciso: se voi uccidete dei magistrati, questi vengono sostituiti da altri magistrati; ma se colpite un bene del patrimonio storico, artistico o monumentale, una volta distrutto esso è perduto per sempre. Al massimo può essere ricostruito, ma la perdita resta netta e irreparabile.
E citò come esempio la Torre di Pisa, proprio in Toscana.
Ad alcuni di questi colloqui assistette segretamente anche Giovanni Brusca, il quale ci ha riferito che, all’interno di Cosa nostra, questa idea venne elaborata e inizialmente attuata attraverso un’azione intimidatoria: la collocazione di un proiettile d’artiglieria nel Giardino di Boboli, a Firenze, nell’ottobre del 1992.
Successivamente quell’idea venne trasformata: non più semplici azioni intimidatorie, ma le stragi di cui vi ho parlato, la strage di via dei Georgofili del 27 maggio 1993 e la strage di Milano, in via Palestro, del 27 luglio 1993.
Una campagna stragista che proseguì e si intensificò anche dopo l’arresto di Salvatore Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993.
Vi fu dunque un soggetto, riconosciuto nelle sentenze come suggeritore della strategia stragista, appartenente all’estrema destra, che contribuì a orientare quella campagna. Ed è un dato che rientra nel movente e nel percorso ricostruttivo delineato dalle sentenze ormai passate in giudicato.
L’azione di Paolo Bellini si inserisce inoltre in un contesto di trattativa: una prima trattativa avviata da esponenti delle istituzioni o da soggetti collegati alle istituzioni. Perché, guardate, furono costoro — non i mafiosi — a intraprendere quelle interlocuzioni con Cosa nostra.
Paolo Bellini era in contatto con alcuni esponenti delle istituzioni e riferiva loro ciò che accadeva durante gli incontri. Si era infiltrato in Cosa nostra.
Si era così instaurato uno scambio, perché l’idea che aveva mosso l’attività di Bellini era quella di recuperare alcune opere d’arte sottratte in seguito a un furto commesso alla Pinacoteca di Modena, opere di grandissimo valore. Per questo si rivolse a Gioè, chiedendo aiuto per recuperarle.
A fronte di quella richiesta, Riina e gli altri mafiosi comunicarono, tramite Gioè, che quelle specifiche opere non potevano essere restituite, ma che ne avrebbero potute far ritrovare altre. Ne mostrarono persino delle fotografie e, in cambio, chiesero vantaggi per i mafiosi: per cinque boss, capimandamento di Cosa nostra, domandavano come contropartita la concessione degli arresti domiciliari o degli arresti ospedalieri.
Quella trattativa proseguì e se ne innestò un’altra.
Altri esponenti delle istituzioni, due appartenenti al ROS dei Carabinieri, tra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio, decisero autonomamente — senza informare l’autorità giudiziaria, che non venne messa a conoscenza neppure della prima trattativa, benché alcuni appartenenti alle istituzioni ne fossero informati tramite Bellini — di contattare Vito Ciancimino.
Secondo il loro racconto, lo fecero per catturare Riina e Provenzano.
Tuttavia, questa iniziativa, per come fu percepita da Cosa nostra e per quanto riferito da collaboratori di giustizia come Giovanni Brusca, venne interpretata — e ciò è riportato nelle sentenze passate in giudicato — come un segnale che rafforzò nei mafiosi la convinzione di dover proseguire con le stragi. Avevano infatti compreso che quella strategia stava funzionando, tanto che gli appartenenti alle istituzioni ‘si erano fatti sotto’, per usare l’espressione dei collaboratori di giustizia.
E tra gli obiettivi delle stragi del ’93 vi fu anche quello di colpire proprio i carabinieri coinvolti in quella trattativa.
Infatti, vennero uccisi i due militari il 18 gennaio 1994, allo svincolo di Scilla dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, e si tentò poi di colpire, con l’attentato di via dei Gladiatori, oltre cinquanta carabinieri trasportati su un autobus dopo un servizio di ordine pubblico allo Stadio Olimpico.
Vi sono dunque dati di fatto che alimentano l’ipotesi del coinvolgimento di soggetti diversi dai mafiosi, accomunati da una convergenza di interessi con quelli predominanti dell’organizzazione mafiosa.
È un terreno sul quale non esistono ancora sentenze passate in giudicato, ma sono elementi che stimolano — o dovrebbero stimolare — a proseguire nel difficile percorso di ricerca della verità”.
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